Il complesso della madre morta parte due: particolarità del transfert

La figura della madre morta di Andrè Green la ritroviamo in molti quadri clinici caratterizzati da un clima depressivo di superficie che sottende una ferita antica in relazione alla persona della madre. 

Non si tratta di melanconie psicotiche, del famoso “sguardo non guardante” materno che annichilisce il senso della vita. Per lo più le protagoniste in queste vicende sono madri amorevoli che però, ad un certo punto della vita infantile del futuro paziente, appaiono di colpo lontane, assenti, sopraffatte da stati luttuosi o depressivi.

La reazione che caratterizza il bambino (dopo iniziali tentativi di rianimare la madre)  è quella del ritiro dell’investimento amoroso, a cui seguono un’identificazione alla figura dolente materna e al tempo stesso sentimenti ostili nei suoi confronti. 

I sintomi dell’adulto

Nell’età adulta emerge chiaramente, come conseguenza di questa dinamica, una difficoltà ad amare in maniera equilibrata. Questo tipo di pazienti tende a rifugiarsi in una sessualità senza coinvolgimento sentimentale, qualcosa del sentimento dell’amore è bloccato, congelato.

Tutto apparentemente può funzionare, ma è nel profondo che le cose non vanno, la vita professionale (anche quando ricercata con passione) ad un certo punto appare deludente, mentre  nelle relazioni c’è sempre qualcosa che non va.

Dunque l’incapacità di amare è la diretta conseguenza dell’amore congelato dal disinvestimento, meccanismo che si innesca al di là della consapevolezza. Coscientemente infatti il soggetto può ritenere che la sua riserva di amore sia rimasta intatta, disponibile per un altro amore, quando questo si presenterà. Erroneamente suppone che la madre non conti più nulla per lui, acqua passata.

Dunque può sposarsi, avere dei figli. Per un certo tempo tutto può sembrare regolare. Ma ben presto la ripetizione dei conflitti profondi si fa sentire: la vita professionale, anche quando è molto sentita, diviene deludente e i rapporti coniugali portano a disturbi profondi dell’amore, della sessualità e della comunicazione affettiva.

 Al contrario la funzione genitoriale viene sovrainvestita, con il rischio che avvenga un iper investimento narcisistico del bambino. Il figlio viene amato a patto che soddisfi gli scopi narcisistici dei genitori.

Entrata nella cura 

Spesso è una crisi protratta in uno degli ambiti citati (lavoro e amore)  a spingere verso una domanda di aiuto. Questi pazienti apparentemente investono molto nella cura, sono collaborativi e spesso drammatizzano espressioni di affetto e di stima nei confronti del loro analista. Appaiono a tutti gli effetti implicati nel lavoro.

Ad uno sguardo attento tuttavia non sfugge quanto in questo atteggiamento ostentato ci  sia della compiacenza. L’analista è fin da subito preso dentro una dinamica narcisistica (immaginaria per dirla con Lacan)  per cui il paziente vuole sedurlo, piacergli suscitare il suo interesse e la sua ammirazione.

Tale seduzione spesso si gioca in favore della ricerca intellettuale, la ricerca di senso, che rappresenta un’offerta preziosa nei confronti dell’analista. Prevale quello che Green chiama “stile narrativo” rispetto a quello squisitamente associativo. Lo scopo è commuovere il terapeuta, coinvolgerlo, come farebbe un bambino che racconta alla madre una giornata passata a scuola, con tutti i suoi piccoli drammi, per interessarla.

È chiaro come dietro alla figura dell’analista appaia fin sa subito in filigrana quella di  una madre da catturare, che sfugge, il cui interesse va animato a tutti i costi. Dunque a rigore dietro un siffatto interesse possiamo ipotizzare a livello inconscio una disaffezione, quella conseguente al disinvestimento affettivo della madre avvenuto in un altro tempo. Una profonda ambivalenza si nasconde dietro un transfert fin da subito idealizzante.

Particolarità del transfert 

Non è allora un caso che, nonostante il lavoro proceda grazie ad una ricchezza di rappresentazioni e ad una capacità di auto interpretazione davvero notevole, nella vita del paziente si modifica ben poco, soprattutto nella sfera affettiva. Nulla cambia  nella sostanza, nonostante il paziente si dica spesso convinto di si.

Se per qualche istante nel corso del lavoro viene toccato qualcosa del complesso nucleare della madre morta, il soggetto sembra precipitare. Per un istante egli si sente vuoto, bianco, come se fosse stato privato di un oggetto che funge da tappabuchi o da parapetto. 

Questo fenomeno  ha un suo senso: il paziente  ha si disinvestito affettivamente la madre, ma questo non significa affatto che si sia separato da lei su un piano profondo. La sua è solo una difesa da una frustrazione intollerabile. Lui e lei sono una cosa sola, la fantasia fondamentale di poterla continuare a nutrire per conservarla eternamente imbalsamata spiega l’atteggiamento verso l’analisi. Non aiutarsi a venirne fuori, a vivere fuori dall’analisi, ma prolungare la simbiosi con la madre in un processo interminabile.

Se al fondo abbiamo una frustrazione intollerabile, appare chiaro come il vero scopo di un’analisi che possa dirsi riuscita è quello di portare il soggetto a confrontarsi con questo dolore, potendo far infine  a meno delle difese (in questo caso freddezza emotiva, distanziamento affettivo e identificazione alla madre sofferente con sua conseguente eterninzzaziine ad oggetto di una passione senza fine).

L’incontro con questo “reale”, per dirla con Lacan, è complicato dal transfert idealizzante  e dal senso di vuoto schiacciante che emerge allorché viene toccata la ferita.
Per Green l’analista si trova ad un bivio: o sceglie la via classica, e allora usa il silenzio, oppure si mostra costantemente vivo e interessato al paziente.

La prima opzione ha la potenzialità di far fare all’analizzante esperienza diretta del “reale” in gioco, ovvero la madre assente, la madre morta. Tale esperienza, se accolta, avrebbe il pregio di far integrare la ferita, farla accettare.  Il contro tuttavia è un eccesso di mortificazione, che può far sprofondare l’analisi in una noia funerea o spingere per reazione  il paziente verso la guarigione di superficie, nell’illusione di una vita piena finalmente ritrovata.

La seconda possibilità, la vitalità dell’analista, ha il pregio di rafforzare il narcisismo fragile del paziente, e potrebbe essere vista come  un’operazione di psicoterapia tout court (aiutiamo un paziente fragile a sentirsi meglio).

Ma essa potrebbe costituirsi pure come una manovra  preliminare di costituzione di un clima positivo, non mortificante, contrario a quello sperimentato nell’infanzia, nel quale poter cominciare a pensare. Questa seconda opzione getterebbe le condizioni di pensabilità effettiva della ferita, riconoscimento duro, faticoso, ma necessario per giungere ad una sua accettazione totale.

 È l’accettazione dell’inaccettabile che guarisce davvero, profondamente. Un incontro non per tutti o non per forza in tutti i momenti della vita.

Male oscuro, Narcisismo patologico

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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