L'intuizione clinica e il lavoro della mente in psicoterapia
La funzione del silenzio e l'ascolto profondo
In psicoterapia il silenzio del terapeuta ha una funzione fondamentale. Permette la ricezione da parte della sua mente di tutto il materiale che gli arriva dall’altro, verbale e non verbale, e il suo smistamento in elementi rilevanti e non rilevanti ai fini della comprensione profonda della situazione del suo assistito. Questo lavoro consente di dare forma all’informe e orienta la restituzione al paziente, qualora sia possibile.
Inoltre richiede tempo, vedere cosa si nasconde dietro i dubbi, le convinzioni o le evidenze portate in seduta è un processo analitico complesso, che adatta la conoscenza del funzionamento della mente profonda alla condizione unica e non ripetibile di una specifica persona.
Il processo intuitivo e i pattern dell'analista
Ma la mente del terapeuta, oltre che analitica, è anche capace di compiere dei salti logici e di procedere per intuizione, ragion per cui non valuta sempre ogni singola variabile ma salta alla conclusione vedendo la struttura d’insieme.
Dopo aver scansionato un problema il cervello dell’analista recupera istantaneamente pattern memorizzati in passato e crea un’associazione tra la situazione attuale e un’esperienza precedente. In questa esperienza precedente c’è moltissimo materiale, l’insieme di teorie della mente, di casi già visti, di residui di vissuti personali e perfino di emozioni. L’analista, a differenza del medico, deve essere dotato di sensibilità emotiva, sente l’altro, ne percepisce a pelle il dolore, lo smarrimento, ma anche la superbia, l’estrema disponibilità verso gli altri o la caparbietà.
Già nell’arco della prima seduta è così possibile identificare in maniera precisa alcune questioni rilevanti e farle vedere al paziente, proprio grazie a tale abilità.
L'umiltà del metodo e la "mente del principiante"
Questo fare associazioni ultra rapide fra il presente e un database enorme di dati naturalmente è soggetto ad errore, e viene quindi sempre maneggiato con cautela, oltre ad essere bilanciato da un’attività mentale più lenta e riflessiva che coglie le sfumature della situazione irripetibile di quella singola persona.
I grandi analisti del passato non a caso suggerivano di accogliere un paziente sempre come fosse il primo, cercando di restare senza memoria e senza desiderio.
Personalmente amo molto questa massima, e tendo a controllare i miei processi intuitivi per non far loro prendere il sopravvento sull’ascolto di quella che potrebbe essere un’obiezione o una deviazione di qualcosa di già visto mille volte. Il rischio di affidarsi troppo a meccanismi rapidi è quello di incasellare un soggetto in uno schema.
Preferisco allora usare l’intuizione come ipotesi, non come verità, in modo che, procedendo nell’ascolto, io possa utilizzare il metodo analitico come strumento per monitorarla criticamente.
In psicoanalisi l’attenzione liberamente fluttuante consente alle associazioni di emergere nella mente dell’analista. Ma poi è la funzione analitica a filtrarle. Quando si è terapeuti molto esperti bisogna sempre sforzarsi di vedere ciò che non si sa. Bisogna cioè lavorare con la mente del principiante, molto scrupolosa proprio perché meno supportata dall’esperienza.
Sottoporre le associazioni al vaglio della mente razionale è un atto di umiltà che però ripaga nel lungo, quando, insieme al paziente, viviamo quei piccoli momenti di soddisfazione dovuti al fatto di esserci accostati al vero.
Dall'insight solitario alla mentalizzazione condivisa
L’intuizione è come una piccola sonda che scandaglia gli abissi: se essa risuona il paziente compie il famoso insight e il lavoro accelera. Se è falsa o non centrata completamente non è un fallimento, ma uno stimolo a procedere nel suo raffinamento. L’atto solitario del terapeuta in seduta però è bene che si trasformi nel tempo in un processo intersoggettivo, per evitare che la verità sia calata dall’alto e per far sì che diventi piuttosto un oggetto transizionale, ovvero un’ipotesi di lavoro condivisa.
Un’interpretazione viene offerta, viene preceduta da un “forse”, e può anche essere sbagliata. Siamo umani e non computer.
L’atteggiamento oracolare in terapia è pericolosissimo, perché fomenta le fantasie del paziente rispetto al nostro essere onniscienti e sempre pronti a snocciolare verità dall’alto. E se noi siamo onniscienti lui resta passivo e non cresce, rimanendo in una condizione infantile di perenne attesa dall’altro.
E come un terapeuta viene idealizzato, può parimenti cadere da un momento all’altro nella polvere, ed essere buttato via come un giocattolo rotto se smette di sciorinare idee interessanti.
L’attesa di risposte illuminanti è antiterapeutica, proprio perché la psicoterapia efficace si basa sullo sviluppo da parte del paziente della metacognizione, ovvero della capacità di osservare serenamente il proprio processo associativo e di procedere autonomamente nell'analisi.
Si tratta di una mentalizzazione condivisa. Il terapeuta offre la sua mente come uno spazio in cui l’altro può vedersi riflesso, e allo stesso tempo vedere come essa opera. L’offerta del terapeuta assume allora il valore di proposta, non di giudizio di valore, che può essere vagliata e scartata se sentita come non vera, senza che il proseguo del lavoro ne risenta in alcun modo. Essa è una possibilità da esplorare insieme, in libertà.
Il sentiero della trasformazione non lineare
Poter perdersi, è un lusso che ci si può concedere in pochi luoghi, e la terapia è uno di questi. Il percorso infatti non è lineare, si torna mille e mille volte sulla stessa cosa, ci si gira e rigira intorno, ogni volta cercando di strappare un brandello di verità al reale inconoscibile e rimosso che ha creato le difese e i dolori della nostra esistenza. Con pazienza rispetto dei limiti umani di entrambi.
L’obiettivo di un lavoro terapeutico lo potremmo riassumere come: illuminare i punti di opacità del nostro passato e del nostro presente, andando oltre l’evidenza, il già pensato e il già saputo.
E ciò non può essere fatto solo dall’analista, in poche sedute, e nella linearità più assoluta. Ogni percorso attraversa difese, resistenze, fatiche, noia, tentazione di lasciar perdere. Ma se c'è allenaza terapeutica, se le due menti lavorano bene insieme, sono allineate nella ricerca, allora non si finisce mai in un vicolo cieco. L’intuizione, anche quella fuori strada, può diventare un momento di verità, permette al paziente di crescere, di differenziarsi, di dire “no, io sono altro” e all’analista di calibrare meglio la sua bussola.
Purtroppo ai nostri giorni sta prevalendo un approccio passivo alla terapia, interpretata come macchina a gettone di frasi fatte a cui aggrapparsi nei momenti no o come bacchetta magica che risolva senza fatica i conflitti radicati in anni e anni. Molti approcci terapeutici si adattano a questo aspettativa, che però è fatalmente destinata alla banalizzazione o allo scacco. Solo la volontà di mettersi in gioco e di andare oltre l’ovvio ci può avviare verso una sostanziale, anche se sofferta, trasformazione interiore.