Come curare il dolore dell’anima

La sofferenza emotiva è un’esperienza legata alla natura umana. I bambini soffrono, così come i giovani, le persone mature e gli anziani. Non esiste età o condizione che possa proteggere dall’incontro con la frustrazione, sempre legata al divario fra bisogni e desideri e ciò che la realtà impietosamente rimanda.

Le varie facce della sofferenza emotiva 

Il dolore psichico varia di intensità; in generale si fa profondo e difficile da gestire quando a subire violenza sono le esigenze interiori di una certa consistenza, come essere accolti, amati e potersi esprimere autenticamente. Inoltre, più  certe gratificazioni sono mancate o sono state instabili durante l’infanzia, più diventa complesso da adulti poter fronteggiare in maniera efficace perdite e  rifiuti. 

Anche la ripetuta esposizione ad eventi luttuosi di vario genere finisce per logorare la capacità di reagire costruttivamente alla fortuna avversa, dando luogo a comportamenti di resa spesso di natura autodistruttiva

Il così detto “farsi del male” costituisce frequentemente l’espressione della potenza del dolore, che, senza argini protettivi di natura psichica,  non può che esondare e trascinare via con sè molta parte dell’esistenza, come un fiume impetuoso che sradica e sospinge nella sua folle corsa tutto ciò che incontra.

C’è poi il fattore soggettivo, che determina già in età infantile la capacità di adattamento a situazioni non ottimali. Alcuni temperamenti sono più inclini ad assorbire il male rispetto ad altri, così che sono più capaci di trattenere il bene, utilizzando le esperienze gratificanti come perni su cui fare leva per crescere e diventare più forti. 

Maggiore è la vitalità di base, più grande è la capacità di mantenere un contatto emotivo e mentale con la bellezza “universale”, spesso balsamo di molte infelicità. Riuscire a vedere e apprezzare le piccole cose della vita, al di là del proprio io e delle sue vicissitudini più o meno fortunate, consente di allargare la visuale e di trascendere la sofferenza individuale. Anche a questo livello c’è un abbandono,  ma esso avviene non tanto nei confronti di ciò che internamente tira giù, quanto ad una specie di spinta cieca alla vita, proveniente da forze ignote che sovrastano e superano la volontà.

La grande esclusa dunque, nella dinamica del vortice distruttivo così come in quella virtuosa della risalita in superficie, è la così detta forza di volontà. Nessuno volontariamente si infila nel tunnel del tormento auto inflitto, così come non si sopravvive ai colpi della vita per qualche decisione presa a tavolino. Qualcosa supera sempre la decisione personale, la ostacola o la agevola come un vento in poppa, illudendo rispetto a un controllo che in realtà è parziale. 

E questo qualcosa ha un che di misterioso. Quando le cose si mettono male potrebbe essere l’inconscio che si pone di traverso non volendo far guarire, potrebbe trattarsi di una debolezza costituzionale, la pigrizia, un sentire che si sintonizza monotematicamente su corde luttuose, un eccesso di autocommiserazione e centratura a senso unico su se stessi, la mancanza di fede,  l’oscuro e imperscrutabile disegno divino. Al rovescio nei casi fortunati si potrebbe trattare di processi riparativi inconsci, di percezioni insondabili che permettono di vedere nella nebbia e di affrontare le navigazioni più difficili.

La cura dell’anima 

Tali considerazioni rispetto alla capacità di auto cura valgono allora anche per quanto riguarda l’aiuto che si può fornire dall’esterno. Va da sé che maggiore è la predisposizione a tornare a galla, più facile è dare un contributo per uscire dall’impasse. L’elaborazione a questo livello trova terreno fertile, e il lavoro con alti e bassi procede con reciproca soddisfazione. 

Il discorso si complica invece sempre di più mano a mano che aumentano i livelli di distruttività. In questi casi spingere a vario titolo sul senso di responsabilità verso se stessi e la vita è altamente controproducente, è come parlare un linguaggio che non è la lingua madre. Ci si può appellare alla fede nei confronti di chi già infondo infondo la possiede, anche verso chi magari la nega ma confusamente  la sente già e si tratta solo di tirarla fuori.

Ma come approcciare chi è sempre in bilico fra vita e morte o come coinvolgere il nichilista puro che si gonfia d’alcol o si uccide di droga o non fa semplicemente nulla di nulla annegando sempre di più  nell’inerzia?  Paziente e terapeuta possono finire per seguire binari propri, senza un punto di incontro fertile. 

Quindi il terapeuta bisogna che faccia piazza pulita delle sue nozioni e convincimenti per lasciare spazio nella sua mente al mistero, al grande enigma che pongono le vite che soccombono con la loro obiezione radicale al Bene.

Spronare alla resistenza  oppure al contrario ammutolirsi lasciando cadere ancora più a fondo nel baratro sono entrambe posizioni sbagliate, che possono venire naturali ai terapeuti perché anch’essi sono persone che a loro volta hanno preso una posizione verso certi temi. Anche accontentarsi di accompagnare, di esserci senza esserci troppo sembra una strategia al fondo passiva, disimpegnata.  

Che fare dunque? Un diffuso detto psicoanalitico imporrebbe di non fare, di liberarsi dall’idea di voler guarire a tutti i costi ecc… Ma la concretezza del lavoro vero, che non si limita ai giochetti mentali che gratificano inutilmente il narcisismo di pazienti e terapeuta, spinge sempre inevitabilmente verso il fare. 

Con le persone in seduta si parla, si fanno domande, si cercano risposte. Con le parole ci si tocca, ci si scontra, ci si fraintende, ci si illumina, ci si riprende, insomma si “fanno” cose molto concrete e tangibili. 

 

Importante appare allora non perdere mai la sintonia con il paziente, proprio soprattuto con quella cosa scomoda che è la sua volontà di distruggersi. E continuare a interrogarla, insieme a lui, stando scomodi insieme a lui, finché, forse, lo sforzo reciproco di condividere l’innominabile vergogna di voler stare male cominci quasi per caso a lasciare spazio ad altro, a sprazzi di anomala serenità.

Male oscuro, Aiuto psicoterapeutico

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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