Analisi e riconoscimento

Cosa cercano le persone quando si rivolgono ad un terapeuta? Cosa vogliono, cosa si aspettano?

Se da una parte è impossibile rispondere con una generalizzazione nella misura in cui ogni domanda è unica e particolare, dall’altra si può cogliere sullo sfondo di tutte le situazioni una costante, ovvero il bisogno di riconoscimento.

L’accoglienza

Chiunque varchi la porta di un qualsiasi terapeuta, al di là dell’attesa di un sollievo dai sintomi, è animato dal profondo desiderio di sentirsi visto, capito, ascoltato, colto. L’accoglienza si profila allora come condizione minimale affinché possa essere portato avanti qualsiasi lavoro di indagine psichica. Essa permette di far abbassare le difese e dunque di agganciare il cuore del problema al di là delle maschere, dei pudori e delle reticenze con cui abbiamo a che fare nelle relazioni comuni.

Nella stanza d’analisi le consuete sovrastrutture sociali crollano se il terapeuta sa tollerare gli effetti di tale venir meno. Accogliere permette non solo di far emergere parole “vere”, contenuti ricchi di senso autentico per la persona che parla, ma slatentizza anche reazioni emotive “forti”, d’amore e di odio, tendenzialmente tenute a bada nella vita di tutti i giorni.

Queste vengono infatti dirette sulla persona dell’analista, bersaglio apparente perché in realtà rivolte sempre a qualcun altro. Meccanismi regressivi e transferali trasformano le sedute da apparenti conversazioni in poltrona a veri e propri viaggi nel tempo, in cui il passato non solo si riattualizza nel racconto ma anche nel qui ed ora delle emozioni in gioco.

Il vedersi da sé

Dunque riconoscere qualcuno, permettergli di “aprirsi”, rispondere di sì a tale domanda inconscia, genera le condizioni per un lavoro che potrà essere più o meno intellettualizzato a seconda delle caratteristiche e della personalità del paziente ma che in ogni caso toccherà corde profonde, aprendo la via a visioni inedite di sè e del proprio contesto.

Potremmo dire che l’accoglienza (e la conseguente tolleranza di ciò che emergerà) da parte del terapeuta è l’ingresso da cui transitare per procedere nella scoperta di sè da parte del paziente. Questi chiede aiuto domandando di essere riconosciuto, non di venir definito dall’altro. Chiede cioè di essere messo nelle condizioni di vedersi da solo. Il fatto che abbia perso il contatto con la parte più vera del proprio essere non significa che si aspetti davvero che sia l’altro a dirgli chi è. Anche quando lo fa esplicitamente, cioè quando chiede all’altro una formula che lo rappresenti, sta solo tentando di accorciare il cammino, che sa di dover fare da solo.

L’attesa e l’ignoranza

L’analista non deve vedere il paziente al posto suo, non deve eccedere con le interpretazioni. Una regola aurea é quella di interpretare al momento giusto, quando l’altro in qualche maniera ci è già arrivato. La conoscenza non va scavata a forza, ma attesa, come un fenomeno naturale che non può non accadere, come la pioggia d’autunno o lo scioglimento dei ghiacci in primavera.

I così detti “ errori” delle analisi di Freud sono imputabili al fondo in un eccesso di zelo interpretativo, che finisce col chiudere l’inconscio anziché lasciarlo dischiudersi. Inevitabilmente l’interpretazione implica un giudizio e giudicare é esattamente il rovescio di accogliere.

Come analisti il nostro compito principale, al di là dell’aggiornamento, dei riferimenti ai sacri testi ecc... è l’allenamento a combattere stereotipi e pregiudizi, a combattere cioè la nostra stessa formazione. Come diceva Bion essa produce nell’incontro con il paziente un vero e proprio fastidioso “rumore di fondo” che da un lato inibisce e ostacola l’ascolto pieno, dall’altro inchioda l’analizzante in uno spazio circoscritto della nostra biblioteca, impedendo a lui e a noi l’esperienza della sorpresa, della gioia, della soddisfazione di accostarne la verità.

In parole povere un analista é chiamato giorno dopo giorno a coltivare umiltà e ignoranza. È da loro che trae la forza di “sopportare” lo scatenarsi dei venti di tempesta in seduta, così come la fiducia dell’inesorabile ritorno del sole.

Aiuto psicoterapeutico

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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