I genitori e l'educazione dei bambini

Francoise Dolto, nota specialista in psicoanalisi infantile nonchè allieva di Jacques Lacan, in tutti i suoi scritti sostiene con forza l'importanza cruciale della prima educazione del bambino ai fini del futuro sviluppo della sua personalità.

Una testimonianza di questa sua posizione, accessibile tramite un linguaggio semplice e divulgativo, la troviamo in un'intervista da parte del Revue Notre Dame, tenutasi in occasione di un dibattito sul suo lavoro organizzato nel 1983 dagli psicologi dell'ospedale Maisonneuve-Rosemont.

Il vero significato dell'educazione

Dolto distingue rigorosamente l'educazione intesa come "discorso", come "sermone educativo", come sforzo cosciente di "ammaestramento" del bambino tramite l'imposizione di determinati comportamenti, da quella concepita come "esempio",  "modo d'essere" in grado di ispirare al bambino un senso di  fiducia in se stesso.

Se nella prima accezione prevale l'esigenza di un asettico "dover essere" che si suppone indipendente sia dalla persona dei genitori che da quella del figlio, nella seconda educare è per l'appunto mettere in gioco in primis un  "modo d'essere" del genitore verso l'essere del bambino, improntato al rispetto dell'adulto verso l'umanità sacra e inviolabile del piccolo.

È proprio da quel rispetto che deriva lo sviluppo della fiducia in se stessi e della possibilità di espressione autentica. Ecco perché l'educazione è così fondante, così cruciale ai fini della costruzione della personalità: essa getta le basi della stima di sè, la stessa che si avrà o non si avrà da adulti.

Dolto evoca qui per essere più chiara la metafora dell'albero: l'albero giovane è un germoglio piccolissimo e  fragile ma già sappiamo se avrà tre o quattro rami principali. In seguito potranno svilupparsi le fronde, ma avrà sempre i suoi tre o quattro rami principali che ne hanno costituito la struttura di partenza. Questi tre o quattro rami sono dunque la personalità, il modo di essere nella vita, improntati alla sicurezza o all'insicurezza, alla fiducia o alla sfiducia.

Il rispetto verso il bambino  è quindi individuato come la bussola orientativa di ogni intervento o posizione da tenere nei suoi confronti, anche quando gli atteggiamenti sono  di ribellione o di difficoltà emotiva. Un bambino, specifica Dolto, non si tratta come una bambola o un animale domestico, ma come una persona umana. Non è sufficiente essere gentili con lui, non picchiarlo o criticarlo. Bisogna soprattutto rispettarne lo sguardo: davanti a lui non si fa ciò che non si farebbe davanti ad un ospite di riguardo.

Mai e poi mai va picchiato: intanto picchiare il piccolo è da bestie, che usano la violenza perché prive della parola. Inoltre picchiare è inutile perché un bambino gode di essere picchiato: quando riceve sculacciate ha sensazioni forti,  che si traducono in godimento. Farà allora tutto quello che è necessario per essere picchiato di nuovo, avviando un circolo vizioso.

Umiliare o al contrario esibire il bambino come un animale da circo sono esperienze che vanno nella direzione dialmetralmente  opposta al rispetto. Fanno sentire il figlio un "oggetto",  un "orfano", privo cioè di quel riferimento solido da cui si sprigiona il potere di riconoscere e umanizzare la vita.

La situazione triangolare

Il contesto nel quale si svolge il processo educativo, che conduce il bambino a sviluppare i suoi dinamismi, aiutandolo a sentirsi un essere umano a pieno diritto fra altri esseri umani, prevede una mamma e un padre, una situazione triangolare e non duale. Non è soltanto una questione di ruoli, ma di ciò che si è. Attraverso la madre e il padre il bambino origina da due stirpi e ha bisogno di attingere da esse.

Inoltre, se si hanno soltanto due poli, la madre e il bambino, si ha una situazione di "specchio", dannosa perché paralizza le possibilità dinamiche del bambino, inchiodandolo ad un "dover essere" per soddisfare l'altro.

Come si vede questo  non è il territorio delle buone intenzioni da "inculcare" al bambino bensì quello della dinamica dell'inconscio. Il padre non dovrebbe essere un semplice congiunto ma una persona di cui la madre si occupa e che desidera. Perciò anche se il padre dovesse essere assente per i motivi più disparati, la madre dovrebbe fare riferimento di continuo alla sua figura, farlo esistere come una persona di valore che, almeno una volta, si è amata.

Il punto è che il desiderio della madre non sia polarizzato a senso unico sul figlio. Se il padre manca è assolutamente necessario evitare che il piccolo pensi di rimpiazzarlo. Ci devono essere allora il piacere e la vita sociale della madre, un orizzonte più ampio al di là di lui.

La vita sociale

L'affidamento ad un' istituzione e l'ingresso nella vita sociale sono davvero importanti per l'identità autonoma del bambino, perchè lo vaccinano contro l'aggressività della vita in comunità. Ma anche essi secondo Dolto non possono prescindere dal coinvolgimento della madre e del padre.

Vi è la necessità di un'esperienza intermedia in un contesto  (nota è la creazione da parte della Dolto della struttura con queste caratteristiche, "La Maison verte") , in cui il piccolo si abitua a vivere con gli altri bambini in presenza della madre o del padre (che resta in loco e lo rassicura circa la sua identità). Essa eviterà traumi e faciliterà la richiesta spontanea di non avere più il genitore lì a protezione.

Una volta installati un padre e una madre interiori che amano sempre, avviene una transizione cruciale: si può fare a meno della loro presenza fisica per ricorrere alla loro immagine interna per consolarsi dalle frustrazioni del rapporto con il simile e con il mondo.

Qui Dolto è molto precisa, ritorna sul tema del rispetto come fondante la vita: l'identità deriva dalla certezza e dalla fiducia di essere se stessi, dalla coscienza del valore del proprio sesso, della propria età e del posto che si è in diritto di occupare nel mondo. C'è un posto che spetta al bambino, così come lui non può prendere il posto del vicino.

Il rischio della perversione

Pervertire significa rovesciare: per perversione Dolto intende tutto ciò che va nella direzione opposta alla crescita.

Si ha allora perversione quando i genitori allevano per se stessi il bambino e non per lui, per il suo avvenire (di cui per altro non conoscono nulla e che solo lui potrà costruire).

È dunque perverso centrare l'educazione sul piacere che i genitori potrebbero trarre dai bambini. Il piacere dovrebbe essere esclusivamente di pertinenza della coppia, mentre invece il bambino dovrebbe costruire se stesso per poi  lasciare la famiglia.

Non si diventa genitori per essere amati dai bambini ma per provvedere al loro sviluppo armonico, con gratuità, presenza di spirito e generosità.

Tags: Rapporto genitori figli

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