Accettare la delusione

Molte domande di aiuto successive ad una delusione forte, specie  di natura sentimentale,  celano spesso aspettative irrealistiche, che vanno dalla riconquista dell’idillio perduto alla cancellazione del malessere che tiene in scacco. 

Si pensa ingenuamente che, andare in terapia, significhi finalmente “risolvere” concretamente  la situazione, ripristinando l’equilibrio andato in frantumi o facendo piazza pulita una volta per tutte dei detriti che impediscono di ricominciare a respirare. Il lavoro viene demandato al terapeuta, ritenuto capace di sistemare le cose con una sorta di magia.

Qualsiasi lavoro terapeutico “sensato” non può cominciare senza una rettifica di tale atteggiamento iniziale, eppure il verificarsi di un cambio di passo di tal genere coincide quasi già del tutto con la guarigione stessa. Se ci si rende conto che nessuno, oltre a se stessi, può “liberare” dal male  con consigli o frasi a effetto, si è già un passo avanti, perché non si è supinamente adagiati a venir ipnotizzati dal  curante. L’effetto ipnotico di una frase ben detta infatti dura poco, e il rischio della dipendenza dalla così detta terapia non è da sottovalutare.

Allora se tutto dipende da noi, perché andare in cura? Che tipo di aiuto possiamo aspettarci di ricevere  quando stiamo male, nella fattispecie quando soffriamo, come in amore, per qualcosa che è nell’ordine delle cose e che forse viene amplificato da vecchie ferite?

La psicoterapia è utile nella misura in cui ci aiuta non tanto ad eliminare, quanto ad accettare, la frustrazione e la relativa sofferenza.

Se il bisogno di essere ascoltati e in qualche modo “consolati” per il disagio che ci invade è umano e non certo da mortificare, ci si può però rendere conto di quanto lasciarsi andare sistematicamente ad una modalità lamentosa e luttuosa infantilizzi e a conti fatti non sia di nessun aiuto.

Crogiolarsi nel patimento con l’eterna attesa di venire coccolati e rinfrancati butta sempre più giù, non mobilita nessuna energia utile e attribuisce all’infinito all’altro e alle circostanze esterne la colpa e la responsabilità di reperire un supposto balsamo per l’infelicità.

Mentre confrontarsi con il silenzio, avendo a disposizione un ascolto particolare, mette di fonte a se stessi in una maniera potenziata e ricca di possibilità.

Imparare ad accettare le delusioni 

Cosa significa allora operativamente imparare ad accettare le delusioni?Innanzitutto accogliere  il malessere ingenerato da qualcosa che non può andare come desideriamo si basa sulla ricerca di un contatto stretto con la vita emotiva (e non il contrario).

Le emozioni negative, la tristezza, vanno riconosciute e guardate, vanno sentite nel corpo, nel cuore che sembra sanguinare. Lasciare scorrere il dolore anche nel corpo evita che il corpo si ammali in un secondo momento, perché ogni emozione incapsulata diventa tossica e nemica della salute. 

Anche il pianto aiuta, e piangere in seduta non ha sempre lo stesso significato. Ci sono le lacrime dell’Ego ferito e in rivolta col mondo e quelle che vengono letteralmente dalla pancia, che troncano le parole, che sgorgano dal  profondo, da regioni dimenticate.

Queste ultime, se accolte, possono drenare il dolore, farlo uscire allo scoperto, e spesso smascherano il vero, primo dolore, matrice di tutti gli altri incontrati nella vita.

Dal contatto così intimo con sé stessi si può uscire, non solo fisicamente e psicologicamente alleggeriti, ma anche con domande in più, con pensieri e consapevolezze che vanno oltre etichette, slogan o frasi fatte.

Il dolore primitivo, vero, cocente, riportato alla luce da un rifiuto  può essere guardato e attraversato ancora. Così come può diventare possibile rendersi conto di quanto si sia fatto nella vita per sfuggirlo, circoscriverlo, lenirlo, sminuirlo.

Divenire coscienti di ciò che ci fa soffrire al di là della perdita è fondamentale per fare ordine nel caos delle sensazioni tumultuose innescate dalla delusione, soprattuto in campo amoroso.

Poter dire, “è questo”, poter cogliere quel surplus di dolore legato all’abbandono ha un valore terapeutico enorme, annoda saldamente  a se stessi, alla propria verità storica e dunque rafforza la capacità di stare in ciò che è stato e in ciò che è.

Un’immersione di tal genere in sé stessi mette allora fuori gioco i meccanismi di negazione che di solito intervengono a seguito delle delusioni. Voler tornare con il partner frustrante o dimenticarselo velocemente sono i meccanismi che scattano sull’onda della negazione, non solo dell’accaduto, ma soprattutto della voragine dolente che esso ha riaperto.

Ma se con l’abisso riusciamo a fare i conti non vorremo né tornare da chi ci ha maltrattato né saremo ansiosi di cancellarlo dal nostro orizzonte. 

Saremo capaci di convivere con i pensieri involontari verso l’amato senza per questo voler tornare da lui o volersene liberare a tutti i costi.

La capacità di stare presuppone aver rinunciato alle armi, suppone una resa, un abbandono non passivo alla sofferenza, ben diverso dalla rassegnazione all’ineluttabilità del male.

Ad un certo punto infatti ci accorgeremo, più o meno lentamente, di essere nuovamente liberi e leggeri, di non amare più. Senza il ricorso a forzature, a bruschi tagli, a chiusure stagne.

 

Semplicemente non soffriremo più, resterà solo un dispiacere, come può aleggiare una nube in un cielo d’estate senza alterarne l’azzurrità.

Rapporto uomo donna

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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