Separazione coniugale e ricadute sui figli

La possibilità di separarsi, di divorziare, se da una parte libera dal giogo del legame infelice a tutti i costi, dall’altra ha delle indubbie e pesanti ricadute sui figli, nella fattispecie quando sono dei bambini o appena adolescenti (mentre dai vent’anni in su le cose cambiano drasticamente).

La friabilità del legame iper moderno

 Questo discorso è da intendersi rivolto ai casi in cui in famiglia la conflittualità resta nei limiti della norma. Quando la guerra interna è francamente patologica o insostenibile allora la separazione può essere una via sensata, anche perché le conseguenze negative sui bambini si sono già verificate e si tratta solo di contenerle.

Della sofferenza dei minori oggi si parla poco, in un generale atteggiamento di negazione delle conseguenze irreversibili che le separazioni hanno sulla loro psiche. In una società in crisi di valori, in cui edonismo ed individualismo imperano indiscussi, il benessere autentico dei bambini (categoria debole e senza diritto di parola) passa velocemente in secondo piano rispetto all’egoismo degli adulti.

Messi di fronte allo scacco della coppia, all’amore-passione dissolto, alle inevitabili delusioni e alle incompatibilità caratteriali, molti si salutano nonostante figli di due o tre anni, in nome di nuovi amori, nuove possibilità, nuovi slanci. Che spesso, dopo poco, finiscono anch’essi per svelare un fondo insoddisfacente. La difficoltà a stare nel legame, imputata al partner sbagliato, puntualmente si ripresenta nelle stesse identiche modalità all’interno della nuova coppia.

La responsabilità

 Ora, se l’amore finisce, non è giusto concedersi una seconda possibilità? Perché dover vivere nel sacrificio e nell’infelicità? La domanda è del tutto legittima, ma la risposta più frequente ad essa, che va nella direzione dell’autorizzazione alla rottura, purtroppo finisce per bypassare troppo sbrigativamente il tema spinoso della responsabilità, sia verso se stessi che verso i propri bambini.

Responsabilità verso se stessi significa riuscire a vedere la propria implicazione nella infelicità patita, mettendo a fuoco i propri boicottaggi e le proprie dinamiche personali di insoddisfazione che magari poco o nulla hanno a che vedere con la persona in carne ed ossa del coniuge.

Ma può anche capitare di innamorarsi profondamente di qualcun altro, di sentire che la vita vera stia da un’altra parte, di mettere in discussione le scelte fatte, di scoprirsi uomini o donne diversi. Allora entra in gioco la responsabilità verso i figli. Che si può anche decidere di mettere da parte in nome del grande amore, ma senza credere che ciò sia ininfluente o rapidamente superabile da parte della prole. Pensare di andare via di casa e che questo non abbia conseguenze è ingenuo.

Lasciare la famiglia significa sempre mettere al primo posto la propria felicità personale rispetto a quella dei figli, il che non è condannabile a priori. Sono scelte, di cui però è importante cogliere lucidamente la portata, senza considerare i figli inconsapevoli perché piccoli o in grado di adattarsi senza costi. Tutti i tentativi compensatori, gli affidi condivisi, il tempo profuso, la cura, i regali, i viaggi non possono cancellare una ferita che li accompagnerà per tutta la vita.

Coltivare con discrezione un amore fuori casa senza tuttavia andarsene, soluzione maggiormente praticata in tempi ormai lontani, nella sua innegabile ipocrisia fa meno danni, perché agli occhi dei bambini la coppia mantiene una tenuta, offrendo una base stabile, compatta, non friabile. A meno che la gelosia del partner o le dinamiche collaterali non arrivino a livelli tali da rendere la convivenza impossibile.

Meglio un genitore felice lontano che uno infelice in casa? E chi viene lasciato è poi felice? L’importante per l’equilibrio dei figli è che il genitore ci sia in casa, sia presente nel quotidiano ma che al contempo desideri anche altro (cioè abbia una passione, un interesse, qualcosa che lo anima a prescindere da lui), non che sia genericamente contento.

 La ferita indelebile

È questo il punto che si cerca di non vedere riparandosi dietro all’offerta di una presenza continuativa benché non condivisa con l’ex coniuge. Ciò che fa trauma per un bambino, e che lui stesso è troppo piccolo per elaborare, è vedere il legame familiare spezzarsi. L’appoggio fondamentale di cui la sua psiche ancora immatura ha bisogno per elaborare un senso di sicurezza e un equilibrio affettivo viene meno. I genitori, entrambi necessari per la crescita, si dividono. Dunque lui stesso va incontro ad una lacerazione.

La frattura, troppo precoce per essere efficacemente accettata, lascia un segno indelebile. Rinforzato poi dalla rabbia o dalla desolazione del genitore abbandonato.

Anche le separazioni meno conflittuali implicano un periodo di lutto da parte del coniuge che viene lasciato, il quale di solito coincide con il genitore affidatario. Così il clima che domina in casa è all’insegna della malinconia, quando non addirittura della depressione e della rivendicazione.
Il figlio, in questo scenario, è portato ad entrare in empatia con la sofferenza della madre o del padre rimasti con lui, sviluppando un’ostilità più o meno conscia nei confronti dell’altro.

Può poi manifestare il suo disagio in modo diretto, chiedendo più attenzioni, diventando dispettoso, ingestibile e ribelle, oppure (come accade più frequentemente) chiudersi in se stesso, coltivando una falsa auto sufficienza, un atteggiamento da bravo bambino che funge da corazza protettiva. Il piccolo impara troppo presto a non aspettarsi nulla dall’altro, a non manifestare i suoi bisogni e ciò è alla lunga più pericoloso di una sofferenza francamente espressa. Può anche pensare in qualche modo di essere stato il colpevole, di non meritarsi affetto e gratificazione.

 Gli scacchi della crescita

Più lo stato luttuoso dell’adulto si incista e non viene superato, più anche il figlio nella crescita rimane affettivamente coinvolto nella dinamica che ha investito i genitori, mettendo in atto precisi schemi di relazione.

Allora la figlia di una madre abbandonata si identificherà inconsciamente con lei. Crescendo instaurerà con i ragazzi delle dinamiche per cui quello che conterà sarà la conquista, tenendosi però alla larga da un coinvolgimento che potrebbe esporla al rischio dell’abbandono. Oppure inseguirà tutta la vita partner inconsistenti o che non la vogliono, realizzando il destino materno.

Il figlio di una madre abbandonica potrà cercare ripetutamente una ragazza come la madre, mettendosi inconsciamente nella pozione paterna di scarto. Viceversa, cresciuto con una madre abbandonata, sarà uno che si sceglierà partner depresse o in generale da “salvare”.

Ma la crescita, oltre agli scacchi nella vita amorosa, implica anche lo sviluppo di sintomi, che affondano radici nel disagio infantile e che sfociano in vere e proprie crisi in adolescenza o nella prima giovinezza. Anoressie, depressioni, difficoltà nella sfera sociale sono le conseguenze più diffuse della liquidità dei legami iper moderni.

In quest’ottica appare necessario sviluppare una consapevolezza rispetto alle conseguenze di certi atti commessi sempre di più con leggerezza, ripensando la maternità e la paternità come assunzioni di responsabilità e non come avventure divertenti, slanci momentanei o peggio esperienze compensative di carenze in seno alla coppia.

Tags: Rapporto uomo donna

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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