L’ascolto: un’arte che cura

L’ascolto non coincide con l’assenza di parola, non basta che il terapeuta taccia perché si produca l’effetto dell’ascolto. L’ascolto non è nemmeno l’attenzione minuziosa nei confronti di tutto ciò che viene detto.

Che cos’è l’ascolto terapeutico?

L’ascolto ha più a che vedere con ciò che si è piuttosto che con ciò che si fa. Ovvero non  corrisponde puramente ad una tecnica da imparare, che si può scorporare dall’essere (l’ascolto non è solo e soltanto una “funzione logica”), ma nemmeno può ridursi al lasciarsi andare alle proprie interferenze personali (pregiudizi, stati d’animo, vissuti personali ecc..).

L’ascolto è più un’arte, una pratica non assicurata nè dalla preparazione tecnica nè tantomeno dal “capriccio” e dalla così detta “spontaneità” dell’artista.

L’effetto artistico che ritroviamo nell’esercizio dell’ascolto è dato dalla possibilità che esso offre di estrarre dalla realtà dei pezzi di “reale”, dei frammenti di “verità”(che bucano la trama dell’ovvio e che assumono così la potenzialità di ristrutturare il campo del vissuto).

L’ascolto terapeutico assomiglia  allo sguardo del pittore, sempre un po’ cieco di fronte all’oggetto che intende rappresentare. Nell’arte visiva si usa la vista ma si mira all’al di là del visibile, si cerca di tradurre con immagini ciò che sfugge alla presa dello sguardo, si mira cioè all’anima delle cose.

Il terapeuta fa la stessa cosa con le parole, quando ascolta non si limita a tacere (e dunque ad esercitare un potere sull’altro che parla) o a registrare con accuratezza tutto ciò che viene detto. Tacere e sentire sono delle condizioni di base del suo lavoro, come saper disegnare e poter vedere per il pittore.

Ma poi, il potenziale trasformativo racchiuso nel lavoro dell’ascolto sta altrove, sta nella capacità di andare oltre le parole, di cogliere, nelle pieghe del discorso, gli indizi di verità sommerse.

Una volta colti, questi indizi verranno sottoposti con garbo ad approfondimenti, ci saranno delle domande e delle restituzioni, sempre nel rispetto delle possibilità di comprensione e accettazione da parte del paziente.

Il processo terapeutico

Se il paziente è in grado di cogliere i rimandi e le sfumature che prima non vedeva, si innesca il processo terapeutico, quello per cui il campo di coscienza si allarga, le associazioni aumentano e l’indagine tocca ricorrentemente il piano dell’inconscio.

Per fare ciò l’atteggiamento deve essere necessariamente come quello del pittore davanti al suo oggetto, un mix di riguardo, di considerazione e di curiosità di fronte al mistero.

Per esercitare l’arte dell’ascolto bisogna restare umili di fronte alla persona che si ha di fronte, consci che l’estrazione di pezzetti di “reale” resta un’operazione delicata, da condurre con cura e in ogni caso essa si limita solo ad un piccolo sforzo di fronte alla vastità della realtà psichica, largamente sconosciuta e inaccessibile.

Capita anche una totale impermeabilità del paziente a tale processo, le visioni del terapeuta  cioè possono non solo non essere condivisibili ma risultano anche nocive  se comunicate.

Non tutte le persone possono beneficiare della conoscenza del proprio inconscio, esistono fragilità non trattabili per questa via.

Ma anche in queste circostanze ciò non significa rinunciare all’ascolto, si tratta piuttosto  di evitare o di alleggerire l’interpretazione. Ascoltare orienta sempre nel capire il più possibile chi si ha davanti, compresa la sua possibilità o meno di assorbire certe verità.

Evitare atteggiamenti autoritari è dunque una buona abitudine; in momenti di stress è facile scivolare in modalità frettolose e respingenti, motivo per cui è bene che il terapeuta non perda mai di vista il proprio benessere e sia in grado di capire i propri, personalissimi gradi di tolleranza alla frustrazione e ai carichi di lavoro.

Infine sarebbe “bello” che l’ascolto orientasse più discipline, non solo quella psicoterapeutica, soprattutto nel campo della salute.

Purtroppo ai nostri giorni predomina una modalità standardizzante delle pratiche mediche, modalità che semplifica ma che al contempo fa perdere la chance di trovare davvero la cura giusta per il paziente sofferente e alla ricerca di aiuto.

Medici, ma anche fisioterapisti e tutti coloro che propongono interventi per alleviare il dolore, si accorgerebbero di un salto di qualità notevole nella loro pratica se si ingaggiassero in un lavoro su se stessi, finalizzato magari a individuare i limiti del loro approccio al paziente.

Migliorare l’ascolto significa non solo rispettare l’unicità di ogni persona, ma anche accostarsi al suo mistero col tatto e l’umiltà di chi sa di aver sempre da imparare.

Solo se il paziente viene trattato come un soggetto degno di ascolto (e non come un oggetto) la cura, di qualsiasi genere sia, può aver inizio.

Aiuto psicoterapeutico , Guarire dai sintomi

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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