Le parole come cose

Una difficoltà che gli analisti  di oggi si trovano di fronte è un certo uso della parola diffuso nella contemporaneità, improntato all’iper concretezza e all’appiattimento sui fatti. Esso a sua volta riflette una modalità di pensiero sempre meno capace di staccarsi dall’evidenza, nonostante le sollecitazioni e gli aiuti offerti da un analista fattosi attivo e partecipe.

Certezza ed evidenza

Già Freud parlava della tendenza di alcuni pazienti a usare le parole come cose. Si riferiva di fatto agli psicotici  ingombrati dall’esperienza allucinatoria, dunque da una condizione mentale dal carattere dell’evidenza assoluta, non scalfibile mediante la ragione né dialettizzabile con la parola.

Il senso cristallizzato in un’immagine, in un’intuizione delirante non è scomponibile, non può essere messo in discussione in quanto verità al di sopra di ogni dubbio.

Certezza ed evidenza si riflettono nella modalità comunicativa di questo tipo di pazienti, che oggi non si limitano alla sola categoria degli allucinati o dei deliranti. Qualcosa di un funzionamento psicotico lo ritroviamo al di là delle strutture, come una sorta di “ marchio di fabbrica”  dei nostri tempi.

Nonostante il buon livello di istruzione e di competenza nel proprio settore professionale o ambito di interessi, quando questi soggetti iniziano a raccontare di se stessi, degli altri e dei loro intimi malesseri  finiscono con l’esprimersi  tramite affermazioni perentorie e chiuse su se stesse. Parole come cose, come sassi, come pietre scagliate all’interno del setting analitico, nell’impotenza da parte del curante di fare il proprio lavoro, ossia di promuovere la percezione di  un’altra scena, di un altro modo di vedere e leggere la realtà.

Tutto è cristallino, trasparente, non c’è nulla da cercare o da riformulare, le cose stanno esattamente  così come le si riferiscono. Tendenzialmente la responsabilità di una delusione, di un malessere è attribuita ad una situazione esterna, ritenuta immodificabile e  destinata a mettere sotto scacco senza via di uscita.

Impasse terapeutiche

La concretezza esasperata di tale lettura da parte del pensiero del paziente  rischia di trascinare  anche la mente del curante in un mondo a due dimensioni, appiattendo il suo operato in un misero sforzo di valutazione di dati “oggettivi”. In questa maniera viene persa la terza dimensione, ovvero l’area dell’elaborazione psichica, “transizionale” in quanto sospesa dalla realtà benché non sganciata da essa.

Il gioco simbolico innescato da una parola in grado di prescindere dall’aderenza al reale, di procedere “come se” , di figurare scenari “diversi” sta al cuore del processo trasformativo analitico. Senza che esso si attivi cosa può offrire un analista? L’ascolto, certo, ma per che cosa? E quali effetti può avere l’accoglienza di un discorso auto referenziale e mono logico?

Il terapeuta sembra avere di fronte a sé soltanto due vie, entrambe comunque destinate all’impasse. Tacere risolutamente in attesa che qualcosa cambi nel discorso o accettare di discutere con il paziente delle sue “cose”. Nel primo caso il rischio è quello di un abbandono della cura per via del disorientamento indotto dal silenzio. L’attesa di una risposta è infatti particolarmente viva in queste persone, desiderose di consigli “pratici”. Nel secondo la trappola sta nella delusione del paziente rispetto alle risposte offerte dall’analista, scartate come insufficienti, giudicanti o semplicemente inefficaci.

La terza via

E se fosse possibile trovare  una terza via, che prescinde dall’applicazione rigida di alcune “regole” della psicoanalisi classica e tuttavia ben aderente a molte delle sue  intuizioni? A tal proposito  all’interno del mondo allargato della psicoanalisi esiste un dibattito su questi temi, si parla infatti sempre più spesso di “psicoanalisi applicata”.

Dunque via libera alle sedute “vis a vis”, all’analista come soggetto “attivo” nell’incontro . E tuttavia attenzione alle possibili derive insite nella progressiva  simmetrizzazione del rapporto.  L’aspetto più rilevante sembra essere la posizione che ogni curante tiene nella cura. Se egli si mantiene lucido, capace di “pensare” in altro modo rispetto al suo paziente, sarà in grado di parlare con lui senza farsi aspirare completamente nel vortice della concretezza.

L’analista deve mantenersi interiormente sempre “altro” rispetto al paziente. Non superiore, non inferiore, non alla pari. Altro. Questo sembra essere il vero principio ispiratore della sua pratica. Non farsi prendere nella rete dell’immedesimazione reciproca, nell’appiattimento che svuota il pensiero critico  pur calandosi ed immischiandosi nella relazione con il paziente.

In questo modo la possibilità di una terza dimensione si mantiene aperta. Almeno come potenzialità. Al paziente iper concreto resta così l’impressione che non si é proprio tutto esaurito lì in quello che è stato detto, perché nella mente del curante si è conservato lo spazio di un altrove.

Come analisti siamo chiamati a fare resistenza alla crisi del pensiero e della parola mantenendoci noi stessi vivi e curiosi, in ogni caso imprendibili nelle maglie del livellamento e dell’omologazione che hanno già risucchiato il nostro sofferente interlocutore.

Poi, in quanto essere umani, siamo soggetti alla stanchezza e all’errore. Perdoniamoci quando accade ma cerchiamo sempre di capire in un secondo momento  i limiti della nostra azione, per continuare ad evolvere nella pratica e per non liquidare mai un caso come meramente “impossibile”.

Aiuto psicoterapeutico , Guarire dai sintomi

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

Via della Moscova 40/6 • 20121 Milano
N. iscr. Albo Ordine degli Psicologi 03/8181 • Partita Iva 07679690961