L'accettazione non passiva

Un lavoro di analisi spinto fino alla sua conclusione "logica" si differenzia sia da un'interruzione della cura che da una psicoterapia. Nel primo caso chi interrompe si "accontenta" degli effetti terapeutici, ma qualcosa rimane in sospeso, non viene attraversato. Nel secondo la finalità stessa del lavoro coincide con un ripristino della funzionalità alterata dell'Io, e dunque la risoluzione sintomatica si sovrappone perfettamente con la fine del percorso psicoterapeutico.

Cosa accade in una vera fine analisi?

Una vera fine analisi comporta sempre un passo in più: l'accettazione totale, incondizionata di ciò che è stato, di ciò che ha fatto trauma, di ciò che ha marchiato a fuoco la propria esistenza. Il soggetto analizzante passa cioè da una posizione di rifiuto della passività a cui è stato costretto dalle contingenze sfortunate della vita, ad un’accoglienza senza più lamento. È l'accettazione, è il preludio ad una nuova vita, basata non sulla cancellazione della traccia traumatica ma al contrario su una sua integrazione feconda nel proprio essere.

“Io sono questo”, sono il frutto di ciò che mi è capitato, pacchetto completo. La liberazione non consiste in una evaporazione degli eventi urticanti, strutturalmente impossibile, ma in una attribuzione di significato nuova, impensata, che sostituisce il non senso dell'evento con una rappresentazione inedita. È ciò che Lacan chiama trasformazione del caso in destino. Il destino non è il caso perché implica il senso, la rappresentazione e nello stesso tempo comporta un assoggettamento radicale.

Non è possibile sfuggire al destino, si può solo dire sì. Dal no, come insegnano tutti i miti, può solo derivare ulteriore disgrazia, odio e rovina. Da un sì invece può scaturire una vita piena, ricca nella sua imperfezione, non più interamente guidata dai miraggi narcisistici dell'Io ma dalla profonda consapevolezza di non essere gli unici artefici del proprio destino. Una sorta di laica "sia fatta la tua volontà". Qui sta la liberazione, in un paradossale assoggettamento.

Massimo Recalcati, durante un recente incontro con i suoi allievi e colleghi, fa notare in proposito un paio di passaggi tratti dal seminario XI di Lacan, che sintetizzano l'entrata e l'uscita dalla cura.

Primo tempo."Ciò che è essenziale è che egli veda, al di là di questa significazione, a quale significante - non senso, irriducibile, traumatico - egli sia, come soggetto, assoggettato". Vale a dire: lo scopo fondamentale dell'interpretazione analitica è quello di portare il soggetto a vedere l'elemento di non senso, di trauma, che lo ha segnato, passivizzato, assoggettato. Questo è il primo tempo dell'analisi, il vedere, a cui segue un lungo tempo per comprendere. Gli effetti terapeutici compaiono qui. Il sintomo allenta la sua presa perché la parola traduce la sua cifra enigmatica, rendendolo in parte superfluo.

Ma è nel terzo tempo, quello per concludere, che tutta la partita acquista un valore. "Il desiderio dell'analista non è un desiderio puro. È un desidero di ottenere la differenza assoluta, quella che interviene quando, confrontato con il significante primordiale, il soggetto giunge per la prima volta in posizione di assoggettarvisi. Solo qui può sorgere la significazione di un amore senza limite, perché è fuori dai limiti della legge, dove soltanto può vivere".

La fine dell'analisi coincide con l'emergere della "differenza assoluta", con la soggettività, la particolarità più pura di un individuo. La quale scaturisce dall'assoggettarsi all'elemento traumatico. Il proprio essere “inerme” viene non solo visto, ma ad un certo punto accettato integralmente. Assunto come parte fondante di sè. Ecco l'amore senza limite, l'amore incondizionato, il sì alla vita in tutte le sue sfaccettature, l'apertura piena all'esistente. Una sorta di voler tutto ciò che è stato, senza più rivendicazioni sofferte.

Che ruolo ha l'analista?

Il desiderio dell'analista non è un desiderio puro, ma punta alla "differenza assoluta" ci insegna Lacan. Dunque il desiderio dell'analista è fondamentale affinché l'analizzante compia questo passo decisivo verso quella che Federico Leoni chiama il passaggio "dall'alluvione alla musica", dalla alluvione del trauma alla musica della soggettività. Bisogna che l'analista stesso nella sua vita sia giunto a questo livello, la cosa bisogna che si manifesti nella sua persona, altrimenti non funziona.

Poi ci sono degli espedienti tecnici, che si amalgamano allo stile di ciascun analista. Uno di questi, più che l'interpretazione, è l'uso sapiente del silenzio. Contrapporre il muro del silenzio al lamento, essere un po' "traumatici" , costringe il paziente all'incontro con la traccia traumatica. Il che dà origine ad un transfert negativo, necessariamente. Ma se entrambi sopravvivono all'odio, l'analista respingendo le rivendicazioni e non precipitandosi a consolare e l'analizzante mantenendo fiducia nel terapeuta e nel lavoro analitico, ad un certo punto qualcosa del rifiuto comincia a cedere. L'amore per così dire trionfa sull'odio.

È chiaro allora come il successo dell'operazione dipenda dalla qualità dell'incontro fra due esseri, mai del tutto garantito, e dalla duttilità, anch'essa non garantita, degli atteggiamenti difensivi nei confronti del reale.

Psicoanalisi lacaniana

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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