Perseveranza o ostinazione?

Ostinazione e perseveranza sono sinonimi. C’è però a guardare bene una differenza enorme tra le due tendenze, che ne svela le nature opposte. 

La stessa definizione della parola “ostinazione” nel vocabolario tiene conto della duplicità del termine, presentando prima l’accezione negativa (irrigidimento caparbio di un’idea o di un comportamento) e in secondo luogo quella positiva  (perseveranza, fermezza in ciò che è bene).

Molte persone ritengono la loro testardaggine un punto di forza, confondendola con la tenacia; in psicoterapia possono finalmente realizzare i limiti di tale atteggiamento, cogliendo  tutta una serie di sfumature che infine aiutano a vivere meglio.

Il limite dell’ostinazione

A prima vista dunque l’ostinazione può essere confusa con un atteggiamento virtuoso, quello di chi non molla in vista di obiettivi importanti. L’ostinato in effetti non cede, tuttavia nella sua insistenza egli è accecato dall’egocentrismo e non di rado da un po’ esibizionismo, che lo portano verso una certa inconcludenza e vanagloria. 

La figura dell’ostinazione si accompagna infatti alla rigidità di pensiero e alla scarsa capacità di autocritica. Senza la bussola della flessibilità e dell’umiltà è facile scivolare nella sterilità e vacuità, proprio perché la concezione di sé e delle proprie azioni si scolla dalla realtà dei fatti.

Vengono quindi perpetrate azioni che non portano da nessuna parte, con la presunzione però che siano modalità  prestigiose  e significative quando invece alla resa dei conti sono del tutto infruttuose.

 L’impatto negativo dell’atteggiamento ostinato non lo si vede solo nella vita del singolo, nei suoi vizi, nelle sue manovre autodistruttive e nelle sue debacle personali. 

Molte problematiche in seno a contesti aziendali e comunitari sono riconducibili a tale miopia, tipica delle sfere manageriali  ma anche dei gruppi di lavoro più allargato, incapaci di dialogare proficuamente con l’esterno, con cambiamenti e stimoli nuovi. L’ostinazione porta all’arroccamento su posizioni inefficaci e vane, nella più totale inconsapevolezza o rimozione dell’insuccesso incombente.

La virtù della perseveranza 

Colui che persevera nel bene invece, come dice il vocabolario, è in grado di esercitare la virtù della “fermezza”. La fermezza è qualcosa di diverso rispetto alla cieca tirannia dell’Io che celebra e vede solo se stesso.  

Essa presuppone una forza che non si basa sull’illusione di grandezza bensì sulla coscienza profonda della fragilità e fallibilità. Essere fermi vuol dire “tenere” nonostante le avversità e le difficoltà, senza negazionismi o sottovalutazioni. 

Se nell’ostinazione vediamo lo zampino della maniacalità, ovvero di un’ipertrofia dell’Io chiaramente compensatoria di una sua crepa profonda, nella perseveranza i risultati arrivano non in assenza di problemi, ma grazie alla capacità di tollerare le frustrazioni e di stringere i denti in funzione di una passione che non attinge il suo fuoco dalla volontà di apparire e di venir riconosciuti. 

Spesso nell’ostinazione si vede la volontà bramosa di piacere a chicchessia, la smania di dimostrarsi che “io valgo”.

Mentre nelle storie di coloro che hanno perseverato virtuosamente, sia che siano persone divenute effettivamente famose nel campo dell’arte o della scienza che di uomini comuni dediti a qualcosa che ha un valore, vediamo al centro sempre un grande interesse, un vivo desiderio perseguiti indipendentemente dal prestigio.

Se nell’ostinazione si ricerca la grandezza dell’Io, spesso inseguendo  conferme superficiali ed esteriori e perdendo di vista la sostanza, nella tenacia vera l’Io è come dimentico di sé stesso, perché ha il sopravvento su di lui la cosa che appassiona. 

Tale predominanza dell’oggetto impone sacrifici, ma essi sono sopportati in nome della creazione di qualcosa che fa sentire appagati e realizzati. La disciplina non è solo sacrificale a questo livello, ma diventa un’esperienza bella in sé, un tutt’uno con la cosa che piace, un affinarsi, un piacere quasi infantile di imparare.

Il successo e la visibilità sono l’esito del talento e della fortuna, difficilmente l’obiettivo finale. Chi ama suonare, o fare sport, o fare impresa o chissà che altro non smette perché il successo planetario non arriva, va avanti lo stesso, nel corso di tutta la vita. Ciascuno nel suo piccolo può realizzare imprese e obiettivi  importanti, nel lavoro, negli studi, nel quotidiano più prosaico, anche nell’anonimato. 

L’importante è capire cosa fa stare bene, cosa conta davvero e poi non mollare, non mollare mai, anche quando la fatica è tanta, gli ostacoli sono innumerevoli e la sfiducia porta a inciampare e cadere. 

È banale, ma si impara a camminare proprio cadendo. Così dall’errore e dalla sconfitta si può imparare, sempre. Se non si ha paura di fallire ci si può rialzare e fare; se si resta ostaggio del prestigio si finisce per non fare nulla o intestardirsi in vie sterili che non portano da nessuna parte.

Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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