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Psicoterapia e farmaci: perché la cura combinata è essenziale nel malessere mentale grave

Il dipinto 'La colonna rotta' di Frida Kahlo: autoritratto dell'artista con il torso aperto che rivela una colonna frantumata e un corsetto ortopedico bianco, metafora della fragilità biologica e del supporto necessario nella cura del malessere mentale.

La difficoltà di accettare il supporto farmacologico

Accettare di affiancare la psicoterapia a un cura farmacologica per molte persone che patiscono una sofferenza emotiva pesante non è per nulla semplice. 

Non stiamo parlando di malesseri passeggeri, reattivi, dovuti magari ad eventi di vita stressanti come perdite o lutti. E non è nemmeno il caso del ripiegamento su se stessi dovuto a persistente lamentazione, resa inerziale ai famosi vantaggi secondari all’esser fragili e malati. Sono da escludere anche le problematiche della personalità, in cui l’aspetto manipolatorio gioca  un ruolo centrale nel mantenimento dei comportamenti disfunzionali. 

Oltre il trauma: la realtà della biologia cerebrale

Il riferimento qui è a tutte quelle condizioni che non derivano da nulla, se non da un’esasperata sensibilità di determinati meccanismi cerebrali nonché da una carenza o un eccesso di specifici neuro trasmettitori. Gli approcci che fanno derivare tutta la fragilità psichica da dinamiche infantili o traumatismi, perdono di vista la realtà della biologia. Si può avere in dotazione fin dalla nascita un organo non perfettamente bilanciato nel suo funzionamento. Che magari in determinate condizioni “protettive” manifesta soltanto uno squilibrio lieve e rivela invece la sua fragilità dove questi fattori compensatori vengono meno. 

Il peso della genetica nelle patologie gravi

Certi tipi di depressione, di autismo o di psicosi sono legati a una genetica sfavorevole, così come avviene per qualsiasi malattia che affligge l’essere umano. Trattare il malessere mentale grave come una malattia non vuol dire etichettare la persona, anzi, tutto il contrario. Significa sollevarla da inutili sensi di colpa. 

Superare il pregiudizio e il mito della forza di volontà

Purtroppo, nella nostra società, al netto dei progressi della medicina e della tecnica, esiste ancora un pregiudizio, duro a morire, per cui se non si riesce a risolvere un problema di natura emotiva con la sola forza di volontà significa che si è persone deboli o dipendenti. Prendere atto di patire di una forma di sofferenza mentale profonda non significa affatto condannarsi all’idea di essere rotti o sbagliati. Vuol dire comprendere di avere in se stessi uno squilibrio biochimico che, con adeguati accorgimenti, può essere efficacemente contrastato e compensato. 

La sinergia tra farmaci e psicoterapia

La cura farmacologica, proprio perché la mente non coincide con il cervello, non fa mai miracoli, ma consente di calmare le acque quando si fanno troppo tempestose. Lo psicoframaco in psicoterapia non lavora contro o in alternativa al lavoro psicoterapeutico, bensì in sinergia con esso, massimizzandone l’efficacia. La porosità al lavoro di parola aumenta, come per effetto della diminuzione di un carico logorante. Le modificazioni introdotte dalla psicoterapia diventano più stabili, attecchiscono meglio, come su un terreno più fertile e pronto ad assorbire i nutrienti. 

Quando il dolore diventa parte della personalità

Tuttavia la resistenza in molte situazioni resta alta e impermeabile a questa logica pragmatica. Le ragioni sono varie.

Intanto il dolore psichico, anche quello di alto grado, proprio perché influenza la percezione di se stessi, può essere ritenuto parte integrante della propria personalità, e diventa quindi paradossalmente difficile rinunciarvi.

L’esasperazione di certe emozioni o dinamiche comportamentali può avere perfino dei risvolti funzionali, nel lavoro e nella sfera artistica. La creatività può essere accentuata da stati dell’animo complessi, anche se questi ultimi non ne sono affatto la causa. Stesso discorso per l’intelligenza. Una forma maniacale può in effetti far sostenere sforzi di concentrazione e di elaborazione delle informazioni enormi, ma da sola non è in grado di costruire nulla. 

Il falso mito dell'autosufficienza e la "salute alternativa"

Capire che la personalità non viene stravolta da un acquietamento del moto ondoso, che si continua a essere se stessi, in una versione addirittura più autentica perché non affossata dal peso del dolore, non è cosa facile. Il mito del “ce la devo fare da solo” è ancor oggi diffusissimo, anche quando il farmaco significa qualità di vita.

La cultura salutista attuale rema decisamente contro il buon senso della cura. Il business della “salute alternativa” è perfino peggiore di quello delle aziende farmaceutiche. Nonostante siano brutalmente orientate dal business, queste aziende sono comunque "costrette" a lavorare in maniera rigorosa. La ricerca clinica, ovvero la fase di sperimentazione dei farmaci sull'uomo,  infatti avviene all’interno degli ospedali attraverso protocolli clinici rigidamente monitorati. 

Paura, stigma e rifiuto della cura

Volercela fare senza aiuti, anche quando la vita diventa oggettivamente un inferno, si basa sulla paura. Dello stigma, dei possibili effetti collaterali, dell’idea complottista che i farmaci siano veleni smerciati da un sistema corrotto, ma soprattuto della consapevolezza piena del proprio male.

Se esistono numerose situazioni di abuso sconsiderato di farmaci, nonché di cure farmacologiche impostate in maniera superficiale ed errata, esistono ancora professionisti seri e capaci di inquadrare correttamente la problematica e di identificare la cura più adatta. 

Accettare l'Io e il sostrato biologico

Quindi la resistenza numero uno è costituita dall’accettazione che qualcosa internamente non va al di là del proprio controllo. É una questione che riguarda l’Io. Che confonde se stesso con il proprio sostrato biologico. La cosa più difficile da capire è che siamo ospiti del nostro corpo, non coincidiamo con esso. Così come i pregi e i difetti delle sue funzioni fisiche e psichiche non dipendono da noi, sono doni o sfortune della nostra genetica. 

Il senso del dolore e l'esperienza della guarigione

Qualcuno ogni tanto sostiene che anche il dolore vada sopportato in quanto manifestazione di una volontà suprema. A mio modo di vedere il dolore non va affatto disprezzato come possibilità dell’esperienza umana, ma credo che non possa e non debba essere visto come un fine in se stesso. Chi conosce il dolore, quello vero, ne può trarre insegnamento anche se trova il modo di renderlo più umano e più gestibile.

Anche l’esperienza della guarigione, essere stati male e poi esserne usciti, è maestra di vita. Perché andrebbe considerata di serie b rispetto alla stoica sopportazione? 

La depressione come ostacolo alla cura

A volte, soprattutto nei casi di depressione malinconica, il rifiuto di curarsi con i farmaci è effetto della depressione stessa, che agisce come un fumogeno insidiosissimo, che fa scambiare per lucida una visione alterata dal filtro del negativo.

Ritenere ogni forma di salvezza impossibile è la convinzione di molte menti alterate dalla perdita di speranza, sintomo chiave della depressione. Senza parlare della colpa, altro sintomo tipico. I due concorrono alla costruzione di un delirio di rovina, per cui non può esistere altro che male e dolore su questa terra.

Si può sviluppare l’idea che la propria sofferenza sia un vizio, proprio per il suo non essere reattiva a nulla. Si guarda alle grandi disgrazie della vita degli altri senza cogliere che anche lo star male senza motivo è una sfortuna che ha la stessa dignità di quelle universalmente assodate come tali. 

La sfortuna biologica e il delirio di colpa

E la sfortuna è sfortuna, non ne ha colpa né chi ne è colpito né gli altri, nella misura in cui noi non ci facciamo da soli ma dipendiamo da qualcosa o qualcuno, che sia Dio, il fato, la natura ecc…, che ci ha progettati. Perché Dio ha previsto l’errore? Il difetto? Il male? Forse per svegliarci alla sua esistenza, ma non certo per il gusto sadico di torturarci.

Usare la violenza del malessere come via di conoscenza non significa doverla sopportare come unica possibilità esistenziale, né spingere a vedere nel suicidio l’unica via d’uscita. Il delirio di colpa visto da vicino è una forma di megalomania, il miraggio del super uomo forte che si fa da sé e che non ha bisogno di nessuno. Quando invece abbiamo disperatamente bisogno di aiuto, tutti noi, perché siamo interconnessi, intrecciati come i fili che costituiscono la trama di un maglione. 

Il ruolo dei clinici e la costruzione della fiducia

L’alta dotazione intellettuale, quando si associa a questa dinamica, non aiuta perché riesce a sviluppare ragionamenti sensatissimi a partire però da premesse errate. E smontarli non è semplice, perché si dovrebbe trovare un modo per agganciare la tesi di fondo e smontarla, piano piano.

Senza contrapposizioni o prese di posizione ricattatorie, del tipo “o ti curi o non ti seguo più in terapia”. Come clinici di fronte al rifiuto della cura farmacologica dobbiamo porci con rispetto. Il nostro lavoro è quello di manovrare sempre in funzione del bene, senza però aspettative eccessive e comprendendo le posizioni più disperate che si offrono al nostro sguardo.

Un paziente se lo vogliamo guarire a tutti i costi lo capisce e se ne va. Così perdiamo entrambi un’occasione, noi quella di guarire e lui quella di essere guarito. Pazienza, accoglienza incondizionata, dialogo argomentativo, a volte persino monologhi veri e propri possono alla lunga aprire qualche porta rigidamente chiusa.

La fiducia è un velo sottile, il nostro compito è coltivarla come una fragile piantina, sapendo che potrebbe acciaccarsi e morire a dispetto della nostra cura. Così come sorprenderci e rifiorire dopo un lungo inverno di morte apparente. 

Male oscuro, Aiuto psicoterapeutico , Guarire dai sintomi, Aiuto farmacologico

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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