Come riconoscere un bravo psicologo?

La psicoterapia non va intesa come un percorso che stravolge le caratteristiche di personalità, né come un processo che elimina totalmente e rapidamente le così dette “storture”. 

Essa serve piuttosto a rimettere in contatto con risorse interiori “paralizzate”. In questo senso assomiglia a una sorta di percorso di “disgelo”, che consente la riappropriazione  di potenzialità che si erano bloccate, cristallizzate in sintomi e modalità relazionali disfunzionali.

Le virtù terapeutiche 

Le virtù fondamentali  di un terapeuta in quest’ottica sono l’ascolto (saper “vedere” senza il paraocchi del giudizio) e la pazienza (saper aspettare senza l’ansia del risultato e tollerando la frustrazione di regressioni e ricadute). 

Attraverso un buon ascolto, che non si limita quindi alla parola ma comprende la persona nella sua complessità fatta anche e soprattutto di non detto, è possibile individuare il punto dolente, che ha poi dato origine a tutta l’architettura sintomatica. 

Alla base di un malessere è sempre possibile rinvenire un dolore primitivo, che, unitamente a specifiche circostanze esistenziali, ha innescato processi difensivi particolari e apparentemente slegati dalla situazione originaria.

Gli atteggiamenti “malati”, di cui la persona  patisce o che l’ambiente relazionale che la circonda rileva con impotenza, vanno visti come dei coaguli di sangue attorno alla ferita. A volte essi sono così inspessiti da coprire completamente come una sorta di dura corazza la lacerazione sottostante, limitando pesantemente i movimenti e le possibilità espressive. 

Vedere bene sotto la coltre di calcificazioni permette al curante di non cadere nell’abbaglio del giudizio, delle aspettative e dei luoghi comuni, non commettendo gli errori classici (ma umani) tipici della famiglia del paziente, ovvero colpevolizzare, spronare, sedurre ecc…

Questi errori infatti si basano sull’ignoranza (più o meno intenzionale) di ciò che non è immediatamente visibile (la ferita)  appellandosi a ideali di salute e buona volontà che restano come parole vuote, che non incidono e, anzi, contribuiscono alla fissazione delle modalità disfunzionali.

Terapeuta o educatore?

Qui si vede tutta la differenza fra un terapeuta e un semplice “ educatore”, quest’ultimo a conti fatti qualcuno che si riferisce a categorie astratte, utopistiche e chimeriche. Alle prime, insormontabili difficoltà successive ai facili entusiasmi, l’educatore si demoralizza, e marchia con verdetti infausti situazioni che hanno la “colpa” di discostarsi dalle sue attese di salvazione. 

Se il paziente che va in terapia ha sicuramente bisogno dell’ incontro con una persona positiva e luminosa, la sola aspirazione al “Bene” rischia di rivelarsi il riflesso dell’arroganza di chi crede di sapere, nonché un veleno micidiale.

L’ottimismo ispirato e pieno di se stesso fatalmente minimizza la portata urticante del piccolo o grande trauma originario, mentre l’energia che vi si accompagna vorrebbe contaminare la creatura “perduta” in virtù  di processi calati dal cielo o dal valore auto evidente quali l’esercizio della volontà e la ricerca dell’autodisciplina.

Il terapeuta che sia tale invece riconosce con precisione e senza ingenuità il razionale del “male”, lo vede non solo su un piano empatico di cosa “non buona”, ma, a differenza dell’educatore, non ha l’entusiastica fretta di estirparlo, non se ne dispiace, non se ne vuole sbarazzare, lo accetta esattamente per come si presenta. 

Il paziente ha così la percezione di andare bene anche nella sua “sgangherata” inadeguatezza, non percepisce l’accoglienza artefatta e strumentale di chi sotto sotto aspetta solo di esercitare un controllo sull’altro, ma sente che non gli si chiede nulla.

Il vero terapeuta allora è qualcuno che sta, che sosta, che si dimentica del tempo, dell’orologio, delle sfide, degli obiettivi, dell’ansia dei miglioramenti, di tutto. Lascia al dolore vero il tempo e il modo di manifestarsi, dopo le infinite sfilate delle aggressioni, degli arrocchi, dei giochi e delle teatralizzazioni. 

Facendo sperimentare al suo assistito un senso di libertà unico se in primis è lui stesso a lasciarsi andare a quella grande “perdita di tempo” che è la seduta di psicoterapia, alla sorpresa e agli eventi apparentemente invisibili che si verificano al suo interno.

In questo processo si vede bene come non contino tanto le ricostruzioni, il gusto fine a se stesso della parola e dello sfogo. Questi sono infatti altri nemici da tenere ben presenti nella conduzione di un trattamento. Il piacere di parlare, di rovistare, di rimestare, di dirsi “io sono così e cosà”  può creare una colla pericolosa, sia perché lega troppo alla figura del curante, sia perché riconduce su palcoscenici ideali. Calato il sipario, tutto resta immobile come prima.

Come si scioglie il nodo sintomatico 

Cosa fa la differenza? Ci sono momenti in cui la crosta si solleva, spesso nei silenzi contemplativi, nei pianti, nella semplice bonaccia che segue un discorso, dopo la reiterazione di un copione recitato mille volte  o un commento particolarmente incisivo e tempestivo del terapeuta. Funziona così: il nodo allenta la presa, per un attimo si scioglie, poi si riannoda, poi si allenta di nuovo e così via. 

Ma piano piano il coagulo si riduce,  elasticità e  scioltezza ricompaiono. Le energie ritornano, le risorse che sembravano perdute sono nuovamente disponibili per cambiamenti costruttivi. E si smette di farsi del male, di boicottarsi con le proprie mani, non per sforzo di volontà ma perché “agire contro” banalmente non serve più.

Non serve più sfogare l’odio per l’altro su se stessi, forse perché si può perdonare,  si può guardare il dolore nella sua insensatezza che non dipende da nessuno. 

La terapia può essere vista come una grande opera di drenaggio dell’odio. Da una parte mette in valore il suo potenziale separativo (liberandolo dal senso di colpa e dunque dalla demonizzazione degli affetti negativi ), dall’altra  ridimensiona e sblocca gli  ingorghi a cui esso molto spesso  dà luogo.

Incassare il dolore, assorbirlo nella sua nudità come un dato di fatto che alla fin fine non ha colpevoli, fa “cadere la crosta”, ovvero smorza i i sintomi,  l’aggressività, i tormenti auto inflitti.

La cicatrice resta, ed essa si intreccia con le caratteristiche più tipiche di ciascuno, colorandolo inevitabilmente la personalità con alcune tonalità specifiche .

Ma una vasta area della mente “sana”, dopo un siffatto lavoro, si risveglia e si incammina verso un punto non prefissato da nessuno. Che ha qualche parentela con la socratica “temperanza”, la prospettiva di un equilibrio sufficientemente buono  pur nelle inevitabili follie della vita. 

Aiuto psicoterapeutico

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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