Depressione lucida o inconsapevole?

L’affetto depressivo tendenzialmente mal si concilia con l’esercizio della parola, inteso quest’ultimo come possibilità di espressione ed elaborazione di questioni relative a verità soggettive. La depressione blocca la parola sia nella sua dimensione di ponte nei confronti dell’Altro, sia nella sua potenzialità dinamica di scoperta del nuovo.

La depressione lucida

Questo discorso è valido in misura variabile. Esistono infatti soggetti inclini alla depressione lucida, che dunque non inficia la presa del pensiero sul reale; tuttavia anche in questi casi l’angolazione da cui vengono esaminate le cose tende a restare fissa, ad essere difficilmente rovesciabile. Il pessimismo finisce cioè per colorare tutto il modo di ragionare, che resta quindi viziato da una visione fortemente negativa e non equilibrata.

Di solito tale quadro depressivo presenta sintomi che aggrediscono l’umore più che la condotta vera e propria. Prevalgono la tristezza, il lamento, la chiusura relazionale, il tedium vitae. Gli interessi e le passioni sono vissuti in maniera conflittuale, ma sono anche un aggancio irrinunciabile che non esita mai in abbandono totale delle attività. C’è un’intermittenza nell’attivazione, non un suo completo blocco.

In parallelo resta intatta la consapevolezza, intesa come contatto profondo con ciò che si è stati e che si è oggi. Trattasi di consapevolezza luttuosa, dolorosa, pessimista, perfino arrabbiata. Che inchioda e appesantisce.

Chi è colpito da questa forma di depressione, conserva la capacità di pensare, pur condizionato da una visione di se stesso e delle cose a senso unico. Egli ha dunque delle chance maggiori di “guarigione” rispetto a chi è sopraffatto dall’inibizione. La ricerca delle cause, dei motivi che hanno portato a star male fa parte del suo modo di essere, è un processo attivo, non cristallizzato in un vuoto di senso assoluto.

Tuttavia anche queste situazioni più “evolute” non si risolvono fino a che il depresso non inizia a cambiare prospettiva. Di solito, il viraggio del pensiero in terapia coincide con l’uscita stessa dalla depressione. Questi soggetti, nella misura in cui riescono ad abbandonare quella visione a senso unico che offusca le loro capacità di giudizio, vanno incontro a importanti remissioni sintomatiche. A volte esse possono essere anche molto rapide, a seconda della pervasività di un certo stile di rapportarsi a se stessi e alla realtà.

La remissione sintomatica non coincide necessariamente con la fine della terapia; chi si accontenta degli effetti terapeutici può tranquillamente considerarsi soddisfatto e interrompere le sedute, mentre chi vuole saperne di più lentamente si avvia lungo un percorso più profondo e più squisitamente analitico, che può contemplare anche ricadute e impasse.

La depressione inconsapevole

Un discorso diverso invece è da fare per le depressioni in cui predominano l’inibizione e l’assenza totale di introspezione. La possibilità di prendere in considerazione le cause alla base dell’affetto depressivo è pesantemente compromessa. Non c’è una visione personale magari viziata o distorta, non c’è proprio nessuna idea.

I sintomi con cui si manifestano le crisi depressive di questo calibro vanno tutti nella direzione del rallentamento psico motorio. Restare a letto tutto il giorno, non portare avanti nessuna attività, lasciarsi incantare dalla televisione o dai video giochi per ore sono condotte tipiche. Spesso anche l’appetito e il ritmo sonno veglia vanno incontro ad importanti alterazioni, in un crescendo di paralisi e di disagi collaterali.

Anche quando questi soggetti a fatica parlano, riferendosi a episodi della loro vita estremamente significativi e ricchi di risonanze, non sanno che farsene di ciò che raccontano. Sembrano esprimere dei fatti, spesso dolorosissimi, con noncuranza, sminuendone l’impatto drammatico nelle loro vite.

Il contatto con quelle ferite risulta impossibile, esse appaiono come congelate, come attribuite a qualcun altro di cui si racconta con distacco. Dunque anche l’espressione emotiva è incongruente con i contenuti del discorso: ci aspetteremmo dolore, invece osserviamo indifferenza se non addirittura ironia.

La richiesta di aiuto c’è, anche forte, ma poi l’occasione offerta dalla psicoterapia non si riesce a coglierla, nonostante l’apprezzamento dell’ora della seduta e il lieve sollievo di pochi istanti successivi. Usciti dalla porta dell’analista tutto il vissuto di torpore momentaneamente sospeso si riabbatte con una potenza schiacciante che inebetisce.

“Mi è successo questo e quello, ok, ma ora?” è il monotono leit motiv delle considerazioni dentro e fuori la seduta, a svelare un debole transfert sulla parola.

Al terapeuta resta allora l’arma della pazienza. Sicuramente anche l’opzione farmacologica può avere un senso (nella misura in cui aiuta a riprendere tono) ma anch’essa incontra i suoi limiti. Può restituire in parte l’energia perduta, il paziente ricomincia la sua vita di prima restando nell’inconsapevolezza e dunque nella vulnerabilità verso futuri attacchi.

La pazienza, il coinvolgimento, la fiducia, la resistenza ai sentimenti di impotenza da parte del terapeuta possono in alcuni casi avere la meglio sul muro, aprendo delle brecce sottili ma estremamente importanti per il depresso, la cui corazza é il vero problema, protezione e morsa mortale al tempo stesso.

Male oscuro

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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