La sensibilità emotiva dell'analista

Christopher Bollas, notissimo psicoanalista "indipendente" della British Psychoanalytic Society, nel suo "L'ombra dell'oggetto" dedica un intero capitolo a quelli che chiama "usi espressivi" del controtransfert. In psicoanalisi il controtransfert indica i pensieri, le percezioni e gli affetti ingenerati nell'analista durante l'ascolto analitico, ovvero la sua reazione emotiva al paziente. All'interno della comunità psicoanalitica allargata non c'è unanimità rispetto al suo valore e all'uso che se ne può fare nel corso dell’attività clinica.

È un tema su cui molti illustri psicoanalisti si sono espressi, dando luogo a derive e irrigidimenti ideologici. Jacques Lacan ad esempio non si è espresso a favore dell'uso del controtransfert, ma a leggere bene la sua è una presa di posizione nei confronti dell'uso "selvaggio" della soggettività dell'analista, per sua stessa ammissione non eliminabile in una cura.

Lacan non amava le pratiche che, enfatizzando a senso unico il vissuto emotivo del terapeuta, finivano per svilire la parola dell'analizzante, inquinandola e lasciandola di fatto inascoltata. Egli però pensava che l'essere del curante giocasse una parte indiscutibile nel lavoro, parlava infatti di "necessaria" implicazione dell'analista. Tuttavia era comunque più per la neutralità e per il silenzio, al fine di lasciare il più possibile fluire il discorso senza interferenze. Ma non credeva certo che si potesse ipotizzare una neutralità pura, asettica e scientifica. Purtroppo un certo lacanismo continua a pensarla così la funzione dell'analista, una mera funzione logica, disumanizzata e, per certi versi, disumanizzante.

Christopher Bollas è un teorico a favore del contro transfert, pensa cioè, soprattutto per le situazioni che comportano notevoli resistenze e quote rilevanti di sofferenza, che la comunicazione al paziente delle intuizioni del curante sia non solo preziosissima, ma fondante il processo analitico stesso.

Per uno psicoanalista contemporaneo i suggerimenti di Bollas sono fondamentali perché aiutano nella pratica con l'uomo di oggi, in difficoltà con il linguaggio e la traduzione in pensieri compiuti dell'esperienza interna. L'aiuto da parte del terapeuta, la sospensione della sua neutralità (di per sè impossibile) non si traduce certo in una scarica irresponsabile degli affetti del curante ma fa da ponte per recuperare il così detto "conosciuto non pensato", ovvero quegli elementi della vita psichica rimasti oscuri, inarticolati.

Bollas ricorda come sia stato Freud stesso a dire che l'analista "deve rivolgere il proprio inconscio come un organo ricevente verso l'inconscio del malato che trasmette" . Si tratta dunque di una "sensibilità emotiva" che segue i movimenti e le fantasie inconsce del paziente, e che fa sì che il primo accolga le intuizioni, i pensieri e le immagini che provengono dal suo interno nel mentre è immerso nell'ascolto.

Così facendo può completare le libere associazioni del paziente, facilitandogli l'accesso all'inconscio conosciuto sì, ma ancora non pensato, non elaborato, non assimilato. Ne deriva l'apertura di uno spazio interno, "potenziale", che permette un dispiegamento più ricco e articolato del discorso. Cosa che rischia di non avvenire se prevale la nozione ideale della neutralità mentale assoluta o del distacco scientifico. La parola rischia di collassare su se stessa, se incontra un vuoto di accoglienza.

L'analista come paziente di se stesso

È suggestiva l'immagine dell'analista come secondo paziente nella cura; essa ci fa capire l'importanza che Bollas attribuisce alla disponibilità a farsi toccare dal paziente. Tale coinvolgimento rende necessariamente "malato" il curante perché lo influenza, lo disturba, lo mette in contatto con parti di sè che sono state o sono tutt'ora malate, vulnerabili.

L'analista davvero analizzato e tranquillo della sua identità potrà sostenere questo turbamento e viverlo come in una "scissione generatrice". Da una parte c'è la ricettività ai vari gradi di pazzia, dall'altra un essere sempre presenti, vigili e pronti a contenere la parte di sè necessariamente malata. Questa sorta di malattia temporanea fa sì che molta parte del lavoro la faccia proprio l'analista; nel trattare se stesso si occupa anche del paziente.

Molto istruttivo è anche il richiamo all'umiltà e alla responsabilità nelle cure. Ciò che sente l'analista in risposta al paziente è dovuto a ciò che viene proiettato in lui o si tratta di sue reazioni soggettive? Chi si è, cosa si deve essere per il paziente? Bollas insegna la virtù della pazienza: ci vuole tempo per capire definitivamente queste cose, all'inizio conta un'intuizione prudente. La capacità di sopportare l'incertezza, di perdersi nell'ambiente in evoluzione dell'altro è una vera e propria responsabilità clinica, perché fa sì che il paziente sia libero, non venga rinchiuso in definizioni e pre concetti e possa manipolare e usare a piacimento l'analista. Come ci sentiamo usati? Il paziente genera in noi il sentimento necessario, sostiene Bollas.

L'uso analitico del soggettivo

Dunque la soggettività dell'analista (e non la sua autorità!) appare come il vero motore del processo di rappresentazione del paziente: attraverso la comunicazione dei suoi processi interni lo collega a qualcosa che ha perso dentro di sè, facendolo andare avanti e più a fondo nelle libere associazioni. Come dice Winnicott l'analista deve “giocare” con il paziente, presentargli un'idea come un oggetto che deve passare avanti e indietro tra loro e se risulta utile, conservato.

Questa è una notazione importantissima perché marca un certo tipo di interpretazione, molto diversa sia da quella lacaniana che da altre più squisitamente esplicative. Se l'analista lacaniano "classico" allude, sottolinea, e quando parla è lapidario, quasi "oracolare", Bollas suggerisce una strategia più morbida, meno equivocabile.

Essere soggettivi permette di non essere percepiti come coloro che decretano la verità ultima sul soggetto a partire dalla versione ufficiale della psicoanalisi. Significa proporre le intuizioni e i pensieri come oggetti soggettivi da offrire con garbo al paziente, senza metterlo alle corde.

Vuol dire far precedere il tutto da un "mi viene in mente che..", " pensavo che..", al fine di fornire un sostegno nel difficile e sfidante gioco di traduzione dell'inconscio.

 

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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