Non conosciamo mai la nostra altezza

In “Non conosciamo mai la nostra altezza” Emily Dickinson condensa in immagini una dinamica psichica ben nota agli psicoanalisti, l’indietreggiare passivamente di fronte alla responsabilità.

La paura di essere dei re” indica per l’appunto tale rifiuto di mettersi in gioco. Il re è la figura, il simbolo  della responsabilità, è colui che decide senza sottomettersi a nessuno e che assume i rischi dei suoi atti. Può essere stimato e odiato, perché si espone al giudizio, ma la sua condotta non ne è influenzata, tale è la sua indipendenza. Resiste all’odio e all’adulazione, nonostante il prestigio dato dalla sua condizione, mantiene un equilibrio e una lucidità che lo fanno andare oltre i suoi interessi particolari. Il suo orizzonte è etico.

Ora l’essere umano spesso preferisce una vita curva su stessa, priva di eroismi, volta a non perdere nulla, piuttosto che provare a realizzare nel quotidiano qualcosa che somigli al lavoro di un re, qualcosa che davvero valga la pena su un piano più alto rispetto ai propri infimi interessi. “L’eroismo che allora recitiamo sarebbe quotidiano, se noi stessi non c’incurvassimo di cubiti”.

Dunque l’uomo frequentemente sceglie di essere “servo” piuttosto che “padrone”, perché ha paura, teme di rischiare, vuole essere lasciato in pace. E così facendo si ammala, volendo preservare la vita dal rischio della morte dà luogo ad  una “morte in vita”.

È la depressione, la “viltà morale” di cui parla Jacques Lacan, il “peccato” di  smettere di desiderare, di cercare vie per realizzare qualcosa che dia un senso. Obbedire servilmente a qualcun altro ripara dall’incertezza e dalla tensione, ma lentamente uccide la soggettività, fomentando odio e rancore, attesa  invidiosa della morte del re.

Se siamo fedeli al nostro compito arriva al cielo la nostra statura” dice la Dickinson. Essere fedeli al proprio compito significa non cedere su talenti e aspirazioni, vuol dire assumere la responsabilità di metterli a frutto perché essi ci sono stati dati proprio col “compito” di svilupparli e donarli generosamente  alla comunità.

Qui riecheggia il concetto lacaniano di Legge del desiderio: c'è una Legge insita nel desiderio stesso.  Desiderare non è andare dietro alle infatuazioni del momento ma portare avanti energicamente e disciplinatamente  convinzioni ed azioni anche quando tutto sembra perduto.

Allora “arriva al cielo la nostra statura”, non perché ci esaltiamo narcisisticamente di noi stessi. La statura qui va intesa come dispiegamento delle nostre potenzialità, come auto realizzazione, come massima espressione di vitalità in antitesi al rattrappimento della tristezza e della chiusura.

Va da sé che il  modo per innescare questo  dispiegamento stia nel rispondere alla” chiamata” del desiderio. Ecco il senso dei primi versi della poesia, “Non conosciamo mai la nostra altezza finché non siamo chiamati ad alzarci”. Finché non ci mettiamo in gioco non sappiamo chi siamo, non ci conosciamo davvero, siamo preda dell’inerzia del sonno. Ed alzarsi dipende da noi.

 Qualcuno, qualcosa ci chiama con forza, il sonno è disturbato ma sta a noi non girarci dall’altra parte e rispondere, alzarsi, andare verso questo qualcuno o qualcosa.

Così molte depressioni sottendono un meccanismo di rifiuto dello sforzo a cui tutti siamo chiamati per vivere. Si tratta di obiezioni all’incertezza, al rischio, alla fatica connesse al vivere. Una sorta di vittoria del principio di piacere, inteso come ricerca dello zero assoluto, del “nirvana” , della quiete allo stato puro. Un non alzarsi, uno stare sotto le coperte, al riparo da tutto e da tutti.

Qualsiasi terapia psicologica non potrà dunque mai sostituirsi alla spinta vitale sopita di un soggetto. Potrà  però costituire un luogo in cui egli si sentirà chiamato. Non dal terapeuta, che non vuole nulla da lui, ma dal suo stesso inconscio, i cui messaggi vengono finalmente ascoltati e intesi.

La cura farà da cassa di risonanza. Poi a lui la scelta. O continuare a lamentarsi, a rifugiarsi nell’oblio e nella de responsabilizzazione,  o provare, provare a fare un passo, dopo aver metabolizzato nel profondo che dipende tutto sempre e solo da noi, anche nella fortuna avversa...


Non conosciamo mai la nostra altezza

Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura.

L’eroismo che allora recitiamo
sarebbe quotidiano, se noi stessi
non c’incurvassimo di cubiti
per la paura di essere dei re.

Emily Dickinson

 

Tags: Poesia e psicoanalisi

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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