Vivere con la paura

La paura è spesso definita come un’emozione “primitiva”, legata strettamente alla conservazione della vita. Lo stato di allerta che induce affina la percezione del pericolo e tutto il sistema nervoso si attiva per rispondere prontamente agli stimoli.

Con l’evoluzione della specie umana, la logica della paura si è via via sganciata dai semplici fatti immediati che provocano una minaccia diretta per la vita. Pur restando istintiva, la paura è andata legandosi anche a meccanismi di pensiero logico razionali di natura previsionale, esercitando quindi un’influenza nelle decisioni e nelle scelte, dalle più impegnative a quelle banali e quotidiane.

La valutazione dei pro e dei contro di un’azione, anche quando deliberatamente coraggiosa, non prescinde mai da un certo sfondo di paura. La paura cioè può sì venire superata, ma non azzerata del tutto. “E se?” fa parte infatti del nostro modo umano di ragionare, del nostro sforzo di fragili creature che tentano di prevedere il futuro per mettersi in salvo.

Senza accorgercene viviamo dunque immersi nella paura. È chiaro come ammalarsi psichicamente, essere sopraffatti dalla preoccupazione, non sia così difficile. Chi sembra sottrarsi dal giogo della paura, se non è un’incosciente,  in realtà ha con essa un rapporto molto stretto. Mentre chi resta imprigionato nei suoi tranelli sta tentando di sfuggire al confronto diretto con gli eventi, che mai potranno essere piegati dal potere della previsione e del pensiero.

La paura patologica

Quando allora la paura diventa patologica? Generalmente il fatto accade nel momento in cui non si vuole accettare che non tutto è nel nostro potere di controllo. Quando, dopo aver pensato, previsto e calcolato, non ci proviamo, restiamo al di qua, paralizzati, schiacciati dal senso della minaccia, ormai più immaginaria che concreta.

La paura è la compagna non tanto dell’uomo intelligente e razionale, che usa il cervello prima di dire o fare qualcosa, ma di quello che si aggrappa così tanto al controllo da venirne ossessionato. Il ragionare non si ferma mai,  gira e rigira all’infinito, giunge ad una conclusione per poi rimetterla in discussione e ricominciare da capo.

È come se il pauroso cercasse prima di vivere la vita nel pensiero, di conoscerla “mentalmente” anziché attraverso l’imprevedibilità dell’esperienza. Lasciarsi andare all’ignoto per lui equivale a lasciarsi andare in pasto ai leoni. Il non calcolabile a priori, quel margine (molto ampio)  non eliminabile dalla nostra esistenza, assume “necessariamente” un carattere minaccioso, anche quando si tratta di qualcosa di potenzialmente molto positivo.

Le cause

Le cause alla base di un temperamento pauroso sono legate sia a componenti fisiche, neurologiche, che, soprattutto, al contesto e alle circostanze che hanno concorso alla maturazione personale. Il pauroso cresce per lo più in famiglie dove o tutto è una tragedia e il senso di catastrofe imminente incombe tanto da bloccare su tutta la linea, oppure ogni cosa (anche le emozioni)  è “amministrata” in maniera impeccabile, prevedibile e ordinata. Quello che in entrambi gli ambienti viene bandito è proprio l’incontro con ciò che angoscia, l’evento fuori serie (non necessariamente confortevole e carino)  che scuote, che tocca, che fa vivere l’esperienza rischiosa dell’autenticità non calcolata.

Qualcuno ogni tanto riesce a vincere la paura, pur conservando la sua inclinazione di base verso essa. Se una vita senza paura è impensabile in quanto essa è una dimensione inestricabilmente connessa al nostro essere,  è però pensabile una vita che ne sopporta il peso senza venirne gravemente amputata.

In alcuni casi le emozioni e i giri mentali dettati dalla paura di fronte alle situazioni più disparate sono così forti, da risultare apparentemente necessari degli appigli, come le droghe,  lo xanax o l’alcol. Ma essi sono e restano dei palliativi, che permettono di aggirare l’ostacolo, il particolare momento critico, e per altro spesso non senza effetti di assuefazione.

Soluzioni terapeutiche

La paura va affrontata, non c’è altro modo. Non si può eliminare, dribblare, ingannare. Anche quando viene narcotizzata, a un certo punto si risveglia e colpisce. La sua caratteristica è di essere spiacevole sul piano emozionale, pesante, tosta. Fa balzare il cuore, ammutolire, innescare pensieri ossessivi. Ma non se ne esce se non standoci dentro, sopportando i suoi effetti spiacevoli sul corpo e sulla mente, la sua furia devastatrice.

La psicoterapia fa molto in tal senso, se non si limita a costituire un luogo statico dove ci si lamenta o si intellettualizza il malessere. La messa in parola della paura di per sè non serve a molto, se manca un viverla, un sentirla e condividerla dentro la terapia. Fra paziente e terapeuta avvengono infatti, oltre alle comunicazioni verbali, alcuni scambi invisibili. La paura è uno di questi oggetti che possono essere scambiati, assumere concretezza, rimbalzare nell’animo del terapeuta e tornare al mittente in forma più tollerabile e malleabile.

Abituarsi a riconoscere la paura patologica, significa imparare a  discernere emotivamente fra il pericolo vero, concreto, reale e quello invece in sovrappiù, immaginario, possibile ma non probabile,  né tantomeno“certo”. Cos’è l’inquietudine vera  che alimenta la paura? Da dove viene? La si può mettere finalmente a nudo? Questo  tipo di lavoro interiore  via via porta dei risultati. Esso è valido per tutte le situazioni verso cui sarebbe un peccato rinunciare in nome della paura: uno sport, un esame, un  lavoro, un investimento, un viaggio, una relazione ecc…

Un altro discorso meritano invece le circostanze che hanno più a che vedere con i gusti e le inclinazioni. Non è scritto da nessuna parte che si debbano vincere tutte le paure, molte delle quali sono anche sane. Buttarsi da una scogliera a strapiombo sul mare non è indice di sanità mentale né corrisponde ad una prova di coraggio da sostenere per provare a se stessi qualcosa.

Il coraggio lo si esercita per lo più nella vita di tutti i giorni, non solo nelle situazioni eccezionali.

E spesso ha a che vedere con le cose della normalità, che tanto “normali” non sono così come non lo è stare al mondo.

Accettare la solitudine della paura, condividerla senza scaricala selvaggiamente sull’altro con le parole o gli atti, senza cercare soluzioni concrete, senza fissarsi sulla sua causalità ma prendendola come un dato da interrogare, lentamente porta al di là della sponda, non in un luogo sicuro e ovattato, ma in quello della presenza ferma, curiosa, volitiva nei confronti dell’angosciante ignoto.

Ansia patologica

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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