Depressione: il potere curativo della parola
Tutti noi siamo toccati da mancanze, conflitti e vulnerabilità. Credere che possa esistere una condizione di totale benessere e completezza non esposta a minacce è un atteggiamento mentale ingenuo e un po’ folle, purtroppo sempre più fomentato dalla "cultura pop", oggi dilagante sui social, che illude le persone con miraggi di controllo e di eterna giovinezza.
La natura umana, al netto dei progressi della medicina e delle tecniche per prolungare la salute, resta comunque esposta a ferite, perdite e fragilità.
Non riuscire a venire a patti con questa realtà, quella del nostro inevitabile incontro con la sofferenza e la caducità, porta alla disperazione e al negazionismo tramite i tanto diffusi atteggiamenti megalomanici dei nostri tempi.
Un nome della depressione può essere proprio questo rifiuto di accettare la fragilità del nostro essere, rifiuto che nasce dalla convinzione materialistica di essere solo un corpo e che si rinvigorisce ogni volta che ci troviamo di fronte allo scompiglio delle nostre certezze, un inciampo, una delusione o una separazione.
La medicalizzazione della sofferenza psicologica
Il dibattito contemporaneo che concerne la sofferenza psicologica allora, nonostante offra molti contributi sulla depressione, non va al fondo della questione.
Esso si limita a considerarla come un deficit, una malattia da estirpare il più velocemente possibile, un fallimento personale in un mondo che invita all'ottimismo e al pensiero positivo a ogni costo.
Tale approccio tende a medicalizzare il problema e a delegare la soluzione spesso e volentieri agli psicofarmaci, passivizzando le persone con l’idea d’esser malate. Chiaramente nessuna medicina può rivelarsi così potente da riuscire a trattare l’impossibilità di fondo di accettare che la vita sia qualcosa che scorre via, un “divenire” costellato di insidie, sbagli, rotture e involuzioni.
Il depresso trattato farmacologicamente quasi mai guarisce dalla sua condizione, perché al fondo resta impigliato in quel suo piangere ciò che non c'è più. La sua protesta si esprime attraverso la mortificazione e l’indifferenza: se non posso essere e avere ciò che voglio, se non posso essere “come prima” allora meglio non essere e non fare assolutamente nulla.
La svolta soggettiva: oltre il determinismo
Combattere la depressione non significa negare il cambiamento cercando convulsamente delle soluzioni; prendere dei farmaci spesso altro non è che un modo per cercare di cancellare qualcosa che invece non è estirpabile.
Voler risistemare tutto com'era prima condanna all’infelicità permanente, mentre rimettersi faticosamente in cammino nonostante il peso della sofferenza e la devastazione lasciata dalla perdita ha delle chance di riallacciare al flusso vitale interrotto.
Dopo una malattia, una separazione, un lutto la vita cambia radicalmente; integrare l’accaduto come un fatto realmente esistente e impattante apre scenari nuovi, che possono essere esplorati senza il peso del rimpianto o la ricerca frenetica di palliativi.
Questo passaggio di integrazione del “divenire” nel tessuto della propria vita comporta il trasferimento della responsabilità dei propri patimenti da un'entità esterna (la cattiva sorte, il non senso della vita) a se stessi. Capire che tornare a stare bene dipende dal nostro sguardo sulle cose e non da un miracolo esterno crea le condizioni minime per uscire dalla morsa depressiva.
Infatti “aggiustarci” nei cambiamenti, anche quelli meno desiderabili, ci permette di riconoscere noi stessi nonostante che i vestiti belli di una volta non ci entrino più.
Questo approccio sottende una visione non strettamente materialista della vita: essa appare piuttosto come un viaggio durante il quale la nostra vettura è sottoposta a mille accidenti. Eppure il paesaggio, nel sereno così come nella tempesta, resta sempre un privilegio fruibile per il viaggiatore, non coincidendo egli con il proprio mezzo di trasporto.
Il corpo, le passioni e gli affetti non riassumono interamente ciò che siamo; la nostra anima resta sempre un po’ altrove, un po’ spettatrice, e in questo suo distacco sperimenta un grande senso di libertà e di pace che mette al riparo dalla disperazione e fa andare avanti con curiosità anche durante le prove più difficili.
Il potere autentico della parola in psicoterapia
Il verbo, la parola, è lo strumento terapeutico per eccellenza a nostra disposizione per contrastare gli stati luttuosi legati alla perdita.
Bisogna tuttavia farne buon uso, altrimenti essa scade in semplice sfogo fine a se stesso, e può paradossalmente rischiare di peggiorare la situazione. Parlare di fatterelli insignificanti o peggio parlare per lamentarsi sempre di qualcosa o di qualcuno è il modo migliore per non uscire mai dalle sabbie mobili.
Quando invece la parola si fa mezzo per una ricerca autentica dei "perché" più profondi e veri, spesso scomodi e difficili da dissotterrare, essa riesce ad opporre al rifiuto una nuova spinta vitale, una spinta conoscitiva che nutre l’anima anziché infiacchirla.
La psicoterapia e il ruolo del terapeuta
La sofferenza e il vuoto scavati dalla perdita, se accolti, messi in parola e comunicati all’altro, possono essere utilizzati come strumenti per espandere il campo di coscienza e riallacciare così al perduto dinamismo.
La psicoterapia si pone in controtendenza rispetto alla spinta dominante verso un rapido ristabilimento della condizione di partenza. Un terapeuta analiticamente orientato non esorta mai ad "andare avanti" o a"darsi una mossa". Piuttosto offre il suo ascolto per agganciare gli autentici interrogativi della persona in cura, dando la possibilità alla sua voce più intima e spesso inconscia di trovare un canale espressivo.
Nella cura della depressione questo passaggio è spesso complicato dalla difficoltà a mettersi in relazione e a parlare tipica del depresso. A volte la sua chiusura e l'azzeramento dell’energia vitale possono essere di tale portata da determinare una sfiducia nei confronti delle leve nelle mani del terapeuta, ovvero la parola e la relazione. "A che serve parlare", " tanto non cambia niente" sono alcune delle espressioni tipiche con cui spesso i pazienti esordiscono nei primi colloqui o in fasi avanzate della cura. Il rifiuto ad accettare la sofferenza si palesa anche nel rifiuto di parlarne.
Tuttavia la tolleranza dei silenzi, la pazienza, l'accoglienza non giudicante nel tempo conducono chi soffre ad aprirsi e a prendere parola, almeno nella maggioranza delle situazioni cliniche. Le poche parole del depresso hanno sempre un valore enorme, così come quelle dette dal terapeuta.
In psicoterapia il discorso viene costruito da entrambi gli attori, esso assomiglia a una tela che, nel mentre viene intessuta, ricopre via via di senso il vissuto doloroso, dandogli dignità e valore, riportandolo nel campo dell’umano e nella gamma delle sue possibilità espressive.
La parola aiuta così a reinserire l’esperienza luttuosa nell’esistenza, a rientrare nella vita, a riprendere il viaggio interrotto, a portarlo avanti e a valorizzarlo per quello che è, senza più voler tornare indietro.
Depressione e tristrezza possono essere combattute con l'approccio giusto, sempre basato su un legame rinnovato con la parola che cura.
Male oscuro, Aiuto psicoterapeutico , Affrontare il senso di vuoto, Disagio contemporaneo