La quarantena fra luci e ombre

La vita nei confini della propria abitazione: non poter uscire, nemmeno per una semplice passeggiata nel primo verde primaverile, non sapere quando tutto questo finirà, che effetti avrà su di noi e sul mondo, presagire tempi lunghi e incerti, convivere con preoccupazioni e notizie poco incoraggianti. 

La vita dentro se stessi: la riscoperta dei valori fondamentali, l’apprezzamento dell’essenziale, il tempo ritrovato, il silenzio, la lentezza, la possibilità di osservare e pensare, i ricordi dalla nebbia del tempo, i bilanci, la coscienza più limpida di chi siamo e di cosa vogliamo.

Prigionia o libertà?

Le due condizioni, la prigionia forzata e la libertà interiore, si alternano e non si cancellano reciprocamente. 

Da una parte la natura più  “animale”,  schiava della fisicità, che fiuta il pericolo, che sperimenta l’angoscia, che si nasconde per proteggersi dal nemico ma al tempo stesso si deprime o scalpita o infrange i divieti perché vorrebbe scatenarsi nei prati e nei contatti con le cose e le persone. 

Dall’altra l’elemento che fa di noi degli uomini e non delle semplici bestioline in cattività, e che ci permette di controbilanciare la tirannia del corpo, di superare l’angoscia e di accedere a mondi invisibili eppure potentissimi, quelli della vita interiore. Il linguaggio, qualsiasi forma abbia, accompagna questa dimensione conferendole una forma sensibile, nuovamente fisica, fotografando le sensazioni  “grezze” tramite parole, immagini, musica. Così che questi racconti restituiscono  infine un senso di continuità e di equilibrio che contrastano l’insensatezza del puro visibile.

Sviluppare il carattere più umano della nostra natura non garantisce dalle incursioni della paura, dei desideri prepotenti e degli scoramenti ma senz’altro ne mitiga la durata e soprattutto il potere di governare a senso unico le nostre giornate. Per sopravvivere all’isolamento non c’è solo bisogno di programmare le ore, di scandirle bene, di darsi da fare, di lavorare, di nutrirsi con criterio e di dormire il giusto tempo. 

Oltre alla cura della “macchina” umana, sicuramente essenziale, è necessario coltivare anche l’anima, imparare a leggerla e a decodificarne i segreti. Purtroppo ci sono persone non in grado di svolgere un lavoro simile, o perché un po’ anestetizzate e non abituate (dunque la cosa è recuperabile nei modi e nei termini giusti per ciascuno) o peggio perché l’anima se la sono proprio perduta o venduta, abbandonandosi agli istinti, agli egoismi e alla noia. In questo secondo caso potrebbe funzionare soltanto un miracolo. 

Il fiume interiore

Vediamo allora alcuni aspetti del fiume che scorre sempre silenziosamente al nostro interno, ma che in questo momento di stop generale possiamo cogliere in  maniera cristallina.

La riscoperta dei valori. In molti si trovano oggi a vivere una sensazione forte, quella collegata alla percezione che solo poche cose contino davvero nel cammino esistenziale. È la riscoperta dei valori fondamentali dell’amore, della cura e della solidarietà umana, che si risveglia nel quotidiano e si estende poi fino all’universale.

Essa si allaccia direttamente all’apprezzamento dell’essenziale, delle piccole cose, delle attenzioni, dei gesti e delle abitudini a cui normalmente non facciamo caso. La privazione fa risaltare chiaramente il bisogno di amare e di essere amati, la mano tesa come unica forma di salvezza, al pari del valore assoluto che l’acqua ha nel deserto. 

Accanto al desiderio di ricevere si smuove quello di dare (altrimenti il tutto resta al livello egoistico in cui prevale il prendere), perché ogni gratitudine autentica trasforma e spinge verso la reciprocità e la generosità, fa nascere il desiderio di donare ciò che si è ricevuto, di spargere il seme della positività e dell’amore. 

Il tempo ritrovato. Gli impegni improvvisamente azzerati, e quel tempo tanto agognato, che tanto mancava ora è tutto per noi. Ma non si tratta solo del tempo da “impiegare” per fare delle cose, per riordinare casa o gli armadi, per cucinare o dedicarsi agli hobby trascurati. È un tempo che possiamo abitare diversamente, che si allaccia al silenzio e alla lentezza, dimensioni che non conoscevamo più. È un tempo in abbondanza che anziché stimolare fiacca l’azione, perché esige che la nostra attenzione si soffermi anche su altro. 

Ne deriva una nuova capacità di pensare e osservare, che ricorda un po’ quella che avevamo da adolescenti, quando durante le lunghe ore da dedicare agli studi ci prendevamo il lusso di perdere tempo, di lasciar vagare il pensiero, di farci domande, di mettere in discussione le verità degli adulti (prima di venir risucchiati chi più chi meno nel loro stesso ingranaggio).

Il mondo che si ferma e con lui le nostre nicchiette ricavate nel sistema ci fanno chiedere che posto abbiamo davvero su questa terra, come appunto facevamo da giovani senza certezze quali eravamo. Conduciamo davvero la vita che volevamo? Cosa ci interessa veramente al di là dei soldi, del prestigio e dell’accontentare gli altri? Chi siamo diventati?  Dove vogliamo stare? Questa condizione in cui siamo oggi, qui, ora, ci soddisfa? 

Così ricordi apparentemente sepolti balzano fuori dalla nebbia del passato, e ci ritroviamo a fare dei bilanci. Se finisse tutto adesso, potremmo ritenerci almeno parzialmente a posto con la coscienza, consci di aver dato e di aver vissuto pienamente? Cosa ci manca? Cosa ci auguriamo per il futuro? La nostra imperfetta vita la stiamo accogliendo davvero per quella che è o ci ostiniamo a rifiutarla inseguendo sogni impossibili? Abbiamo davvero accettato il nostro destino mortale, qualsiasi esso sia? Abbiamo mai davvero pensato concretamente alla morte? Abbiamo a conti fatti rispetto della fragilità nostra e altrui? Sappiamo pregare? Siamo capaci di affidarci alla corrente pur mantenendo fermo il timone dell’ assennatezza?

Forse tutte queste domande possono aiutarci ad innalzare il nostro livello di coscienza e ad acquietare, anziché incrementare,  l’angoscia. Solo guardando la tigre negli occhi possiamo stabilire un contatto con lei, possiamo coglierla e ritrarla nella sua espressione più feroce per conoscerla e averne infine meno paur

Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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