La trappola del rimandare

“Poi” , “ora è impossibile”, “lo farò domani” sono espressioni tipiche del “temporeggiatore”,  ovvero di colui che utilizza la procrastinazione come modalità per (non) affrontare un conflitto. Messo alle strette rispetto ad un atto che potrebbe essere risolutivo di una qualche impasse,  egli opta per non fare nulla, crogiolandosi nel mondo del possibile.

La patologia del non agire

Il non agire diventa dunque patologico quando oltrepassa il limite temporale accettabile entro il quale può essere considerato come semplice segno di un approccio riflessivo. Chi pensa prima di agire infatti necessita di un tempo per analizzare la situazione problematica; alla fine però le considerazioni fatte esitano in un’azione volta a mutare la realtà nella direzione voluta.

Chi rimanda sistematicamente invece non decide mai, pur essendo giunto alla conclusione rispetto alla strada “giusta”. Ma é come se egli, sul punto di esporsi, si dicesse ogni volta: <<giusta per chi?>>, mostrando così in maniera palese la propria divisione interna. La scelta viene nuovamente messa in discussione, in virtù di nuove argomentazioni congruenti con un altro punto di vista, percepito anch’esso come proprio.

Decidere in favore di qualcosa comporta sempre escludere i rimanenti scenari, lasciandone aperto uno soltanto. La scelta implica una perdita, necessariamente. L’indeciso non vuole rinunciare a nulla per il timore di pentirsi. Tuttavia la paralisi a cui va incontro di fatto può essere considerata al pari di una decisione. Non scegliere infatti si traduce in mantenimento dello status quo, quindi in rinuncia nei confronti di ciò che si desidera.

La coscienza profonda di questa dinamica manca, e così l’indeciso si illude di poter sospendere il tempo, di avere ancora tempo, di poter cambiare ancora le cose, mentre la vita va avanti e gli sfugge fra le mani, chiudendogli irreversibilmente delle possibilità che vagheggia restino aperte all’infinito.

Le due parti della psiche

Il fastidio della scelta é al fondo l’espressione di un conflitto fra due parti della psiche. Una è il luogo intimo dei desideri profondi, delle fantasie inconsce, del sogno, dell’autorealizzazione, spesso in contrasto con le possibilità e le aspettative sociali. L’altra è la sede dell’Io, dei ragionamenti di convenienza, della paura della morte e quindi della tutela della vita intesa come sopravvivenza fisica, come benessere in termini di avere.

Entrambe le istanze psichiche sono chiamate in causa nel momento di una decisione. Di solito ciò che spinge verso un cambiamento reclamando la necessità di una presa di posizione é l’inconscio, che si fa sentire attraverso sentimenti di insoddisfazione e frustrazione. Ma l’Io interviene prontamente bloccando ogni slancio con argomentazioni dettate dalla paura.

L’indeciso tipicamente è qualcuno che ha un buon lavoro, magari ben remunerato ma  che non gli piace o che si  accompagna ad un partner “perfetto” ma con cui non sta pienamente bene. L’Io è in controllo della situazione, la sopravvivenza è garantita. Tuttavia la parte nascosta di sé, non presa seriamente in considerazione, si palesa sotto forma di tristezza, quando non addirittura di depressione.

Crisi di pianto o di angoscia improvvise denunciano che qualcosa non sta andando per il verso giusto, a discapito delle apparenze. Lentamente si insinua il sentimento della morte in vita. La vita che tanto si cerca di conservare si ammala, mente la morte che si cerca di schivare riappare sotto forma di ottundimento e paralisi interiore.

L’incontro con l’analista

Il futuro paziente, prima di consultare un analista generalmente  ha già parlato della sua situazione ad amici, i quali gli hanno già suggerito di “fare” delle cose per cambiare. Ma tali suggerimenti hanno avuto come solo effetto quello di rinforzare le sue difese. Ogni scusa è buona: manca il tempo, mancano le occasioni. Il problema è rigettato all’esterno, l’impossibilità è considerata reale, oggettiva, non dipendente da se stessi.

Questo perché se il desiderio di maggiore autenticità è fortissimo, altrettanto fortissima è la tendenza a tenere tutto sotto controllo. Perché distruggere o semplicemente mettere in discussione una situazione che “regge”  in virtù di qualcosa che non si conosce? “Sono tutte stupidaggini” si dice l’indeciso, colpevolizzandosi per la propria infelicità.

La terapia allora cercherà di sbloccare la situazione agendo su un piano diverso rispetto a quello meramente “reale”, già terreno di fallimento degli amici che dispensano consigli di buon senso.

Si tratta di coinvolgere il paziente intrappolato nei suoi circoli mentali  viziosi in un processo di ricerca di se stesso. Il rinnovo di un contatto con la parte profonda di sé può aiutarlo ad avvicinarsi all’origine del suo esasperato bisogno di controllo.

Potrà incontrare allora nuovamente un dolore vissuto in epoche remote, su cui aveva messo un coperchio con l’aiuto di un atteggiamento iper razionale.

Mediante la riappropriazione (e dunque la legittimazione) del proprio dolore viene potenziata la voce delle necessità profonde, non più liquidabili come “sciocchezze” . Esse potranno, nel conflitto con l’Io, prevalere, sbilanciando finalmente  l’ago della bilancia e spingendo il soggetto verso atti prima impensabili.  Ne conseguirà una drastica riduzione dei sentimenti depressivi, legati all’imbavagliamento dell’inconscio.

Il trattamento di questi casi non è banale, nella misura in cui l’analista si trova di fronte persone poco disponibili a spostare la questione dal qui ed ora al passato. L’atteggiamento iper razionale infatti li porta a comprimere i ricordi e le fantasie in funzione del grattacapo presente, che può assorbire tutta la seduta nella rimuginazione.

Da evitare è la collusione dell’analista con l’altalena ossessiva del paziente, senza però spingere precocemente per una rivisitazione della storia personale, che potrebbe risultare forzata, artificiale e lontana dai bisogni attuali della persona che chiede aiuto. Entra qui in gioco l’arte terapeutica, un mix di attesa e di interventi  che fanno breccia proprio perché avvenuti nel momento in cui si presentano spontaneamente dei varchi nei muri eretti dalla nevrosi.

Nevrosi ossessiva

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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