Quattro modalità di risposta all’inconscio collettivo secondo Jung

Secondo la visione junghiana, nel momento in cui il malessere psichico si impadronisce di un essere umano ci troviamo invariabilmente di fronte ad un crollo del suo orientamento cosciente. 

Ciò  significa correlativamente  che questi è ricaduto in balia  dell’ “inconscio collettivo”, il quale finisce con l’assumere la guida della sua psiche.

Quando ciò accade i contenuti inconsci collettivi (con il loro potere suggestivo di immagini inconsce) giungono fino alla coscienza riempiendola con la loro “sinistra” forza persuasiva.

Come reagisce allora l’individuo a tale invasione?

Nel testo “I tentativi di liberazione della individualità dalla psiche collettiva” Jung cita quattro possibili esiti del confronto con l’inconscio collettivo. Di essi ne approfondisce solamente due, spendendo meno parole per  la modalità più “sana” (il caso più ideale)  e quella più patologica, per concentrasi su soluzioni di gravità intermedia, diremmo più di natura nevrotica.

Le due modalità più estreme sono l’accoglienza (intesa come individuazione)  da un lato e la  sopraffazione (la psicosi)  dall’altro. Quelle intermedie sono il ripudio  (la ricostituzione regressiva della Persona) e la credenza (identificazione con la psiche collettiva). Vediamole una per una.

Individuazione

Il caso ideale che ci si auspicherebbe a seguito dell’incontro con l’inconscio sarebbe quello della comprensione critica. Esso avrebbe a che vedere con il processo di individuazione, che permetterebbe di liberarsi dal potere suggestivo delle immagini inconsce in maniera non difensiva, non espulsiva, riconoscendone la declinazione particolare nella personalità individuale. Una sorta di integrazione del collettivo nel singolare, che punta ad una vitale cooperazione di tutti i fattori.

L’individuazione coinciderebbe con il processo di liberazione del Sé, inteso come compenetrazione in un tutto di coscienza e inconscio. Il sé pertanto non andrebbe visto né come l’involucro dell’Io, per sua natura squisitamente difensivo (la Persona secondo Jung, ovvero la maschera sociale, il luogo dei bisogni egoistici) e nemmeno come un inconscio allo stato brado, a  cielo aperto. Sarebbe dunque un “inconscio personale” , che mette l’individuo in una vitale  comunione con il mondo e con gli altri. 

Paranoia o schizofrenia 

In queste affezioni psicotiche il soggetto, a tu per tu con l’incontro con il potere dell’inconscio  collettivo, crolla, soccombe, ne viene sopraffatto.

  Ecco che si vengono a fissare certe convinzioni morbose, a volte accompagnate da visioni. Deliri e allucinazioni perturbano quindi gravemente il rapporto con la realtà, in maniera più o meno pervasiva, più o meno intermittente e stabile nel tempo.

Ricostituzione regressiva della Persona

Una modalità tipicamente nevrotica di affrontare la crisi determinata dal riemergere dell’inconscio è il ricostituire per via regressiva  la Persona (archetipo che per Jung identifica l’involucro della maschera sociale, della personalità egoistica e limitata, dominata dai bisogni e dunque per certi versi infantile).

L’esempio che ci mostra è quello di un uomo d’affari che, per aver rischiato troppo, si trova ad affrontare un fallimento. La sua reazione all’esperienza deprimente (che implica l’incontro con l’inconscio) è la rinuncia ad ogni ulteriore rischio. Come un bambino spaventato si rifugia in un piccolo impieguccio, un lavoro subalterno inferiore al suo livello di capacità.

In termini tecnici, dice Jung, egli ricostituisce la Persona per via regressiva. Per effetto dello spavento scivola indietro, a un precedente stadio di sviluppo, si rimpicciolisce. Non ha cioè il coraggio di affrontare e poi di vincere  il mostro del fallimento, soccombendo tramite la regressione alla forza della psiche collettiva.

Da questa situazione deriva uno stato permanente di nevrosi, proprio perché l’inconscio resta sempre attivo, essendo esso la sorgente stessa dell’energia psichica (per Jung della libido) da cui fluiscono in noi gli elementi psichici. L’unica cosa che si contrappone efficacemente all’inconscio sono i bisogni esteriori, intesi come limitazioni oggettive, quali povertà, malattie ecc...Ma essi non possono essere perseguite volontariamente per azzittire la pressione dell’inconscio.

Coloro che optano per il sotterfugio della “vita semplice” sono condannati allo scacco, nella misura in cui l’inganno viene ben percepito. <<Solo ciò che uno realmente é ha forza salutare>> ci ricorda saggiamente  Jung. La rassegnazione, il rimpicciolirsi sono artifici evasivi che alla lunga possono essere mantenuti solo con uno stato di nevrosi cronica. 

Identificazione con la psiche collettiva

Un esito “intermedio” fra nevrosi e psicosi dell’incontro con l’inconscio collettivo  è l’identificazione con la psiche collettiva. Non siamo ancora al livello di vero e proprio delirio di grandezza, ma di delirio in forma attenuata, che spesso si riscontra nei riformatori, nei così detti profeti e nei martiri.

Esso consiste nel percepirsi come il fortunato possessore di una grande verità mai prima d’ora scoperta, della conoscenza definitiva apportatrice di salute ai popoli.

Chi cade in questa modalità generalmente ha un animo debole, che, ricorda Jung, spesso è più dotato degli altri di ambizione, di vanità e di ingenuità. Il presunto profeta non si rende assolutamente conto del carattere ridicolo di tale identificazione alla psiche collettiva; mancando di umorismo viene afferrato da un pathos carico di significati, che sfida ogni efficace autocritica.

Per Jung i veri profeti possono anche esistere ma essi sulle prime si difendono virilmente contro la pretesa che l’inconscio pone loro di rappresentare questa parte. <<dove un profeta sorge in un batter d’occhio è meglio pensare alla perdita di equilibrio psichico>>.

Ma l’analisi del fenomeno (sottile e anche molto moderna)  non si ferma alla sola figura del profeta. Esiste infatti la quella del discepolo del profeta, che, sedendosi si piedi del Maestro, si guarda bene da avere pensieri propri.

<<Allora la pigrizia mentale diventa virtù, ci si può riscaldare al sole di un essere almeno semidivino...si  riceve già pronta dalle mani del Maestro la grande verità...ed è morale diffamare chiunque la pensi diversamente>>.

Per il profeta la “schiera  osannante”  di discepoli ha il valore di una compensazione rispetto alla sua vita piena di dolori, delusioni e rinunce. Per il discepolo non si tratta altro che di un camuffamento di una personalità che non ha il coraggio di essere indipendente, dunque di qualcuno che dapprima regressivamente si rannicchia nella Persona e che poi, di luce riflessa, viene rigonfiato da un’identificazione con la psiche collettiva.

Tags: Psicoanalisi junghiana

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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