Psicoterapia: perché capire tutto non basta per cambiare?
Perché capire tutto di te non ti aiuta a cambiare?
Spesso le persone arrivano in psicoterapia già pregne di concetti riguardo se stesse. Hanno capito di essere in questo o in quell’altro modo e sono molto brave sia nell’argomentare che nell’individuare la causa delle loro difficoltà.
Queste pre-interpretazioni tuttavia non sono sempre segni premonitori di un percorso che porterà sostanziali trasformazioni, soprattutto nei casi in cui esse fungono da tappo per non incontrare la sofferenza vera, quella che viene dalla pancia e dalle emozioni.
Gli psicoterapeuti mediamente sanno che l’eccesso di attività di pensiero è nemico dell’analisi, e dunque non si illudono che il mero lavorio mentale possa portare dei frutti in termini di interruzione delle ripetizioni tossiche che impediscono il cambiamento.
L’ostacolo dell’intellettualizzazione e della razionalizzazione
L’elucubrazione mentale è un atteggiamento difensivo che in gergo tecnico si chiama intellettualizzazione. Lo dice la parola stessa: tutta la questione di cui si parla viene portata sul piano intellettuale, eludendo il vissuto. Si teorizza sui propri mali anziché riviverli nel qui ed ora della terapia. Così il grumo di sangue che si annida nel profondo dell’essere non viene mai sputato fuori, viene piuttosto descritto con dovizia di dettagli senza essere minimamente smosso da dove si trova.
Allora un paziente che, mettiamo, abbia una madre intrusiva e anaffettiva, potrebbe essere capacissimo di descriverne minuziosamente gli atteggiamenti senza mai versare una lacrima o esprimere un moto di stizza o di dolore rispetto all’aver dovuto subire un trattamento del genere durante l’infanzia.
La dinamica va distinta dalla razionalizzazione, che viene usata a posteriori nei confronti di certe condotte, pensieri o avvenimenti che hanno fatto soffrire con lo scopo di trovare una loro giustificazione più accettabile in termini morali o di amor proprio. Il dolore primitivo viene schivato anche in questo caso, ma in altra maniera, attraverso una riduzione delle motivazioni vere alla base della sofferenza.
Ad esempio un ragazzo che viene rifiutato ad un colloquio di lavoro potrebbe razionalizzare l’accaduto dicendo che tanto quel lavoro non gli interessava. La sofferenza per essere stato scartato viene così tenuta lontano, con effetti protettivi ma depauperanti rispetto all’incontro con la propria realtà psichica.
L’importanza del contatto con la realtà psichica
In entrambi i casi appare chiaro che se ci difendiamo troppo dall’incontro con i nostri dolori ci allontaniamo da noi stessi e così, senza la risorsa dell’auto consapevolezza, finiamo per vivere come dei ciechi che brancolano nel buio e che inciampano di continuo, magari sempre sugli stessi punti.
Nel caso del ragazzo con la madre tossica gli sarebbe molto utile tirar fuori in seduta la sua disperazione, invece che parlarne come se stesse tenendo una conferenza sulla madre frigorifero. Questo perché a quel punto, messosi in contatto con la sua parte infantile ferita, potrebbe avviare una serie di pensieri non guidati dalla mera razionalità ma dal suo inconscio. Ciò lo metterebbe in contatto con verità in grado di aprire i suoi orizzonti. La catena di ripetizione, ovvero ricercare donne sistematicamente identiche alla madre, potrebbe così spezzarsi.
La situazione del giovane scartato al colloquio aprirebbe scenari interessanti se lui si mettesse in rapporto con la ferita narcisistica aperta dal rifiuto. Sarebbe un’occasione perfetta per la sua maturazione emotiva, potrebbe portare verso la fatidica domanda: cos’ho sbagliato? Rispondere lo aiuterebbe moltissimo in termini di autocoscienza, e dunque a cascata lo agevolerebbe nella vita, nell’affrontare i colloqui successivi e in generale nel rapportarsi agli altri secondo modalità non egocentriche.
Si capisce allora come, affinchè una psicoterapia funzioni, sia necessario mettersi faccia a faccia con se stessi e avviare un percorso di "metalizzazione" non difensivo. Per farlo sono necessarie due cose: una buona alleanza con il terapeuta, davanti al quale ci si può permettere di mettersi a nudo, e molto, molto coraggio.