Performance e sintomi di corpo

Sempre più spesso, come psicologi, negli studi o nelle istituzioni riceviamo domande angosciate di giovani uomini e giovani donne alle prese con sintomi che impediscono loro di proseguire con la consueta determinazione nel proprio percorso di vita, sia esso accademico, artistico, sportivo o lavorativo. 

Lo stop del corpo 

Questi soggetti, mediamente tra la ventina e la trentacinquina, giungono alla consultazione  nel più completo smarrimento, increduli di fronte allo “stop” imposto drammaticamente dal sintomo, del quale intendono liberarsi il più velocemente possibile. L’urgenza è quella di riprendere le attività a cui si stavano convulsamente dedicando. 

Generalmente il crollo arriva proprio dopo un periodo piuttosto prolungato di dedizione totale al lavoro, coronato da successi, riconoscimenti e avanzamenti di livello. Durante questa fase ogni cosa viene sacrificata sull’altare della performance: amicizie, relazioni amorose, svaghi. Il rapporto con l’Altro è circoscritto e ridotto al solo ambito di interesse, che assorbe completamente energie e slanci  vitali. Esiste solo la meta da raggiungere, anche il tempo per il  sonno viene progressivamente eroso. 

Poi, inaspettatamente, proprio lo strumento che sostentava il carico di lavoro comincia a cedere. Non poco a poco, ma così, all’improvviso. Le gambe per lo sportivo, le mani per il musicista, la testa per lo studioso, gli occhi per l’informatico e via dicendo. Un “black out” mai conosciuto, mai sperimentato prima. Il corpo non risponde più, l’organo colpito é come paralizzato, irrigidito in una morsa di dolore. 

La domanda d’aiuto 

È il momento della domanda angosciata di aiuto. Molti specialisti vengono consultati, di solito si parte dai medici, perché l’interpretazione immediata è “c’è qualcosa che non va nel mio corpo” piuttosto che “ c’è qualcosa che non va nella mia mente”. 

Ma la medicina, impotente di fronte al mistero della psicosomatica, dopo una  serie di cure palliative, finisce per alzare  le mani. Si parla allora di “stress” emotivo, della necessità di rallentare, di prendersi una pausa. Fioccano consigli di buon senso, che culminano il più delle volte nella prescrizione di  trattamenti comportamentali, finalizzati a lenire l’ansia. 

Le tecniche comportamentali 

Queste tecniche comportamentali colludono tuttavia  con l’urgenza di ripristinare lo status precedente all’irruzione sintomatica. La loro finalità infatti è proprio quella di “riadattare” colui che si è perso per strada, che non riesce più a stare al passo con le richieste ambientali. Il meccanismo dell’uomo- macchina si è inceppato? Lo si aggiusta, così che il funzionamento e la produttività siano ripristinati.

 Un trattamento dunque anonimo, seriale, che prescinde dalla singolarità (la psiche è considerata al pari di una “black box”, una scatola nera inconoscibile da potersi  tenere tranquillamente da parte). 

In effetti in molti casi i sintomi si alleviano se non addirittura spariscono. Ma essi sono destinati a spostarsi o a tornare, spesso con una violenza esponenzialmente superiore. Il riadattamento forzato che esclude un ascolto della “black box”, ovvero la  dimensione singolare, inconscia della psiche è destinato fatalmente allo scacco. 

Approccio psicoanalitico

Qualcuno infine approda allo studio di un analista, e qui le cose si mettono diversamente. Un analista non mira a riadattare, ma ad agganciare il senso di una sofferenza. Il suo lavoro non è quello di dare risposte, ma di aprire piuttosto domande ed interrogativi in chi chiede aiuto. 

Nel caso di questi giovani, confusi, alle prese con una vera e propria transitoria invalidità, bisognosi di risposte, i primi colloqui sono particolarmente delicati. 

Intorno alla questione “performance” infatti si coagula  tutto un sistema di concezioni ed aspettative familiari che magari non sono mai stati messi in discussione. Il mito del lavoro e del successo (con il relativo spauracchio del fallimento) è stato interiorizzato cioè precocemente come qualcosa di non questionabile, in un’adesione cieca e senza scarti. Non solo, il valore personale è stato indissolubilmente agganciato al risultato da raggiungere. 

Per questo non riuscire più come prima per molti è una catastrofe enorme. Essere impediti nel portare risultati significa non valere niente, presentifica un futuro di fallimenti e frustrazioni da sempre inconsciamente paventato. 

Ora va da sè che l’incisione nell’equivalenza successo=valore non sia un’operazione facile. Riuscire a fessurare l’identificazione al “vincente” (o al “perdente”  a seconda della prospettiva) dipende da molti fattori, fra cui la pertinacia e la rigidità dell’identificazione stessa. Quanto più essa è solida, tanto più il colloquio con un analista è a rischio di scacco. 

Questi, nel suo modo di operare, vede i sintomi come messaggeri di verità. Il fallimento prestazionale può rappresentare un rifiuto inconscio di aderire al volere dell’Altro, una ribellione al controllo dell’Io. Quando è così, l’identificazione non è mai assoluta, e lascia spazio all’apertura dell’inconscio. Nei quadri di nevrosi può innescarsi una ricerca delle proprie verità, in vista di un cambiamento nel futuro. Il fallimento è la porta di ingresso in un movimento di riappropriazione di sè, della propria storia e dei propri desideri più profondi.

Nell’ambito più propriamente psicosomatico (dove la logica della costruzione del sintomo non è quella nevrotica)  il discorso è diverso, il sintomo parla al posto del soggetto, frequentemente privo di strumenti di rappresentazione e di elaborazione simbolica. Allora si tratterà di testare quanto sia possibile ridare parola al soggetto, per vedere quanto l’adesione a certi standard sia pervasiva e passibile di messa in discussione. 

Se la fragilità identitaria si rivela tale per cui risulta necessario mantenere (anziché smantellare) un certo tipo di assetto difensivo, l’analisi andrà meno nel profondo, pena un ben più grave scompenso rispetto al solo sintomo psicosomatico. La direzione sarà quella più modesta e più francamente terapeutica di un rinforzo narcisistico e di una certa temperanza della spinta distruttiva verso l’ideale, sempre entro i confini  di un buon clima di fiducia. 

Tags: Disagio contemporaneo

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