Gaslighting: modalità, cause e vie d’uscita

Il termine “gaslighting” sta entrando nel lessico comune, spesso le stesse persone in terapia lo utilizzano spontaneamente per descrivere dinamiche manipolatorie tossiche a cui si rendono conto di essere esposte nella loro vita affettiva.

Origine del termine

L’origine va ricercata nel titolo di un’opera teatrale degli anni quaranta, “Gaslight”, resa nota al grande pubblico qualche anno dopo dal film omonimo. 

Nel riadattamento cinematografico Ingrid Bergman recita la parte della vittima di un marito che tenta sottilmente di farla impazzire, spostando oggetti domestici e, per l’appunto, abbassando le luci delle lampade a gas di casa.

Nonostante la donna noti tali cambiamenti la fermezza e perentorietà del marito nel sostenere che lei si sbagli la spinge progressivamente a dubitare di se stessa, delle proprie facoltà e capacità di giudizio. 

Nella fiction il marito ha delle precise modalità d’azione e motivazioni (per i curiosi si rimanda alla visione del film). 

Nella realtà invece quali sono i modi con cui avviene il “gaslighting” e quali moventi (spesso ben coscienti) portano a compiere atti manipolatori finalizzati ad alterare le percezioni e i comportamenti dell’altro? I contesti sono esclusivamente quelli di coppia o si possono estendere anche al campo amicale e familiare? E come fare ad accorgersi se si è vittima di dinamiche simili?

Cause e modalità di svolgimento del gaslighting

Innanzitutto la volontà di controllo insita nel “gaslighting” non è aperta e riconoscibile, ma agisce piuttosto in maniera insinuante, spesso spacciata per qualcosa che viene fatto o detto per il  bene dell’altro.

A questo livello non siamo nel territorio delle manifestazioni eclatanti, delle aggressioni dirette e incontrollate, sanguigne e facilmente individuabili. La persona finisce per dubitare di se stessa, da una parte proprio perché la trappola in cui cade non è immediatamente visibile, dall’altra perché si fida del suo carnefice, lo ama, lo stima o nutre sentimenti positivi nei suoi riguardi.

Infatti, perché si possa parlare di “gaslighting”, la relazione deve essere intima e coinvolgere la vittima in sentimenti importanti d’amore o di semplice amicizia. Il legame è la cornice entro cui accadono i piccoli, sottili abusi comunicativi del manipolatore di questa specie, che consistono generalmente nell’alludere con frasi dapprima ambigue e poi sempre più esplicite e denigratorie ad una supposta labilità emotiva o mentale della vittima.

Il frasario tipico comprende espressioni come “non ho detto questo, hai inteso male come al solito”, “questo non è mai successo, te lo sei inventato” , “ma ti ripigli? Dai, non essere così permaloso” ecc…

L’aspetto che accumuna tutte queste espressioni spesso pronunciate a mo’ di battuta o con tono paternalistico, è la negazione, ovvero il rifiuto nell’entrare in contatto con il sentimento o le ragioni dell’altro. Ascoltare le ragioni altrui ed eventualmente mettersi in discussione non è contemplato.

In più, oltre al tratto negazionista, subentra un fastidioso atteggiamento interpretativo. Il “gaslighter” si mette nella posizione di colui che la sa lunga e colpisce l’altro nelle sue fragilità (o supposte tali) nel tentativo di umiliarlo e renderlo psichicamente impotente e sottomesso.

Si capisce così quale sia la motivazione vera dietro a questi giochetti: indebolire le facoltà critiche dell’interlocutore per renderlo via via sempre più dipendente e grato, infiacchendone la  volontà. Vederlo soffrire non innesca un dispiacere, al contrario gratifica perché  offre la prova tangibile del proprio potere sull’altro.

C’è dunque una sorta di crudeltà gratuita nell’animo di queste persone, un atteggiamento al fondo invidioso e distruttivo. Non solo esse sono incapaci di gioire delle gioie dell’altro, ma vedono pure nella sua libertà di sentire e di esprimersi una minaccia pericolosa.

Vittime e carnefici 

Il principio autoritario è palese, colui che si identifica nell’autorità ha tipicamente bisogno di identificazioni rigide per supplire a un vuoto interiore divorante, ad una stoffa psichica molto fragile. Avere qualcuno da mettere sotto scacco fornisce l’illusione di consistere, di valere qualcosa. Mentre una relazione paritaria, basata sul rispetto e sull’autocritica risulta insostenibile. “Ti schiaccio quindi esisto”.  

I profili possono essere i più disparati, andiamo da soggetti rigidi e inflessibili a quelli passivo aggressivi, dai modi da bravo ragazzo che poi svelano modalità ambivalenti.

In genere il sesso maschile conta più rappresentanti di questa categoria, un po’ per ragioni culturali e un altro po’ per una certa predisposizione innata del maschile verso il dominio e il controllo autoritario. 

La donna, in quanto espressione della potenza vitale, provoca profonda angoscia. Cercare di annientarla psichicamente è la tentazione di molti soggetti con una struttura ossessiva di personalità.

Il disagio psichico della vittima 

Cosa succede nelle vittime e come possono affrancarsi dalla presa soffocante del partner autoritario? 

L’insicurezza cronica, il disorientamento, la dipendenza e infine la depressione sono gli esiti più diffusi. Anche una certa irritabilità fuori controllo rientra nelle reazioni tipiche, apparentemente sembra la più evoluta perché mima una ribellione che però nei fatti non avviene mai, esitando nell’autolesionismo. 

Le donne generalmente, amanti della parola, cercano di farsi capire, di chiedere conforto.  La reazione fredda del partner, che si sottrae e nega decisamente ogni proprio coinvolgimento, fomenta dubbi e perplessità sulla propria persona, sul proprio modo di sentire e vedere le cose.

Progressivamente si instaura la dipendenza con tutto il correlato di depressione e di annientamento di sé. 

In genere il risveglio avviene sull’onda di un evento clamorosamente umiliante, che illumina di senso tutti i piccoli grandi attacchi precedenti. La persona può trovare la forza di farsi aiutare, e da lì sviluppare consapevolezza e una coscienza via via sempre più a tutto tondo.

Il rapporto non necessariamente è destinato alla morte; la maggior parte delle volte è auspicabile la soluzione della separazione.

In circostanze particolarmente complesse, in cui non è da incentivare la rottura perché ci sono ancora delle positività residue nella coppia o per via del rischio di sbandamenti emotivi ancora più gravi, si tratta di trovare delle modalità di resistenza che disinneschino il gioco malato dell’altro. 

A volte un cambio di prospettiva del partner, che si affranca dalla posizione della vittima, può destabilizzare il manipolatore ossessivo e fungere da scossa, da terapia d’urto (il cui esito finale dipenderà da quanto saprà cogliere l’occasione per una svolta personale).

Male oscuro, Aiuto psicoterapeutico

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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