L’efficacia della psicoterapia

La questione dell’efficacia della psicoterapia assilla non soltanto coloro che si accostano ad essa, mossi dall’ansia di venire a capo dei loro problemi, ma parimenti angustia gli stessi addetti ai lavori, sempre in bilico fra successi e fallimenti terapeutici.

Molteplicità di approcci 

Come è noto non esiste una sola tipologia di approccio alla cura: il campo è frammentato, la varietà dell’offerta è enorme. L’aspirante paziente è fin da subito disorientato, soprattutto se è accorto e  cerca di documentarsi.

Scopre infatti che le posizioni delle diverse scuole rispetto a cosa sia francamente terapeutico sono spesso dialmetralmente opposte; si accorge anche del dogmatismo che permea i vari orientamenti, delle ostilità e delle chiusure. E si chiede come possa scegliere, e ancora di più come sia possibile, se un accordo fra gli esperti non c’è, che la terapia dell’anima abbia una qualche efficacia. 

Lo stesso problema lo vive il terapeuta al momento della scelta della specializzazione. Malgrado il suo interesse per la cura si trova nel migliore dei casi spiazzato.

Sceglie per lo più in base ad inclinazioni e convinzioni personali. Se poi non è di natura un fanatico resta comunque sempre un po’ scettico rispetto alle posizioni più estreme dell’approccio per cui opta, e lentamente, tramite la pratica e lo studio anche di altre discipline, capisce come tener conto dei limiti che permeano ogni insegnamento teorico e delle contraddizioni e degli imprevisti a cui espone la pratica.

Psicoanalisi lacaniana

Chi scrive ha una formazione lacaniana, e se potesse tornare indietro rifarebbe la stessa scelta. Non perché giudichi gli altri approcci in maniera negativa, tutt’altro. 

Per la sottoscritta l’orientamento lacaniano, nonostante le pecche evidenti del lacanismo (il culto infatuato del leader e il linguaggio esoterico - per cui prova una viva avversione), ha due grandi pregi, che hanno dei legami stetti con la questione dell’efficacia della cura. 

Essi sono la non distinzione netta fra patologia e salute e il conseguente spirito di ricerca che va oltre qualsiasi “restitutio ad integrum”  ma punta nella direzione di una profonda coscienza di sé (oltre la persona, l’io, la facciata sociale, l’ideale, l’idea preconcetta di ciò che si pensa di essere).

Questo approccio infatti nel suo cuore è allergico a qualsiasi volontà di “adattamento” del così detto “disadattato”. Molto acutamente riconosce in molti malesseri l’espressione di un disagio che ha delle potenzialità, non da silenziare forzosamente nel nome di un ideale astratto di salute mentale.

La rabbia, il narcisismo, la depressione, l’ossessione, l’angoscia, ecc...non sono considerati semplicemente delle patologie, delle etichette, delle categorie dentro un manuale che incasella e distingue ciò che è buono e sano  rispetto a ciò che è cattivo e malato.

Per certi  soggetti in determinate congiunture della vita  la rabbia è vitale, non va soffocata, il narcisismo è sacro, la depressione un percorso verso la scoperta di sé, l’ossessione l’indice di una questione esistenziale che non cessa di bussare alla coscienza, l’angoscia il segnale di un mondo pulsionale in ebollizione all’interno di un movimento creativo.

Più che tornare a stare bene facendo piazza pulita del così detto disagio si tratta di entrare dentro a quest’ultimo e provare a starci, vedendo le potenzialità comunicative delle stesse storture che tanto affliggono. 

Il lato in ombra diventa interessante, non è più il nemico da avversare, ci si può fare amicizia, prenderci confidenza, infine superarlo perché altri nodi vengono sciolti oppure magari accettarlo e integrarlo come un lato di sé che intermittentemente si palesa nel corso della vita (pur non colonizzando più tutto lo spazio psichico).

La tecnica per far addentrare il paziente in questa forma mentis e in questi territori non è particolarmente complessa, ha come principio cardine l’ascolto. Il vero terapeuta è lui, chi parla, mentre i terapeuti stanno nel viaggio, da supporto.

Ecco allora che la questione dell’efficacia della terapia assume un significato diverso rispetto a quello che magari si intende comunemente. 

Una guarigione in quest’ottica si può anche non verificare, cioè il sintomo può dopo molto tempo può stare ancora lì ma non dare più fastidio, avendo perduto molta parte del suo potere corrosivo grazie al contatto con aree della psiche  che prima della terapia erano come compresse, ingabbiate in una miriade di giudizi e arrovellamenti che portavano sistematicamente fuori strada. 

La terapia dunque funziona, l’importante è non caricarla di un eccesso di aspettative nel senso del cambiamento radicale della personalità. Pensarla così significa abbandonarsi all’idea che la natura umana equivalga a quella di un animale ammaestrato, docile alle cure e agli interventi che gli vengono somministrati da fuori, fuori dal campo della sua volontà.

 I veri agenti di cambiamento siamo noi in quanto persone in analisi; la terapia funziona se tramite essa in qualche modo sentiamo che torniamo a respirare, a essere creativi, a stare nel presente, a vivere nel ricongiungimento alla nudità talora oscura, talaltra luminosa di noi stessi.

Aiuto psicoterapeutico

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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