Solitudine e analisi

L'intensità della solitudine non si esaurisce nel semplice silenzio della parola, nella cancellazione d'ogni traccia di scambio con l'altro. Seguendo la metafora della Dickinson se lo spazio, il mare, la morte hanno una loro solitudine, perché la loro infinità sovrumana taglia fuori l'uomo (là dove si estendono non è prevista la parola), esiste un silenzio ancora più profondo, più fitto e inaccessibile. È il confronto di un'anima con se stessa, l'incontro con un punto cieco, impenetrabile, "segretezza polare". Nella finitezza umana c'è dell'infinito come nel mare e nello spazio, del mistero, davanti al quale si è irrimediabilmente soli.

La Dickinson sembra cogliere il limite della parola e dello scambio con l'altro. Per quanto si possa comunicare, entrare in empatia con un altro essere, c'è qualcosa in lui di infinitamente enigmatico, che fa resistenza non solo alla condivisione reciproca, ma alla stessa comprensione da parte del singolo. Ne deriva una solitudine radicale, che prescinde dalla presenza o dall'assenza di un partner, di un amico, di un analista  o di un semplice interlocutore. Davanti a noi stessi, alla nostra verità senza abbellimenti, siamo senza appigli, senza scuse.

Dunque un confronto schietto con la nostra parte più profonda, inconscia e socialmente non condivisa ci porta inevitabilmente ad incontrare un ignoto insondabile. Allora a cosa serve un'analisi? Perché cimentarsi in un compito impossibile? Se nè l'altro nè noi possiamo penetrare il segreto che ci attraversa perché cercare?

Ma cercare, pur senza trovare una risposta soddisfacente e che esaurisce una volta per tutte la complessità, oscuramente cura. Fa bene. Riallaccia a questa solitudine, che così diventa feconda e non resta semplicemente tragica. Cercare ci trasforma da passeggeri passivi a macchinisti, pur entro i circuiti infiniti di binari già tracciati, pur senza una meta definitiva, un porto di sicuro approdo.  Se c'è un determinismo, se l'anima è anche il risultato della storia, essa non è solo la storia.

C'è una complessità inesauribile che inchioda alla solitudine e nello stesso tempo apre ad una forma possibile di libertà. Il punto di resistenza ad ogni definizione è anche quello che ci permette di non essere schiacciati da ciò che ci accade. La plasticità del nostro essere cangiante e mutevole è anche la nostra forza, siamo "infinità finita", infiniti pur dentro recinti.

Ecco perché il principio che ispira ogni psicoterapia psicanaliticamente intesa e ogni psicanalisi pura (al di là degli approcci) è uno spirito di ricerca. È il ricercatore non  l'analista, che pure si presta da supporto per la ricerca, a mettersi a nudo con se stesso. L'analisi è una ricerca svolta in solitudine, c'è una parola sì, ma essa non si rivolge sempre e solo all'analista. Il più delle volte è un parlare a se stessi in presenza di un altro che tace, quasi mai il vero destinatario della comunicazione.

La figura che tace, che ascolta, che interviene non può mai sostituirsi al lavoro che fa il paziente. Se in lui non scatta lo spirito di ricerca, se non si assume la solitudine radicale che esso comporta non c'è analisi ma solo lamento e ricerca di conforto. A volte l'analisi è ricercata come una fuga dall solitudine, e questo ci sta, il primo movimento è sempre una richiesta di aiuto ad un altro essere umano.

Ma la vera porta di ingresso si apre nel momento in cui dopo i pianti c'è un prendere in mano i cocci per venire a capo della ricostruzione del vaso che si è rotto. L'analista fa da supporto ma i pezzi sparpagliati è il paziente che li prende  in mano, è lui che scopre che non ci sono solo quelli ma un'infinità di altre tessere. L'obiettivo non è ricostruire il vaso ma scoprire che esso è da sempre rotto. Bisogna fare i conti con questa mancanza costitutiva, incontrala, vederla, realizzarla...Allora sì, è analisi. E non una volta sola, molte le ricadute, i tentennamenti, le visioni, le prese d'atto..

L'incontro con l' "infinità finita" della Dickinson, con la "castrazione" diremmo in psicoanalisi, non mortifica ma apre dunque all'infinità, all'inconscio e al duro, solitario compito di non mollare mai pur nella consapevolezza della potenza inaggirabile del limite entro cui fiorisce il mistero della vita.

Solitudine

Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte - eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima al cospetto di se stessa:
infinità finita.

Emily Dickinson

Poesia e psicoanalisi

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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