Narcisismo "sano" o narcisismo "patologico"?


Quando si parla di narcisismo si tende a pensare immediatamente al culto esagerato per la propria immagine, all'autocelebrazione a tutti i livelli che non lascia spazio alla considerazione dell'altro. Tuttavia questa è la versione "patologica" del fenomeno, sempre frutto di una sottostante fragilità narcisistica.

Esistono infatti un narcisismo "sano" ed uno "malato". Il primo non è altro che amor proprio, coscienza di sè, rispetto e cura per se stessi. È, freudianamente parlando, un equilibrato investimento libidico sull'io, necessario alla vita. Freud parlava di un "narcisismo primario" del piccolo dell'uomo, necessariamente chiuso nel suo guscio per sopravvivere e svilupparsi, avvolto in un bozzolo di bisogni e di indifferenza rispetto al mondo esterno.

Uno sviluppo armonico prevederebbe l'abbandono di questa posizione ai limiti della chiusura autistica per aprirsi all'altro, all'amore. È la madre, con le sue cure protratte e la sua amorevolezza senza condizioni, a costituire il primo oggetto d'amore. Essere stati accolti, riconosciuti, amati, voluti permette alla libido di staccarsi dall'Io e di confluire anche sugli oggetti, come un liquido che transita da un vaso comunicante all'altro. Ecco che hanno luogo i primi investimenti oggettuali, che nell'infanzia sono i genitori e dalla pubertà in poi dei pari. L'oggetto perduto, il primo oggetto d'amore, verrà sempre inconsciamente ricercato per qualche suo tratto nei vari partner della vita, ispirerà il tentativo del ritrovamento della mitica beatitudine connessa alla sua presenza.

Amare significa dunque perdere una quota di libido, impoverirsi. L'oggetto davvero prezioso è nell'altro, mentre il soggetto amante è dimentico di se stesso. Nonostante tale svuotamento però una parte di amor proprio residua, l'annullamento di sè non è mai davvero, realmente, completamente totale. Dedizione e cura protratti nel tempo sono possibili solo se chi è nel rapporto d'amore sa dare spazio sia all'altro che a se stesso. Vasi comunicanti. L'amore che dura necessita la corresponsione, l'essere amati. Se a senso unico si ammala e deperisce.

Ora il narcisismo "malato" indica l'impossibilità di accedere all'amore. La libido si ripiega, si fissa sull'Io, spesso a causa di una frustrazione da parte dell'ambiente familiare, deficitario nell'accoglienza incondizionata. Non che l'amore sia del tutto assente. Nei casi gravi può esserci effettivamente un Altro freddo, anaffettivo, che lascia cadere, che non restituisce alcuna immagine vitalizzante. Nelle situazioni più comuni di fatto la vita è sostenuta, le cure sono spesso prodigate con solerzia ed abnegazione. Ma la madre in questi casi non accoglie il bambino per quello che è, gli sovrappone l'immagine di un altro ideale, un oggetto di soddisfacimento immaginario. Jacques Lacan parlava in proposito della presenza del "fallo", terzo, invisibile elemento sempre presente sullo sfondo della relazione duale. Se il desiderio della donna non è agganciato da altro, il padre ma anche solo un lavoro o un ideale, questo rischia di fissarsi sul figlio, obbligandolo sottilmente ad essere ciò che non è.

L'amore in questo scenario è percepito come qualcosa che arriva "a condizione di". Il bambino si fa esca del desiderio materno, in una dinamica di esibizionismo e seduzione che inchiodano a rispondere alla domanda dell'altro, all'inautenticità, al dover essere all'altezza dell'oggetto che non delude. Spesso gli effetti di tale dinamica soffocante si fanno sentire già nella vita infantile, nella forma di sintomi ansiosi. La madre può ad un certo punto mollare la presa, puntare ad altro e lasciare così il suo piccolo gioiello libero dal gravoso compito di risarcirla. Così come al contrario può restare lì tutta una vita.

Chi rimane inconsciamente identificato al "fallo" della madre avrà serie difficoltà ad amare. Si porrà nelle relazioni come un oggetto di consumo, sarà sempre alla ricerca di conferme della sua amabilità, moltiplicando spesso i partner sessuali nella ricerca compulsiva di approvazione. Ma l' amore, quello per l'altro, farà fatica a sentirlo in maniera stabile, al di là dei fuochi iniziali. Perché cominciare a sentirsi preso affettivamente da quel partner lì gli riattiverà fantasmi di soffocamento, obblighi, prigionia.

Chi sembra amare solo se stesso, il narcisista, sotto questa luce appare come qualcuno che non è in grado di amarsi, afflitto da un dubbio perenne circa il suo essere degno. Tutti i sintomi rivelatori di un narcisismo patologico ( l'atteggiamento seduttivo in tutte le situazioni, la cura maniacale dell'aspetto, l'esagerazione delle proprie qualità, la loquacità autoriferita, le manie di grandezza ecc...) non sono altro che modalità agite nel reale e pertanto precarie per tentare di ricostruire un'immagine costantemente minacciata dal rischio della caduta nella polvere.

Uscire da tale circolo infernale non è facile. Anche perché chi è affetto da una fragilità narcisistica ha bisogno dei suoi sintomi come l'aria. Senza di essi è niente, sono essi stessi la sua cura, sono per l'appunto ego sintonici. Una faglia può aprirsi quando il soggetto sta male, quando magari si confronta con una perdita e con la solitudine. Allora, forse, può tentare di interrogarsi sui perché. Può, forse, arrivare a vedere la sua identificazione inconscia al fallo materno. Parlare all'altro, risignificare ciò che è stato, possono nel tempo incrinare l'economia chiusa di godimento che lo separano dalla pienezza dell'amore. 

Narcisismo patologico

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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