L’immaginario e il simbolico secondo Lacan

L’essere umano è strutturato fin dall’inizio della sua vita dalla relazione con l’altro, tipicamente dalla madre o più in generale dall’ambiente in cui vive. Lacan introduce all’interno di questa relazione soggetto-altro una distinzione di piano fra la dimensione immaginaria e la dimensione simbolica.

L’asse immaginario è dato dal rapporto che intrattengo con l’altro in quanto simile. L’altro è la mia propria immagine, io sono simile a lui, mi specchio in lui, mi ci confondo. Tra noi due c’è uno scambio continuo e simmetrico.

L’immaginario è un gioco di specchi dove l’altro è me e io sono l’altro. L’altro vive quello che vivo io e io vivo ciò che vive l’altro. Io mi immedesimo in lui e lui in me. Sono portato a pensare che lui sia un po’ come me e quindi ritengo di sapere in anticipo cosa vuole, chi è, cosa pensa.

I fenomeni di ordine immaginario sono l’amore, l’aggressività, la paura, la seduzione, la minaccia, l’immedesimazione, l’empatia. L’altro affascina ma nello stesso tempo suscita aggressività perché sfugge, non posso coincidere con lui. Se io sono te e tu sei me ce ne è uno di troppo. Ecco allora tensione, rivalità.

Tuttavia, nel caso in cui l’altro scomparisse, non avrei più un’identità. Così rimango impigliato in un’altalena di amore e aggressività, una costante frizione fra amore e odio.

Ogni volta che  getto il mio sguardo sull’altro, lo considero come un oggetto che mi affascina o che mi disturba, predomina la dimensione immaginaria.

Ma quando gli parlo, a questo altro, mi situo su un altro piano, quello simbolico. Il fatto stesso di parlare genera un’altra dimensione rispetto a quella puramente immaginaria.

L’essere umano si distingue dagli animali (tra cui prevale l’immaginario erotico –aggressivo) proprio perché parla e parlare significa rivolgersi ad un Altro.

Un Altro con la A maiuscola, che non coincide con il simile, con tizio o caio. Altro grande, assoluto perché non lo conosco, non so cosa vuole. Se ci pensiamo è a lui che ci rivolgiamo ogni volta che parliamo di questioni che ci riguardano intimamente, ogni volta che utilizziamo una parola piena. All’altro piccolo, al simile parliamo certo. Ma è una parola descrittiva, vuota, è la chiacchiera.

Questa distinzione fra immaginario e simbolico è molto importante per capire bene cosa c’è in gioco in un’analisi, un’ esperienza dove la parola piena e il suo ascolto sono al centro. Dove l’asse simbolico della relazione con l’altro si trova in posizione privilegiata. Avremo modo di approfondire tutto ciò nei prossimi articoli.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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