Timidezza tra accettazione e superamento

Superare o accettare la timidezza? Il quesito sembra proprio dell’età adolescenziale, eppure il “problema” timidezza si ripresenta ciclicamente nel corso dell’esistenza del timido, anche in età più avanzate.

Spesso un lavoro psicoterapeutico profondo iniziato nella maturità porta a galla la questione, apparentemente superata e diluita grazie all’esperienza di vita. 

Certe problematiche emotive incontrate sul lavoro, nella socialità o nell’abito di una relazione intima possono infatti essere ricondotte alle conseguenze dell’antico conflitto fra desiderio di piacere e timore del rifiuto, tipico della dinamica interiore del timido.

Caratteristiche della timidezza 

Che cos’è allora la timidezza? Essa concerne nello specifico la relazione con l’altro e può accentuarsi nei confronti dell’altro sesso. Non impatta dunque per nulla in condizioni di assenza di contatto diretto, nello studio o in attività solitarie. 

Interiormente si manifesta per lo più con sensazioni di ritrosia e di timore, che si legano alla percezione di una qualche propria inadeguatezza. Esse sono di grado variabile, possono presentarsi in maniera leggera e venire facilmente superate così come impattare pesantemente, portando ad un senso di paralisi emotiva che inibisce la parola e la lucidità mentale. 

L’atteggiamento esteriore del timido di difesa e goffaggine (se non addirittura di nervosismo e desiderio di fuga) contraddistingue il suo tentare di districarsi nei gruppi e nelle situazioni sociali 

Alla base c’è una convinzione inconscia di inadeguatezza, che porta a sabotare i tentativi di espressione e di realizzazione di desideri e impulsi.

Il timido senza rendersene conto cerca nell’altro segni di approvazione, continuamente. Reperirli lo incentiva ad aprirsi mentre non trovarli lo spinge verso la chiusura o l’imbarazzo, il mutismo o il parlare troppo.

Questo forse è “Il” problema al cuore della questione. Relazionarsi con gli altri per tutti quanti strutturalmente comporta non poter raccogliere in ogni momento dei rinforzi positivi. Questo perché le persone sono spesso distratte, concentrate su se stesse oppure semplicemente neutre, in ascolto, in attesa a loro volta di farsi un’idea dell’interlocutore.

Il timido non sopporta questa “normale” sospensione della certezza di essere accolto e non lasciato cadere, concentra inconsciamente la propria attenzione sui feedback dell’altro anziché lasciarsi assorbire da ciò che ha da dire o da esprimere con la propria semplice presenza. 

Egli, anziché lasciarsi andare ad essere ciò che è, si osserva dall’esterno come fosse un giudice, finendo persino per auto giustificarsi o denigrarsi davanti all’altro in uno sforzo preventivo di scongiurarne il rifiuto.

Come trattare la timidezza?

Bisogna allora, nel trattare la timidezza, aiutare a cogliere questo punto, apparentemente banale ma al centro di molta sofferenza interiore.

La dinamica che tiene in scacco implica l’idea  di non valere e il bisogno compensatorio di conferme. Che poi, paradossalmente, quando queste conferme arrivano mandano ancora più in confusione. Subentra uno strano pudore, ritrosia pura di fronte allo sguardo dell’altro poggiato con benevolenza o desiderio.

In terapia tentare di smantellare modalità inconsce e radicatissime di questo genere  è ingenuo e fallimentare. Anche perché alla loro base c’è il temperamento, la sensibilità ipersviluppata, unitamente ad un qualche rifiuto o a una critica troppo feroce subita in età infantile da parte dell’ambiente familiare (che ha minato più o meno radicalmente la sicurezza in sè stessi).

Si sa poi che un’autostima alta è altrettanto problematica, al fondo una difesa che porta frequentemente verso abbagli, arroganza  e debacle non da poco. Chi è troppo sicuro di se stesso compie altri tipi di errori, perché al rovescio non si cura minimamente dell’altro.

Dunque non si tratta di trasformare una carenza narcisistica in un narcisismo, ma di aiutare la persona a vedersi, a conoscersi, a sviluppare una coscienza di sé stessa più ricca e ampia e in parallelo a vedere l’altro sempre di più per quello che è e non per quello che appare. 

Concentrarsi in un lavoro di autocoscienza permette di uscire dalla spirale del “piacere non piacere” , per recuperare  spontaneità e freschezza, per liberarsi dalla gabbia del giudizio. In questo modo si finisce per raccogliere consensi insperati, nella misura in cui si trasmette autenticità. 

Capire poi di non piacere a qualcuno, a qualcuno che magari si ha anche a cuore, così facendo non è nemmeno più troppo doloroso e inibente.

La timidezza in questo senso è qualcosa da combattere e da accettare nello stesso tempo. Combatterla non vuol dire ricercare un atteggiamento sfrontato, errore che molti timidi compiono nel tentativo di liberarsi dall’oppressione. 

Significa piuttosto lavorare nella direzione del “lasciarsi essere” in assenza della barriera rassicurante della solitudine, lasciarsi essere e lasciarsi guardare, come viene, rinunciando al controllo, tollerando i rossori e gli eventuali balbettii, con la fiducia che in ogni caso andrà bene.

Il luogo della seduta terapeutica può in questo senso persino diventare “concretamente” una “palestra” per il timido, che, in presenza dell’altro, è portato a tollerare crescenti gradi di esposizione e di disagio dati dal confronto diretto con lo sguardo e l’imprevedibilità del discorso.

Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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