Intervista sull'autismo: parla Frances Tustin

Frances Tustin (insieme a Donald Meltzer) costituisce ancora oggi il più importante riferimento psicoanalitico nel campo della ricerca e della clinica dell'autismo. È stata ed è tutt'ora molto popolare in Francia, a causa del suo progressivo avvicinamento alle correnti teoriche freudiane e winnicottiane che la vedono in sintonia con molta parte del ritorno a Freud promosso da Jacques Lacan.

Negli anni cinquanta la sua formazione inizia presso la scuola inglese: training alla Tavistock Clinic e analisi personale con Bion. Aderisce così alle teorie e ai metodi terapeutici di Melanie Klein. Progressivamente però se ne distacca: il caso celebre di John fornisce un notevolissimo impulso alle sue personali ricerche e concettualizzazioni rispetto alla genesi dell'autismo, in particolare quello psicogenetico (senza cioè danni cerebrali, ovvero la sindrome di Kanner).

Ipotesi eziologica

L'idea della Tustin contempla un traumatismo che ad un certo punto fa irruzione in una coppia madre bambino particolarmente fusionale, in cui c'è un rapporto strettissimo dal quale il padre è estromesso (per i motivi più svariati).

La rottura di tale unità duale non riesce a venire concettualizzata sia dal bambino che dalla madre stessa. La separazione viene  percepita dunque come un vero e proprio strappo. Ne derivano angosce e terrori atavici, preconcezioni di un pericolo dai contorni indistinti e minacciosi. È il famoso "buco nero" a cui fa riferimento il piccolo John, al posto di quel tutt'uno che sentiva essere la sua bocca con il seno materno.

L'autismo è dunque una reazione specifica a questo trauma: il meccanismo di incapsulamento autistico si configura come una misura protettiva contro un immaginario danno corporeo avvertito come reale. Il bambino paga un prezzo altissimo per questa difesa: si trova rinchiuso, imprigionato nelle sensazioni del suo corpo. Ne deriva un senso di identità bucato, compromesso, che intacca le possibilità di uno sviluppo armonioso delle funzioni mentali.

Inoltre gli stati autistici non sono limitati all'autismo propriamente detto: essi possono comparire come "capsule autistiche" pure in altri tipi di disturbi psichici, svelando la loro natura di sistemi difensivi costruiti allo scopo di far fronte ad un trama insopportabile. Si tratta di veri e propri "frammenti congelati in preda al terrore", trascinati avanti nella vita per anni.

Lontana da dogmatismi, Tustin  suppone che alla base di questa reazione vi sia l'incontro fra determinate caratteristiche "genetiche" (predisposizioni individuali irriducibili) ed un qualche deficit ambientale, specificatamente nella coppia madre bambino. Si auspica dunque una collaborazione fra neuroscienze e psicoanalisi, nell'ottica della ricerca comune nei confronti di quello che comunque continua a considerare come un enigma. Non basta infatti che vi sia un'esperienza traumatica nella separazione madre bambino, esiste piuttosto una specificità nell'ipersenibilità autistica che rende tale esperienza particolarmente traumatica.

Terapia

Contrariamente a molti suoi contemporanei, Tustin non colpevolizza mai i genitori, verso i quali mostra sempre molta comprensione e incrollabile solidarietà. In particolare dedica parecchie descrizioni alle madri che, per i motivi più svariati, si trovano a vivere un momento difficile, di solitudine e di mancanza di appoggio da parte del partner. La depressione materna può costituire allora quello strappo all'interno del rapporto simbiotico venutosi a creare con il bambino in assenza di un orizzonte paterno più ampio.  

L'approccio dell'analista dovrà essere, sul versante dei genitori, improntato al sostegno, all'aiuto nel qui ed ora. Guai a colpevolizzare! Bisogna aiutare le madri a ritrovare la fiducia per occuparsi del loro bambino in modo che l'ambiente emotivo diventi fiducioso, sotto il segno della sicurezza.

Parallelamente verso il bambino l'intervento analitico sarà attivo, duttile, creativo, al fine di stabilire un contatto con il piccolo paziente. L'ascolto attento e partecipe, l'holding e la pazienza sono più necessari di qualsiasi interpretazione verbale, di cui Tustin è sempre molto parca.

Intervista sull'autismo

Tra il due e il tre febbraio del 1992 Didier Houzel intervista Frances Tustin, ormai anziana ma ancora lucidissima: ne scaturisce un lungo colloquio in cui la psicoanalista racconta la sua vita: è un flusso di ricordi, aperture personali, intuizioni  teoriche, riflessioni ampie e profonde da cui emergono  tutta l'umanità e il calore profusi nella comprensione e nella cura dell'autismo.

Un centinaio di pagine raccolgono questa testimonianza unica nel suo genere, corredata da una nota in cui Tustin spiega il perché delle sue confessioni così intime e personali. È convinta che solo la consapevolezza piena della propria vulnerabilità consenta ad uno psicoanalista di entrare veramente in contatto con soggetti autistici.

Dalla rottura della sua personale "campana di vetro", costruita negli anni per difendersi dalle proprie fragilità connesse alla necessità inaggirabile della separazione, emerge finalmente la sua soggettività pura. E con  essa la possibilità di pensare e muoversi  liberamente  all'interno del setting analitico con i suoi pazienti, così bisognosi per guarire di spontaneità, autenticità e accettazione totale del loro essere.

 "Ebbi il coraggio di sopportare il dolore della separazione, mentre l'integrazione interiore mi rendeva in grado di essere una persona che sta bene al suo posto... Ciò vuol dire che se voi permettete al vetro di rompersi potete inseguito cominciare a comprendere i bambini autistici, per il fatto che questi bambini sono racchiusi in un contenitore ben più solido, la conchiglia...".

Cos'altro non è la conchiglia se non un'affermazione paradossale di indipendenza, ovvero il rifugio nell'estremo opposto della dipendenza?   

Un mondo di sensazioni

Un altro punto interessantissimo che trova dei punti di contatto con le recenti speculazioni sulla così detta "Neurodiversitá" è l'intuizione (influenzata dal lavoro di Bion) della predominanza della sensazione nella vita psichica degli autistici.

Se è dalle sensazioni, dalle sensazioni corporee che normalmente si sviluppano i concetti, le idee e i pensieri, i bambini autistici restano bloccati in un mondo di sensazioni. La loro sensibilità è dunque esasperata, non certo assente, mentre fa difetto la capacità di elaborare gli stimoli.

Ecco perché una loro caratteristica è il vedere o in bianco o in nero, non tollerare le frustrazioni. C'è una qualità ossessiva nell'autismo, una corazza che nasconde esseri contratti, meccanici, timidissimi e impauriti, in difficoltà a guardare chiunque.

Per Tustin si potrebbe addirittura dire che il bambino timido e ossessivo è una sorta di tappa sulla strada di un autismo più profondo, in cui al centro c'è un mondo di estremismi, di sensazioni polarizzate, in cui fa difetto ciò che la cibernetica definisce come "meccanismo di regolazione".  

Si capisce così perché i piccoli autistici abbiano un pensiero dicotomico: sono letteralmente intrappolati in un mondo di sensazioni estreme. I terrori e le frustrazioni per loro sono stati troppo intensi, troppo numerosi, come un bombardamento di sensazioni senza possibilità di protezione.

 

Tags: Autismo

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