Come aiutare un bambino iperattivo

I bambini iperattivi non sono semplicemente bimbi particolarmente vivaci, troppo esuberanti o maleducati. La loro problematica è seria ed è fonte per loro di immersa sofferenza interiore, aggravata da una quota di incomunicabilità.

Il rimprovero infatti li frustra e li spinge a esasperare ulteriormente  le condotte oppositive, nella misura in cui si sentono giudicati e identificati ad un oggetto “cattivo”.

Caratteristiche del disturbo da iperattività 

Dunque per aiutare un bambino di questo tipo bisogna innanzitutto riconoscere correttamente la natura del suo disturbo. I genitori, ma anche gli insegnanti e gli educatori, possono trarre grande beneficio dalla comprensione piena della specificità di tale difficoltà, evitando così mortificazioni sistematiche. 

L’iperattività si associa quasi costantemente a deficit dell’attenzione. L’esordio è generalmente molto precoce, cosa che fa propendere sempre di più per una causalità di natura neurologica, aggravata da dinamiche familiari complesse.

Per capire il problema bisogna pensare ad un bambino letteralmente “invaso”, “posseduto”  da un’energia inesauribile, al pari di una scarica elettrica che non cessa mai di eccitare il suo sistema nervoso. 

L’agitazione che si vede esternamente (che si traduce in atteggiamenti impulsivi, violenti e disorganizzati) è il riflesso di tale stato di perenne e spropositata attivazione. 

Il bambino si rende conto che c’è qualcosa che non va in lui, e spesso lo comunica con frasi del tipo “non riesco a fermarmi”, per tentare di far capire all’adulto che da parte sua non c’è una volontà maligna di essere indisciplinato bensì un’incapacità di trattenersi. 

A questo ingombro interiore si aggiunge l’ulteriore fatica nel mantenere la concentrazione a lungo, cosa che spiega il rapido passaggio da un gioco all’altro, l’apparente non ascolto della parola dell’adulto e le innumerevoli difficoltà di apprendimento scolastico.

La gestione del bambino iperattivo 

Una volta capito che in gioco non c’è una “rilassatezza morale” raddrizzabile attraverso la disciplina o l’instillazione del senso di colpa ma un vero e proprio problema di natura psicologica, l’adulto di riferimento può tentare di cambiare rotta nella gestione del bambino e ottenere dei miglioramenti sia comportamentali che relazionali. 

Nella misura in cui il bambino si sente supportato e aiutato almeno alcuni atteggiamenti secondari di sfida si sfumano un po’. L’autostima in questi bimbi è molto fragile, per cui le azioni dell’adulto, finalizzate anche a non farsi travolgere e schiacciare, devono sempre smarcarsi dall’eventualità dell’offesa e della mancanza di rispetto.

In generale i genitori e gli educatori bisogna che stiano molto attenti a non scaricare la loro frustrazione sui bambini, sensibilissimi a tale dinamica. Gli adulti devono smarcarsi cioè da dinamiche a specchio, facendo sentire la loro autorevolezza non attraverso l’autorità e l’esercizio della forza, bensì tramite l’autocontrollo, la pazienza e la coscienza di sé stessi. 

Fermezza e pazienza sono dunque qualità da sviluppare per evitare o interrompere circoli viziosi di accuse reciproche.

Ciò non significa che il genitore debba diventare un tappeto che assorbe tutte le “mattane” del figlio. È corretto e mai controproducente intervenire per bloccare degenerazioni nei giochi, quando si fanno pericolosi o risultano troppo caotici e insensati. 

Il bambino va aiutato a fermarsi, a volte anche bloccandolo direttamente, dandogli un limite nel reale. Ma resta fondamentale fare tutto ciò evitando toni di voce troppo alti, mantenendo la calma. 

La fermezza dell’adulto, che non si mostra sconvolto e a sua volta agitato è un balsamo fondamentale. Nel tempo questa postura dà dei risultati, nella misura in cui il bambino si sente “contenuto”, sostenuto cioè da pareti solide benché non rigide.

Dato che a lui mancano tali strutture di regolazione interna, esse possono essere parzialmente sopperite dall’ambiente. Dosare tolleranza e fermezza nello stoppare e porre dei freni è la formula da seguire. 

Un altro obiettivo è quello di evitare il più possibile le così dette “tragedie” , che lasciano tracce nella mente e portano a scegliere  la vittimizzazione come modalità privilegiata di affrontare le difficoltà. Questi bimbi rischiano di scivolare nella passività, nel “tanto sono così”, diventando dei manipolatori.

Anche per ciò che riguarda i compiti e la gestione delle difficoltà scolastiche vale lo stesso principio. Un bambino di questo tipo che riesce a portare avanti un compito per quaranta minuti va lodato e lasciato riposare, non incalzato a continuare secondo ritmi considerati “normali” (ma che per lui sono vere e proprie torture). 

È preferibile darsi più appuntamenti nel corso della giornata o della settimana per rivedere dei compiti piuttosto che “imbucarsi” in sedute di studio interminabili, che spesso finiscono per frustrare sia il piccolo che l’educatore. 

L’adulto è in sostanza chiamato a empatizzare con la sofferenza invisibile del bambino iperattivo, lavorando sui propri sentimenti di impotenza e di rifiuto, facendosi anche eventualmente aiutare da uno specialista. È importante che si dedichi a questo lavoro interiore per evitare di ghettizzare il figlio, spedendolo da uno psicologo  come un oggetto rotto che non si è in grado di riparare. Solo acquistando fiducia nella propria capacità di incidere positivamente si possono ottenere dei passi avanti. 

Inoltre evitare di sottovalutare la questione può essere un altro punto da tenere presente, per non trovarsi in futuro alle prese con le complicazioni che il disturbo da iperattività e deficit di attenzione può comportare nella crescita. 

Non sono rari gli sviluppi nel senso della devianza e delle dipendenze da sostanze; per non incorrere in pericolose derive la famiglia è tutto, per cui imparare ad aiutarsi e ad aiutare resta la medicina numero uno.

 

Rapporto genitori figli

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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