L’eredità del fuoco: quando la rabbia è l’unica lingua che sai parlare per non farti schiacciare
La rabbia come rifiuto del reale e tentativo di fermare il tempo
In terapia un tema frequentissimo riportato dai pazienti è quello della rabbia. La rabbia che tracima come un fiume in piena o quella che implode, avvelenando silenziosamente con cinismo e freddezza, esprimono entrambe un senso di rifiuto fortissimo nei confronti di ciò che accade.
Se ci pensiamo infatti tutti proviamo rabbia, ma quella che raggiunge proporzioni distruttive per sé e per gli altri è sempre legata a un tentativo inconscio di modificare il reale, di cambiare vanamente qualcosa che è non è andato secondo i nostri desideri. Nella rabbia ci agitiamo, urliamo, sbattiamo i piedi, tiriamo pugni sul tavolo o nel muro. Visti da fuori possiamo sembrare folli, in realtà stiamo attraversando una crisi, la così detta crisi di rabbia, in cui stiamo assurdamente cercando di afferrare il tempo e di riportarlo indietro. Invettive, lanci di oggetti sono modi per fare rumore, per protestare, per impedire che le cose continuino ad andare male. La mente razionale, quella che pianifica, che ci fa pazientemente ricominciare da capo e accettare che il danno è stato fatto è temporaneamente spenta, mentre la passione esce fuori in maniera torrenziale, il dolore della nostra impotenza umana grida a pieni polmoni.
L'infantile che esplode: tra stress e condotta scomposta
La condotta scomposta, le parolacce sono sicuramente atteggiamenti infantili, ma si tratta di quell’infantile che è presente in ognuno di noi, e che può saltare fuori in condizioni di stress, quando ci sentiamo oltraggiati dall’impersonalità delle leggi della vita, dal fatto che la morte è irreversibile, che le scelte lo sono altrettanto, che siamo fragili e incastrati nelle nostre piccole vite.
Il rabbioso che si tiene tutto dentro vive la stessa cosa, ma se possibile a lui va ancora peggio, perché l’energia che lo pervade non trova nessuna scarica, ristagnando dentro e intossicando piano piano fino alla morte emotiva. Chi soffre di rabbia a livelli importanti va capito e non colpevolizzato, benché il suo comportamento sia molto fastidioso e spiazzante. Ma quando la rabbia è allo zenit va lasciato stare, bisogna avere l’umiltà di non precipitarsi in soccorso, lasciandolo sfogare.
L'incastro relazionale: tra colpa e accoglienza
Le persone in genere o urlano a loro volta contro il rabbioso, fomentando l’intensità della sua crisi, oppure lo mollano nel suo brodo con distacco sprezzante, in attesa che si riprenda. Il senso di colpa e di vergogna per aver dato disturbo o essersi lasciati troppo andare al fuori controllo non tarda ad arrivare. Dopo una crisi di rabbia è sempre presente, ma se il partner o l’interlocutore ha mostrato implicitamente o esplicitamente il proprio dissenso, la colpa aumenta esponenzialmente, fissando paradossalmente il comportamento disfunzionale.
La rabbia infatti non si cura via repressione, via “è un peccato che ci sia”. Più la si schiaccia e più si carica, come il vapore di una pentola a pressione. La calma e la compassione sono il modo migliore di approcciare un soggetto fuori controllo. Non forzare la parola e la ripresa del ragionamento è la mossa migliore, senza che però interiormente si installi un senso glaciale di indifferenza. Che subentri la stanchezza è legittimo, mentre la chiusura vittimistica necessita di essere indagata: gli altri non sono accanto a noi per soddisfarci a comando.
L'amore incondizionato e il limite del rispetto
Purtroppo tra gli esseri umani esiste questo grande malinteso: si vive insieme a qualcuno perché ci rende felici, ma questo fatto può trasformarsi in un’attesa illimitata di adeguatezza ai nostri bisogni che spoglia l’amore della sua fondamentale componente di accoglienza. "Ti amo così come sei" è l’unica espressione sentimentale che può reggere i rapporti fra parenti o innamorati. Essere oggetto di un amore incondizionato non può però venir utilizzato come lasciapassare per abbandonarsi senza freni alle passioni distruttive.
Il rabbioso ha bisogno di avvertire in se stesso il limite del rispetto, non per soddisfare l’altro, il che lo porterebbe alla repressione volontaria, ma per se stesso, per il proprio equilibrio. Ma sentire di essere in diritto di rispettarsi non avviene per induzione coercitiva, subentra piano piano come esito di un’indagine profonda.
Le radici familiari: il contagio psichico e l'eredità genitoriale
In genere la rabbia come manifestazione di rifiuto e di difesa viene appresa all’interno del proprio ambiente familiare d’origine. Un padre o una madre che esprimono sistematicamente la frustrazione attraverso la rabbia allevano figli altrettanto inclini ad essa. Il contagio psichico è il fattore numero uno che determina l’incendio rabbioso: il bambino ha i genitori come modelli e da loro apprende a esprimere la propria emotività.
É importante, durante un percorso psicoterapeutico, vedere le identificazioni ai genitori disfunzionali senza cadere nel pensiero di esserne la copia. Quell’apprendimento è come una lama che è penetrata nella carne ma non è la carne stessa; resta comunque un corpo estraneo, anche se ha scavato fin nelle viscere dell’essere. Vedere la tendenza rabbiosa come un aspetto intimo e al tempo stesso estraneo del proprio carattere permette di accettarla.
Dall'integrazione della personalità alla calma profonda
In effetti non c’è altro modo per combattere gli eccessi se non quello di accettarli come parti di sé, che non riassumono comunque tutte le potenzialità individuali. Quando accettiamo un aspetto poco piacevole di noi non lo stiamo assecondando, in realtà non gli stiamo dando ancora più spazio, ma ne stiamo circoscrivendo il perimetro. In questo modo, dandogli legittimità, ne comprendiamo il messaggio. Lo vediamo come il mezzo disperato per obiettare a un mondo che non ci piace. Così facendo ci vediamo da fuori e ci facciamo tenerezza da soli, sviluppiamo compassione, senza giudizio. Abbiamo i nostri punti deboli e infantili e va bene così.
La rabbia in questo modo cessa di dover essere scaricata a tutti i costi perché può convogliare dei messaggi che vengono recepiti e accolti dall’intera struttura della personalità, non più scissa fra un “Io ideale” composto e maturo e un ragazzino incazzato con il mondo. Quindi da sintomo a occasione per integrare finalmente la personalità. Così ci si calma, non imponendoselo con l’Io, con la volontà, ma vedendo la propria persona come un tutto, di cui l’Io è solo una maschera, una struttura funzionale, non una macchina d’eccellenza.
Capire che non siamo robot perfetti e performanti, ascoltare dentro di noi la fragilità, ci aiuta a reagire più costruttivamente quando la realtà inizia a graffiare con perdite, errori irreparabili, sconfitte. Perdiamo perché siamo limitati, e questo che ci piaccia o meno è reale, è ciò che siamo. Fare sempre le cose giuste, vivere in una bolla idealizzata in realtà ci rende ancora più vulnerabili, perché impreparati all’incontro (che prima o poi avverrà per tutti) con la nostra imperfezione e finitezza.