Il narcisismo e la sua cura

Il campo delle discipline psicoterapeutiche ad orientamento psico dinamico tende a distinguere un narcisismo “sano” da un “narcisismo malato”.

La dualità del narcisismo

L’identificazione ad una “buona forma” viene considerata sana, perché offre al nostro essere coesione, identità e senso di controllo. Essa tendenzialmente coincide con ciò che chiamiamo Io, amor proprio, volontà, autostima ecc…

La patologia narcisistica è associata ad un’ipertrofia o irrigidimento di tale Io, generalmente per compensazione di una sua sottostante carenza e fragilità.

Il narcisista può soffrire di un disturbo della personalità, e dunque ha difficoltà a vedere l’altro tout court, oppure resta dentro i limiti della nevrosi, vede sì l’altro, ma lo interpreta continuamente, inconsapevolmente, proiettando attributi e caratteristiche che sono invece propri di sé stesso.

 Nel mondo ideale l’Io così detto sano, non nevrotico, dovrebbe da una parte essere sufficientemente coeso e forte per garantire una tenuta nel mondo, orientare nelle scelte e sostenere nelle difficoltà, dall’altra dovrebbe possedere un sufficiente grado di plasticità per non imporsi sugli altri  o non arroccarsi in posizioni eccessivamente difensive.

Si capisce allora come tale equilibrio sia molto raro, dal momento che implica un forte grado di autocoscienza e di capacità di distacco da se stessi.

E ciò non soltanto sul versante freddo e razionale dell’autocritica, che rischia di costituirsi come qualcosa di svalutante, di tradursi cioè in giudizio di valore rispetto a se stessi. Molti infatti restano incollati al proprio Io perché sono terrorizzati dalla possibilità di incontrare qualcos’altro, una crepa che faccia crollare l’intero castello.

Colui che riesce ad andare oltre il proprio Io non scivola sul terreno della svalutazione di sé. L’altalena fra valore e disvalore infatti dondola sempre all’interno della prigione del narcisismo malato, dove o si è “super” o si crolla rovinosamente, ciclicamente.

Il salto oltre la gabbia dell’individualità, pur restando nel solco dell’aderenza alla realtà, permette  di accedere a esperienze “altre”, in una certa misura davvero spersonalizzanti, profondamente liberatorie perché comportano un abbandono ad un altro tipo di conoscenze ed esperienze.

In gioco non c’è una valutazione di sé stessi in termini di adeguatezza-inadeguatezza, amabilità-non amabilità, infallibilità-fallibilità.

Il ridimensionamento narcisistico salutare avviene se si è in grado di sopportare lo smacco dell’errore, di qualsiasi natura esso sia, e di accogliere la sorpresa, quella dell’incontro con una parte rimasta in ombra (di sè e del mondo altro da sè).

E qui ci ritroviamo faccia a faccia con l’inconscio; esso, come riconobbe lo stesso Freud, si insinua fin dentro il cerchio dell’Io, non ne è staccato, non coincide semplicemente con il regno dell’irrazionale.

C’è, in noi, nel nostro stesso Io, un altro di cui non sappiamo nulla. Entrarci in contatto, a volte proprio attraverso lo smarrimento e la debacle, ci solleva, ci permette di ritrovare il silenzio e la pace.

È facile che di questo personaggio senza volto annidato dentro di noi si accorgano prima gli altri, chi però si accosta a noi con animo amorevole, curioso e non giudicante. 

La psicoterapia

Spesso sono gli incontri, quelli veri, a favorire un ridimensionamento salvifico dell’ego. Là dove ci si spoglia dei ruoli e si viene fuori per ciò che si è.

Dove viceversa si seduce, dove si fa mostra di sé, oppure dove si cerca compassione ancora una volta si resta impigliati nella dinamica del narcisismo esaltato o ferito. In questi tipi di rapporti non si incontra nessuno, né se stessi né l’altro, ma solo il riflesso di un’immagine che supponiamo la nostra.

Nell’incontro la volontà è abolita; non si chiede e non si dà nulla, si va oltre l’ansia di piacere, semplicemente si è, si sta. Due personalità distinte entrano in contatto e qualcosa di nuovo finalmente  prende corpo e si rivela.

La psicoterapia analogamente ha successo se riproduce la dinamica di autenticità di un incontro. Non funziona secondo il modello della domanda e dell’offerta, o può farlo, ma per poco tempo e con risultati modesti.

La terapia è un’ottima occasione per conoscere non tanto se stessi, ma ciò che di noi stessi non abbiamo mai voluto sapere.

I terapeuti devono avere ben in mente la fragilità narcisistica dei loro assistiti, bisogna che partano dal presupposto che essa oggi è come un dato di partenza. Più essa è  marcata più sono necessarie sensibilità e attenzione.

Troppo facilmente la terapia può diventare uno spazio dove si accumulano interpretazioni che possono suonare come svalutanti, oppure può inaridirsi nella neutralità  fino a costituire un luogo di pura mortificazione.

A volte, anche se si lavora bene, nulla comunque si muove nell’assetto narcisistico, così pervasivo da risultare impenetrabile a nulla che non sia dell’ordine del riconoscimento-svalutazione. Tutta la dinamica interna alle sedute si esaurisce nella coppia  caduta narcisistica-rinforzo narcisistico.

Può accadere però, sorprendentemente da subito o dopo molto tempo, che qualcosa si sciolga. La stessa persona che aveva girato a vuoto per anni comincia a cambiare, a usare lo spazio della cura in modo diverso.

E allora si innesca il vero meccanismo che porta benessere. Uno comincia ad ascoltare, a vedere fuori da se stesso, a non preoccuparsi più del giudizio, a intuire prima, ed esplorare poi, quell’altro che vive in sè, a cui poter lasciare finalmente un po’ la guida.

Molta della fiducia riacquistata dopo periodi intensi di lavoro terapeutico affonda le sue ragioni proprio in questo abbandono all’ignoto, che, non più avversato con la volontà e le solite cognizioni, apre infine al sentimento estatico e all’oblio di sè.

Narcisismo patologico

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