L’emotività è un sintomo da curare?

Che significa essere emotivi? La psicologia tendenzialmente confonde l’emotività con l’ansietà, considerando dunque il fenomeno come un sintomo da curare.  

In realtà si tratta spesso di due condizioni diverse, che possono avere dei punti di contatto ma che restano fondamentalmente scisse.

Chi è molto emotivo, indipendentemente dal livello di intelligenza e di cultura, vive tutte le esperienze e situazioni in cui si trova in una maniera estremamente intensa dal punto di vista del sentire. 

L’ipersensibilità porta a “sentire” le persone e i contesti, ovvero a intercettare ciò che non è visibile o non viene espresso verbalmente. Il risultato è un’emozione di natura positiva o negativa, che, a causa della sua intensità, può bloccare o far assumere atteggiamenti non adeguati e socialmente non desiderabili.

L’ansia tipica degli emotivi è quindi secondaria a vissuti di segno negativo, nella vita moderna ahimè più frequenti di quelli di segno positivo. 

L’emotivo in determinati contesti relazionali capta con precisione i segnali sotterranei di rifiuto, l’aggressività mascherata da gentilezza, il tentativo di manipolazione  o certe dinamiche di dominio e di asservimento. Li sente con forza e ne è come sopraffatto. 

La sua mente può andare talvolta in una specie di tilt, con conseguente effetto di estraniazione. La realtà può perfino deformarsi lievemente e le percezioni, tendenzialmente precise, si gonfiano e si dilatano, assumendo tonalità eccessivamente fosche.

Al rovescio i vissuti di stampo positivo, l’accoglienza vera e genuina, la convivialità, la bellezza, l’amore ecc… fanno stare immensamente bene, diventando peró il metro di paragone di ogni cosa e rischiando di dare corpo ad uno scontento cronico (per via del confronto continuo fra il reale e l’ideale). 

È chiaro quindi come la forte emotività abbia dei pregi indubbi ma anche dei contro da non sottovalutare. Avere in cura una persona con queste caratteristiche necessita di un approccio che tenga conto della complessità del fenomeno, senza ridurlo a un minus “tout court” ma nemmeno banalizzandone le conseguenze negative.

Come si guarisce?

L’emotivo “guarisce” dalla sua condizione quando impara a conoscerla e ad accettarla come parte del proprio modo di essere.

L’intelligenza può essergli di grande aiuto per analizzare e raffreddare in un secondo momento i vissuti incandescenti, per guardare se stesso con distacco e disidentificarsi parzialmente dalla montata emotiva. 

La percezione negativa di una persona o di un ambiente infatti non resta confinata all’oggetto, ma invade il soggetto stesso, che avverte in sé stesso un malessere  come da intossicazione. 

La razionalizzazione postuma ad un’esperienza emotiva spiacevole è fondamentale per non cadere nella trappola dell’evitamento e dell’isolamento. Certi vissuti possono essere considerati precisi e rivelatori di dinamiche umane non bellissime senza per questo portare al rifiuto totale dell’esperienza. 

L’emotivo migliora quando riesce ad uscire dal ragionamento binario gli altri sono minacciosi – io sono indifeso e comincia a considerare il reale della vita di relazione, ricca di dinamiche a volte desolantemente ottuse che però possono essere affrontate e gestite con leggerezza e humor senza venir ingigantite. Egli deve partecipare al gioco, non sottrarsi, non soccombere sotto l’onda delle emozioni.

L’emotività diventa una risorsa se viene utilizzata come uno strumento che può guidare per capire l’antifona, il mood di un certo ambiente o l’orientamento di una certa persona ma poi diventa fondamentale isolare il tumulto interiore, fare silenzio riconoscendo in seduta stante l’ombra del gigante.

Un passaggio fondamentale per scardinare la logica delle tinte forti, del bianco e del nero tipica delle emozioni travolgenti, è riconoscere l’ambivalenza e acquisire dimestichezza con essa. 

Non solo l’ambivalenza dell’altro, che nei nostri confronti non è mai totalmente amorevole ma nemmeno (salvo rari casi)  totalmente animato da una volontà annichilente, ma soprattutto la propria.

Una certa pace arriva dall’incontro con la complessità del proprio sentire e delle sue radici inconsce, spesso non nobili e cariche di fantasmi del passato.

Figure di riferimento emotivamente forti contribuiscono infatti ad accentuare l’emotività durante l’infanzia, per cui soffermarsi sulle implicazioni del carattere “appreso” del  tumulto emotivo aiuta a dare spessore all’indagine conoscitiva di sé stessi.

La soluzione, per una persona “troppo” emotiva, non è rifugiarsi nella cittadella della “fredda impermeabilità”. Molti emotivi lo fanno, si rinchiudono nel loro mondo e appaiono imperturbabili, silenziosi e neutri in tutte le circostanze. Rispetto a questa  posizione sono  più auspicabili l’esposizione e l’apertura, perché permettono di superare in sé stessi e nell’altro rigidità e prese di posizioni difensive.

Il tutto senza scivolare  nell’idealistica aspettativa che l’armonia emotiva regni sovrana ovunque. I riconoscimenti genuini e solo di cuore sono molto rari. Un correlato dell’imparare a sostare nell’ambivalenza senza averne paura è non solo la limitazione delle proiezioni fosche, ma anche di quelle idealizzanti.

Vedere l’altro per quello che è sgomberando il più possibile il campo dagli effetti confusivi delle emozioni non vuol dire rinunciare alla guida dell’intuizione  e del sesto senso tipici di un approccio sensitivo. 

Come imparare a guidare bene un’auto di pregio, senza venir sbalzati fuori strada ad ogni curva, è il segreto per godere davvero della potenza del mezzo, così acquisire consapevolezza delle emozioni le fa vivere a pieno riducendo di molto il rischio di farsi del male.

Allora si potrà  anche togliere qualche benda che offusca la visione ma verrà mantenuto comunque, accanto ad un approccio più lucido ed equilibrato, l’accordo col proprio sentire più profondo.

 

Disagio contemporaneo

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