Pandemia tra oggi e domani

Negli ultimi giorni si parla tanto del post emergenza, la fantasia di opinionisti di ogni genere si scatena con previsioni ora catastrofiche ora idealistiche.

Guerra o rinascimento? Vittoria del male o scuotimento delle coscienze? In ogni caso “il mondo non sarà più lo stesso”, e tutti, dai divani di casa propria, giù a cercare di immaginarne gli scenari, compreso quello angosciante di una convivenza protratta con la minaccia invisibile che può ghermire in qualsiasi momento.

Le congetture

Nel bel mezzo dello tsunami che infuria e distrugge, chi trova un qualsivoglia riparo e pensa di essersi salvato dalla violenza dell’acqua che trascina via, dopo il sollievo iniziale inevitabilmente comincia a chiedersi ansiosamente quale mondo lo attenderà una volta finita la buriana. E non da ultimo si domanda se sopravviverà ancora, se non arriveranno altre onde a coglierlo di sorpresa.

Allora congetturare, ipotizzare conseguenze, interrogare il futuro appaiono in tutta la loro limpidezza come modalità tipiche dell’umano di tentare di recuperare il senso di controllo e le certezze perduti per via dell’irruzione della brutalità. Attraverso la supposizione e il pronostico l’uomo cerca di ricollocarsi in un mondo nuovamente stabile, leggibile e inquadrabile secondo delle logiche, buone o cattive che siano.

Ciò che risulta massimamente insopportabile alla nostra natura umana è la sospensione, la precarietà, il non sapere, tutte caratteristiche tipiche di queste ore incerte.

L’imponderabile

Eppure, a pensarci bene, il senso di sicurezza assicurato dai nostri meccanismi previsionali (più o meno fondati su basi razionali) oltre ad essere fragile e temporaneo, è anche assolutamente falso e illusorio. L’elemento imponderabile  è sempre accanto a noi, senza che ce ne rendiamo conto, anche nelle giornate che scivolano via serene.

Il nostro continuo tendere verso l’avvenire può essere oscurato in qualsiasi istante. Molti di noi sanno che cosa voglia dire trovarsi improvvisamente sbalzati fuori dalla dimensione temporale: un brutto incidente, una malattia invalidante, la morte di un caro. Nessuna avvisaglia prima, in un attimo il passaggio repentino dal senso infinito di prospettiva al muro dell’irreversibilità del destino, dallo scontato fluire dei giorni alla cristallizzazione del tempo in frantumi.

Quello che sta accadendo oggi riproduce su larga scala ciò che prima o poi sperimentiamo tutti nelle nostre singole vite: la contrazione dell’orizzonte, l’angoscia, il tentativo convulso di tornare a vedere lontano, la constatazione amara della perdita, la necessità di reagire, di accettare ed andare avanti, magari su nuove basi e alla luce di nuove consapevolezze.

Non esiste un modo giusto o uno sbagliato di reagire allo strappo. Sicuramente il pensiero che si fa ossessivo rispetto a ciò che sarà dopo è una reazione normale, sebbene difensiva, all‘emergenza del caos. Ci aspetta però molto altro.

L’oggi

Le previsioni andrebbero dunque lasciate agli economisti, agli statisti, agli scienziati e in generale a coloro i quali possono intervenire concretamente grazie ai loro saperi e poteri per arginare la diga che si è aperta.

Gli intellettuali, i lavoratori, i cittadini, tutti noi dovremmo sì informarci, ma cercare anche di accettare di non vedere niente, almeno temporaneamente. Dovremmo misurarci con la povertà dei nostri strumenti e delle nostre categorie di pensiero ed impegnarci piuttosto ad abitare e descrivere l’oggi, a stare nel presente, ad assorbirne il dolore, a interpretarlo e metabolizzarlo come reale.

Insistere su quanto durerà, su cosa succederà, illudersi che duri poco, che non ci succeda niente piuttosto che lasciarsi andare al catastrofismo o a pronostici di rinnovamenti epocali sono operazioni mentali che hanno come obiettivo la ripresa di un qualche controllo. Esse finiscono però per rinnovare l’ansia e la fragilità, perché si basano su una soppressione della paura anziché su un suo attraversamento.

Al contrario parlare delle nostre emozioni, tentare di fermarle e dar loro un nome ci aiuta a non venir sommersi dal senso di irrealtà, ci permette di dire “bene, succede questo” , di starci dentro, di affrontare gli accadimenti via via che essi impattano negativamente sulle nostre esistenze.

Tutto ciò si traduce in un guadagno di terreno rispetto all’insensatezza e getta le basi per un suo possibile assorbimento psichico.

Non sappiamo se dopo tutto questo l’umanità involverà o esploderà un rinascimento. Ci aspettano di sicuro tempi duri, si sa. Ma ora è il momento dell’oggi, dell’azione per chi può e della parola piena e del silenzio per tutti gli altri.

Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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