Ansia patologica e sessualità

Per gli psicoanalisti è un fatto assodato, certi tipi di ansia patologica  (non solo l’ansia da prestazione, ovvero quella legata strettamente alle situazioni sessuali) sono molto frequentemente dei correlati o di una sessualità nel presente non del tutto appagante e gioiosa, o di antichi conflitti ancora non pienamente risolti che implicano comunque  la sessualità.

La scienza moderna non si pronuncia a riguardo, così si resta nel territorio delle conoscenze “scientifiche” un po’ arretrate ma ancora molto evocative dei tempi di Freud.

Sessualità e rimozione

La pulsione sessuale che per vari motivi va incontro a “rimozione”  per il modello psicoanalitico è un’ energia (a cavallo tra lo psichico e il somatico) che non se ne sta buona e silente, ma  “torna” sotto forma sintomatica,  dando luogo ad angosce o  a sintomi più elaborati (tic, ossessioni, problemi somatici, isterismi, fobie ecc..) che ne rappresenterebbero una soddisfazione sostitutiva. L’angoscia e i sintomi nevrotici costituirebbero quindi una forma più o meno “simbolica” di appagamento sessuale, consentendo una scarica alla pulsione inibita alla meta. 

Gli psicoanalisti riconoscono molto facilmente le sintomatologie che rientrano in questa dinamica da quelle che seguono altre logiche. E per la loro risoluzione prospettano percorsi tendenzialmente lunghi (non mancano però “guarigioni” rapide). In ogni caso vengono evidenziati e analizzati i conflitti fondanti l’ambivalenza verso la sessualità. 

L’esplorazione mediante la parola spesso è in grado di contribuire a sbloccare le energie compresse, perché permette  di lasciarsi andare “psichicamente”, contrastando attivamente sensi di colpa, preconcetti e tabù mortificanti. 

È facile che qualcuno che chieda una terapia per un disturbo d’ansia (magari per ripetute crisi di nervosismo a casa o al lavoro) si ritrovi poi a parlare di tutt’altro, spalancandosi  inaspettatamente per lui la questione sessuale in tutta la sua complessità. 

Sono rari i luoghi in cui ci si possa aprire su argomenti così delicati e le stesse sedute, che seguono l’andamento dell’inconscio nelle sue fasi alterne di apertura e chiusura, non vertono tutte monotematicamente sul tema della sessualità. Il lavoro analitico, essendo non lineare ma spiraliforme, ripropone ciclicamente gli stessi temi, già magari lavorati in precedenza con lo stesso terapeuta e lasciati lì “a maggese” in attesa di un ulteriore rimaneggiamento.

L’arte terapeutica prevede infatti una convivenza non belligerante con i meccanismi di difesa psichici. Essa assicura un luogo di non insistenza che comunque in alcuni momenti può surriscaldarsi, quando una certa tensione favorisce e accompagna la precipitazione verso punti di svolta. 

Esistono poi delle specificità di genere rispetto ai sintomi che si fanno portavoce del conflitto in relazione alla sessualità. Potremmo dire, banalizzando un pò che esiste un’ansia più tipica del femminile ed una che concerne maggiormente il mondo psichico maschile. Ricordando che ci sono donne che si esprimono con modalità più maschili e uomini che viceversa appaiono più femminili, senza che ciò comporti  questioni rispetto al loro orientamento sessuale.

L’ansia al femminile

La così detta “crisi isterica” è la modalità classica con cui si manifesta l’ansia al femminile. L’emotività dilaga, con intensità variabile che va da semplici crisi di sconforto, magari di pianto sommesso e triste,  a grandi scene teatrali, in cui svenimenti, palpitazioni, mal di testa feroci e strilli vari danno consistenza al dramma immaginario.

Questi atteggiamenti “vittimistici” sono la spia di una costituzione psichica ancora immatura, che spesso riflette anche una certa immaturità sessuale. Il rifiuto del sesso, legato a dinamiche che hanno radici nell’infanzia e che spesso associano l’atto sessuale ad un atto aggressivo e di sottomissione, porta con sé un atteggiamento di chiusura e di sfida che potrebbe essere definito come “passivo-aggressivo”. 

Nella scenata isterica, che apparentemente vede al centro una creatura fragile, preda di ansie e di scossoni emotivi, si nasconde il ritorno di un godimento sessuale rimosso, unitamente ad un tentativo più o meno conscio di manipolazione (allo scopo di far sentire sostanzialmente l’altro in colpa). 

La deresponsabilizzazione di tale atteggiamento, la sua sterilità e potremmo anche aggiungere sgradevolezza, nel tempo portano i partner o le persone vicine ad allontanarsi, alimentando il circolo vizioso di lamentazioni e chiusure. Tutto diventa un problema, la vita si carica di negatività, il semplice parlare finisce per assomigliare  ad un infinito piagnucolio che sfibra e sfinisce chi si ritrova a sorbirselo senza possibilità di un contraddittorio costruttivo. 

Va da sé come un percorso di cura, per incidere su queste crisi ansiose, debba andare molto più a fondo, da una parte facendo vedere alla persona che soffre la chiusura nella propria bolla di litanie, dall’altra affrontando la questione sessuale che sempre si annida nelle pieghe dei caratteri isterici. Passaggi non semplici e, quando possibili, affrontabili sempre tendendo conto di resistenze e ritrosie nell’affrontare verità scomode e seppellite a volte per decenni.

L’ansia al maschile

La modalità maschile, come dicevamo tipica anche di molte donne (perché “femminile” e “maschile” non coincide tout court con l’anatomia), è al contrario “implosiva” più che esplosiva. L’ingorgo libidico non si scarica per una via somatica, visibile e rumorosa ma ristagna nella mente, nel pensiero, dando luogo a pensieri, idee di natura ossessiva e talvolta a repentini passaggi all’atto (spesso ricusati con tentativi di annullamento e cancellazione).

La sessualità nuovamente ha dei legami con questo malessere di base, nella misura in cui nel corso dello sviluppo l’attività di pensiero e quella immaginativa si è iper sviluppata per compensazione di una sessualità precoce e forzatamente inibita.

Tutti gli ossessivi sono stati nell’infanzia molto precoci sia sul piano pulsionale che mentale; data la loro inadeguatezza “anagrafica” hanno così associato alla sessualità la rinuncia (identificata più o meno coscientemente al potere castrante del padre), dirottando le energie psichiche su altro e  sublimandole nel desiderio di sapere e di conoscere.  Correlativamente sono diventati dei “bravi bambini” ubbidienti, ragionevoli e “civili”, coltivando però nell’inconscio un coacervo di fantasie e di voglie trasgressive, unitamente ad una buona quota di aggressività repressa. 

Ciò spiega perché la sessualità rimossa invada poi così tanto il pensiero, al punto tale da renderlo ossessivo. Le attività ripetitive, lo studio, la scrittura, la creatività stessa sono allora dei modi “non patologici”  (sublimatori) in cui si convogliano e si leniscono le tendenze ossessive.

Quando queste modalità mancano o non sono temporaneamente disponibili, quando un evento inatteso turba il sistema rigido di vita, la routine e le abitudini costruite dall’ossessivo per difesa dalla pulsione,  il disturbo ossessivo si svela in tutta la sua complessità ed enigmaticità, portando a compiere azioni a volte assurde e contraddittorie pur di tenere a bada il nemico invisibile, che ormai è stato trasferito al puro livello dell’idea.

Anche per l’ossessivo la terapia incontra le sue belle difficoltà. Intanto perché si tratta di affidarsi all’aiuto di qualcuno, cosa che a queste personalità non viene tanto spontaneo, abituate come sono a mantenere il controllo su tutto e tutti.

Il rischio poi che anche lo spazio analitico venga colonizzato dalla rimuginazione non è così remoto, così che la terapia viene resa ostaggio dall’uso ossessivo del linguaggio e del pensiero. 

L’analista allora, per incidere minimamente,  deve a tutti costi fare qualcosa che l’ossessivo non sopporta, ovvero deve  restare vivo, non aspettare, non domandare, non farsi raggiungere cioè da quel tocco da re Mida che trasforma tutto ciò che sfiora in statue d’oro tristemente morte.

Allora, incontrando la vita che resiste ostinatamente alla mortificazione,  l’ossessivo può trovarsi spiazzato e vacillare, fino (forse) a cedere qualcosa.

Ansia patologica, Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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