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Dalla ferita all'identità: perché la cura psicologica non è un risarcimento

Un’evocazione naturalistica in stile impressionista dove le radici ferite e il tronco segnato diventano simboli dell'identità ritrovata attraverso la cura. La luce che scaturisce dalla cicatrice rappresenta l'integrazione del dolore, trasformando la vulnerabilità in un idioma personale unico e luminoso. Un invito visivo a superare la superficie per riscoprire l’autenticità profonda del proprio sé.

L'impatto del deficit di cura nello sviluppo psichico

La cura è alla base dell’equilibrio psicologico di ogni individuo. Nella clinica dei bambini lo vediamo molto bene: è raro che un bambino accudito nei suoi bisogni emotivi sviluppi patologie psichiche di rilievo. Quando l'anima è ferita osserviamo sempre un deficit di attenzione da parte dell’ambiente primario, che determina il fallimento nella percezione del proprio sè come degno di amore e di valore.

Da ciò deriva un senso di depressione psichica che colpisce a cascata le funzioni primarie dell’Io, come la voglia di imparare, di superare le difficoltà, di uscire dal proprio egoismo e di dare agli altri. Inoltre, senza un contenitore esterno, gli impulsi invadono la sfera psichica, tiranneggiando in modo inopportuno e pericoloso i pensieri e il comportamento.

Chi si trova in balia di queste dinamiche, in genere è preoccupato di sfuggirle, più che di capirle. La presa di consapevolezza precoce delle proprie difficoltà e dei legami con la sfera affettiva al contrario aiuta a ridimensionare in maniera importante un destino già scritto di instabilità psicologica.

Questo perché si riesce a vedere il proprio sè da fuori, e ad averne compassione. L'atto d’amore verso se stessi fa da perno per non abbandonarsi al malessere, e per trovare delle strategie di autocontrollo che nel tempo vengono inglobate nella personalità e messe in atto in automatico, senza più dover riflettere e pensare.

Superare l'autosabotaggio e la fuga dal dolore

La ripetizione di modelli disfunzionali appresi viene in questo modo bloccata sul nascere, con il risultato di liberare dall’oppressione dell’autosabotaggio e della distruttività in favore della ricerca del benessere psicologico e della soddisfazione delle esigenze profonde del sè.

Le scelte cruciali della vita vanno tutte nella direzione dello sviluppo di legami sani, in cui c’è cura reciproca, e della realizzazione di desideri e inclinazioni particolari in campo lavorativo e personale. La vita si sviluppa all’insegna della pienezza e della positività di visioni e di relazioni. Gli eventi negativi vengono affrontati con forza e resilienza, perché il motore dell’amore porta a cercare di trovare in ogni situazione la chiave per vivere in maniera degna e costruttiva.

Quando invece predomina la fuga si preannunciano i guai peggiori. Le persone mettono in campo delle difese massicce dal dolore psichico, non volendo o non riuscendo a guardarlo direttamente in faccia.

Si accomodano in posizioni vittimistiche, aspettando in eterno un risarcimento dall’altro, oppure compensano le loro frustrazioni attraverso un narcisismo patologico, con la riduzione della capacità affettiva a mera ricerca egoistica di conferma da parte dell’altro. Se per caso queste maschere vacillano, rimettendo per un attimo in contatto con il dolore originario, si riprecipitano a richiudere tutto, negando, rimuovendo, razionalizzando.

Il “tanto ormai” si profila come un modo per scacciare ogni visione lucida e dolorosa.

Il processo terapeutico: integrare le ferite nell'identità

La psicoterapia non può compensare il fallimento delle funzioni genitoriali, soprattutto nei soggetti adulti. Però può incentivare la regressione e, attraverso un uso professionale della relazione terapeutica (transfert), può aiutare la persona a entrare in contatto quello che è successo, senza più dribblare l’incontro con le ferite profonde.

Il fatto di non essere soli in questo incontro aiuta molto. A volte il terapeuta è usato solo come una stampella che accompagna in periodi difficili dell’esistenza, senza una messa in discussione radicale di sè e di ciò che è stato. A molti questo tipo di aiuto basta a rimettersi in pista, dopo magari crisi importanti. Tuttavia la ripetizione resta dietro l’angolo, ciò che non vogliamo vedere di noi torna sempre a bussare alla porta, nei modi più disparati.

Oggi si tende a privilegiare quest’uso della terapia, in linea con il pragmatismo e la superficialità dilaganti. Il focus  è essere "perfettibili", non in pace. Ma la rimozione della limitatezza umana condanna sempre all’infelicità, perché impedisce di vivere serenamente integrando la propria particolarità come persone, ferite incluse.

Alcuni però hanno ancora sete di conoscenza e vanno avanti nel lungo e faticoso processo di discesa nella profondità. E ne vengono ripagati con effetti terapeutici stabili e duraturi.

La cicatrice non è più né qualcosa da nascondere né un trofeo da esibire. Essa si rivela per quello che è: un aspetto della propria identità che non riassume tutto l’essere ma che contribuisce a rafforzare l’idioma personale.

Siamo quello che siamo a partire da tutto ciò che ci è capitato, anche dalle sofferenze meno augurabili. Il negativo si presenta nella nostra esistenza non solo per distruggerla ma anche per illuminarla, a patto che non si abbia paura di affrontarlo e di utilizzarlo come strumento conoscitivo. 

Aiuto psicoterapeutico

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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