Ipocondria e rapporto con l'Altro

Il termine ipocondria si riferisce ad un disturbo psichico in cui al centro prevale la preoccupazione di aver contratto una grave malattia, in assenza di vere ed oggettive evidenze a riguardo. Sintomi comuni come un mal di pancia o un'eruzione cutanea vengono immediatamente presi come segni di una patologia invalidante, ingenerando un vortice di pensieri catastrofici ed un'intensificazione conseguente di ricerche e visite mediche. L'ossessione circa la possibilità di essere malati non si smorza a seguito di indagini mediche e controlli anche approfonditi, mostrando un certo grado di indipendenza rispetto ai dati di realtà.

L'ipocondria più benigna, di stampo nevrotico, coincide perfettamente con la nota figura del malato immaginario di Moliere. Si tratta per lo più di una forma ansiosa, che raramente esita in un vero e proprio delirio. La condizione del dubbio (nonostante un certo grado di ostinazione impermeabile al confronto con il mondo esterno) caratterizza tale stato morboso, la tinta dominante è la paura e la ricerca convulsa di rassicurazione. Inoltre la persona sa che tutto sommato non è vero nulla, c'è una consapevolezza di fondo rispetto all'insensatezza dei propri atteggiamenti. Mentre in situazioni più gravi può comparire una certezza delirante, talvolta accompagnata da un vissuto allucinatorio.

Come spiega la psicoanalisi tale affezione? Che causa ne rintraccia alla base? Sicuramente in gioco non riscontra semplicemente un rapporto alterato del soggetto con il proprio corpo. Dietro al timore ossessivo della malattia c'è sempre in filigrana un dubbio sull'amore, una perplessità circa la presenza amorevole dell'Altro. Non a caso quasi invariabilmente la congiuntura di scatenamento di un episodio ipocondriaco coincide con una separazione, con una perdita, con un'esperienza percepita come un abbandono. La stessa ricerca disperata da parte del malato immaginario di rassicurazioni mediche rivela il bisogno di un ancoraggio, di un punto fermo, di uno specchio benevolo.

Perchè però una frustrazione affettiva sfocia così in un timore rispetto allo stato di salute del corpo? Qual è il collegamento fra strappo affettivo e risveglio di un caos a livello somatico? È da tenere presente come sullo sfondo del fenomeno visibile dell'ansia della malattia ci sia la sensazione (non ben presente nemmeno al soggetto stesso) di non controllo del proprio corpo. Si tratta di un'insicurezza legata al vacillamento dell'immagine di unità e coerenza che psichicamente sperimentiamo in relazione a noi stessi. Tale immagine mentale ricopre come un involucro di bella forma la frammentazione di fondo del nostro corpo, donandole bellezza, armonia e continuità. Essa si forma nei primi stadi di sviluppo infantile e permette il passaggio dall'incoordinazione motoria e dal caos pulsionale dei primi mesi di vita ad un senso di unità e di identità permanente. La sua genesi però non è indipendente dall'Altro. Il primo specchio, la prima immagine rassicurante e fautrice di identificazione è quella dell'Altro delle cure, di colui che riconosce e certifica l'amabilità dell'essere.

Alla luce di ciò si coglie come vi sia un legame intimo fra senso di coerenza corporea e rapporto con l'Altro, fra immagine e riconoscimento amoroso. Si capisce dunque perché in alcuni momenti particolarmente stressanti della vita possa riaffiorare un interrogativo rispetto alla propria amabilità, soprattutto quando l'Altro dell'amore viene improvvisamente meno, quando si è nuovamente esposti ad essere delle creature disorientate ed immerse nel buio della solitudine.

La crisi espressa dall'ipocondria può essere letta dunque come una sorta di regressione allo stadio primitivo del corpo in frammenti, del corpo che non sta insieme, che sfugge da tutte le parti, come quello di un bambino in preda alla febbre e ai suoi disorientanti assalti. Al fondo c'è un dubbio sulla presenza dell'Altro, interrogativo che ha caratterizzato la vita infantile e che non è mai stato veramente risolto. La perdita di qualcuno che aveva la funzione di ricoprire, grazie alla sua presenza reale, questa questione rimasta parzialmente sospesa, fa risprofondare nella vacuità esistenziale, risvegliando così antichi vissuti di convivenza non armonica con il proprio corpo. La questione passa così dal piano della relazione a quello del corpo, in un cortocircuito che un lavoro psicoterapeutico può sanare grazie ad una parola che ricollochi il tutto su un piano linguistico e quindi condivisibile con l'Altro.

 

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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