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Mio padre era depresso: diventerò come lui? Il terrore di averne ereditato il destino

Ivan Konstantinovič Ajvazovskij la tempesta

La depressione paterna: quando il padre diventa un manto di negatività

Capita agli uomini ma anche alle donne, soprattutto in giovane età, quando ancora non conoscono chiaramente se stessi. É il terrore di poter diventare come il padre disfunzionale, spesso depresso, chiuso, assente, senza vita.

E soprattutto arrabbiato. In rimuginazione perenne rispetto a ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Disilluso verso le possibilità dei figli, attorno a cui avvolge il suo manto di negatività e impotenza.

La depressione paterna, rispetto a quella della madre, differisce nell’impatto sulla vita psichica dei figli. Se la madre triste, assente, può minare la percezione interiore della bellezza dell’esser vivi, scavando un vuoto a cui nulla e nessuno sembrano arrecare sollievo, la disperazione paterna consegna alla sensazione protratta di vivere su un vascello in mezzo al mare in burrasca. Si sopravviverà?

Madre e padre: la differenza tra nutrimento dell’anima e stabilizzazione della realtà

Il tono dell’umore materno infatti gioca un ruolo fondamentale nel trasmettere il piacere della vita fine a se stesso. Quando è alto o stabile nutre come il latte: passa negli sguardi accesi, nella voce cristalina, nella cura non meccanica, nei sorrisi, nell’energia che mette nelle faccende del quotidiano, nella stanchezza serale di chi ha molto dato, nella soddisfazione di un altro giorno che si chiude in pienezza.

Mentre se è plumbeo o altalenante avvelena, piano piano, infiacchendo il piacere e la voglia di fare. Lo sguardo perso nel vuoto, le braccia conserte, il lento trascinarsi, la mancanza di forze e di parole.

I figli o le figlie di madri forti, positive, lottatrici è raro che non assorbano queste qualità e non le traslino nella loro esistenza come risorse interiori da cui attingere nei momenti di grandi costruzioni o in quelli della stagnazione o del dolore, inevitabili in ogni vita.

Nella situazione opposta invece essi portano delle tracce della depressione materna in termini di approccio alle cose. Lo stile rinunciatario, il passo indietro, la colpa,  quel pensiero in più che sostituisce l’atto spontaneo, la rigidità di una postura o di un gesto trattenuto costituiscono delle inevitabili eredità, lievi o pesanti come mattoni.

La figura paterna in questi scenari conta moltissimo. Compensa con un plus di vitalità la carenza materna? Quando la madre è viva, s'industria al contrario a mortificarla?

L’incastro delle due figure genitoriali si ripercuote anch’esso sulla prole, va a smorzare o rafforzare il clima emotivo che si respira in casa.

Un paterno responsabile ma non serioso, dinamico ma non maniaco, autorevole ma non autoritario, realizzato nel lavoro senza essere cronicamente assente o eccessivamente attaccato ai soldi e al successo è un dono che va a impattare non tanto sul grado di felicità irragionevole, ma sulla percezione di stabilità e di sicurezza del mondo in cui si vive.

Se la madre è il cibo, il fertilizzante dell’anima, il padre è lo stabilizzatore della realtà. Colui che placa l’angoscia del futuro, che fa sentire che qualsiasi cosa succeda non si morirà. Non solo grazie alla sua presenza protettiva o alla sua conoscenza di come funzionano le cose nel sociale. Ma anche in virtù dell’educazione, che trasmette con l’esempio, senza la pretesa che il figlio sia quello che lui non è.

I no di questi padri ci sono e non sono nemmeno pochi. Però vengono accettati perché supportati dall’approccio che egli stesso ha nei confronti della vita. Un padre che si sottomette alle regole, senza sforare in estremismi di rigore, che si prende degli impegni e li mantiene, che non negozia, che non prega ma indica la strada percorrendola lui stesso, assume un ruolo guida senza passivizzare. Il suo insegnamento non è teorico ma pratico, e viene fatto proprio, come una bussola che piano piano diventa parte di sé e rende sicuri nel cammino esistenziale.

La depressione maschile: perché il padre vira verso la rabbia e l’assenza

All’opposto ci sono i padri problematici. In mezzo, le varie sfumature. In genere la patologia del paterno più diffusa è la depressione, che porta ad atteggiamenti ansiosi, autoritari o lassisti verso i figli, frutto di una sua incapacità di trovare un bilanciamento interiore e un posizionamento stabile rispetto all’immagine di sè.

La depressione che colpisce il maschio vira più verso la rabbia e l’assenza, la chiusura solipsistica nelle proprie faccende più che verso la malinconia e la tristezza manifeste.

Sembrano padri disinteressati, concentrati su loro stessi, egoisti. Ma novantanove su cento non stanno bene sul piano psicologico e reagiscono abdicando ad un ruolo, quello genitoriale, che sentono come troppo gravoso e pesante.

Il disimpegno del padre in famiglia è un classico quando la vita, secondo loro, non è andata come doveva andare. Allora si buttano a capofitto negli studi, negli hobby, con accanimento, come a voler recuperare un tempo perduto, sottratto dai doveri familiari e dai bisogni dei figli.

Non sono rari i padri che colpevolizzano direttamente i figli di essere nati, di essere come dei parassiti che ne erodono il tempo libero e inibiscono le possibilità di crescita economica. Anziché gratificarli, si impegnano fin dallo loro tenera età ad abituarli alla frustrazione e al castigo, tanto perché imparino in fretta che la vita è brutta, dura e aspra.

Diventerò come mio padre? Le conseguenze psichiche su figli e figlie

Quali conseguenze? Nelle femmine un senso di non essere abbastanza amabili, la ricerca futura di un uomo che gli somigli, da conquistare senza mai riuscirci. Non di rado si sentono dire dalla madre che sono uguali a lui. E anziché essere orgogliose di aver ereditato qualcosa del suo temperamento, non certo tutto negativo, dubitano ancora una volta di se stesse.

Nel ragazzo il discorso si sposta sull’eterna insicurezza rispetto al fare, l’ansia di sbagliare, di fallire, di realizzare il pronostico formulato dal padre: come io non ce l’ho fatta, tantomeno riuscirai tu a farti una vita. Il negativismo si tramuta in paura di osare, di fallire. La narrazione disfattista inibisce, minaccia di bloccare nelle relazioni e negli studi, come una profezia che si auto avvera. E può accadere ad un certo punto, per rivalsa, di diventare l’opposto di questa figura ingombrante, rifiutandola e temendo di averne assorbito un virus non eradicabile da sé.

Se il lato oscuro materno è bilanciato dalla vitalità paterna avremo persone che potranno risolversi, così come viceversa quando l’anomalia paterna è compensata da una regolarità nel campo del materno.

Le situazioni peggiori e più sfidanti sono quelle in cui entrambi i genitori non stanno bene sul piano della depressione conclamata o mostrano una chiara predisposizione al suo sviluppo. Allora è importante che figure sostitutive, come nonni, amici, zii o insegnanti forniscano l’immagine di adulti, se non risolti, capaci di apprezzare chi sono e ciò che hanno e di andare avanti nel quotidiano con fiducia. In questo modo in genere si apre uno squarcio nel lenzuolo uniforme dei modelli genitoriali disfunzionali.

Uscire dall’ombra: come la psicoterapia rompe il cerchio dell’eredità paterna

In seduta come psicoterapeuti siamo in grado di notare gli aspetti ereditati dal genitore disfunzionale senza confondere il soggetto con l’altro che lo ha cresciuto. Ci capita spesso di rassicurare le paure di essere uguali a lui o a lei, e di fornire prove oggettive del salto generazionale avvenuto, mostrando anche le difese e le consapevolezze che segnano un solco netto di differenza.

Importante poi, nel lavoro di revisione delle figure genitoriali, riabilitarne anche i pregi, non tanto ai fini della negazione della complessità, ma per riconoscere, dietro ai torti subiti, l’umanità e la costituzionale imperfezione dell’essere umano.

Un lavoro ben fatto di psicoterapia porta, dopo magari un periodo di intensificazione della rabbia, all’accettazione e all’integrazione di ciò che è stato, sbloccando da una posizione rivendicativa, che non porta mai a niente.

Rapporto genitori figli

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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