La madre asfissiante

La madre così detta “asfissiante”, figura centrale soprattuto nei racconti di molte giovani donne, non è stata necessariamente una “cattiva madre” a trecentosessanta gradi.

I suoi meriti tuttavia vengono oscurati dalle storture della sua ossessività affettiva. La sua capacità positiva  di cura e di protezione sfocia nella negatività dell’iper controllo, così come la rettitudine del suo sguardo degenera in giudizio senza appello.

Le vittime privilegiate delle madri con queste caratteristiche sono soprattuto le figlie femmine. I maschi si salvano più facilmente, un po’ perché di natura meno empatici e quindi più in grado di prenderne le distanze, un po’ perché essere uomini li preserva dalla dinamica del rispecchiamento, luogo di autentica tossicità.

Non è inoltre infrequente che queste madri siano nutrite di una cultura maschilista, che le porta a rispettare e a non permettersi certe angherie con il figlio maschio in quanto semplicemente  maschio. 

L’identificazione mortificante 

La figlia femmina è dunque il bersaglio privilegiato di certi attacchi, a volte così pesanti da annoverarsi a pieno nella violenza psicologica, nella misura in cui si attiva il meccanismo dell’identificazione. 

In primo luogo la figlia viene vista dalla madre come un prolungamento di sé stessa e ciò dà luogo a sistematici attacchi alla personalità autentica della ragazza. Ogni espressione che devia dalle attese viene mortificata con appellativi sminuenti e divieti assurdi, finalizzati a modellare il carattere della figlia spianandone le caratteristiche originali. 

In seconda battuta c’è da considerare quanto il corpo sessuato in senso femminile della figlia risvegli la tematica della femminilità nella madre, spesso messa in soffitta a causa di scelte sentimentali infelici. 

L’invidia verso la futura donna, che avrà possibilità a lei ormai precluse, può divampare ciecamente, spingendo o verso atteggiamenti realmente castranti (divieto di acconciature, trucchi, abiti femminili ecc…) o al rovescio verso un’attenzione eccessiva e morbosa nei confronti dell’abbigliamento, del corpo, della dieta, delle frequentazioni, ecc..

Le aggressioni psicologiche che la figlia deve subire riguardano dunque sia la sua personalità in generale che la sfera della sessualità. 

L’auto stima di queste ragazze naturalmente risulta molto compromessa, perché in loro è totalmente assente la coscienza di sé stesse. Sentendosi sempre criticare a proposito di qualsiasi cosa pensano di dover migliorare se stesse su tutta la linea (anche quando andrebbero benissimo già così come sono). Nel profondo dunque si sentono del tutto sbagliate, e in loro imperversa un tormento terribile. 

Ma l’impatto è forte anche nella sfera dell’amore e della sessualità. Le fanciulle che restano nelle grinfie delle madri asfissianti  nei primissimi anni dello sviluppo puberale fanno troppo coppia con la madre stessa anziché esplorare con un minimo di autonomia  il mondo dei pari e vivere le prime importanti schermaglie amorose. 

Tutto ciò che viene vissuto al di fuori della famiglia viene puntualmente riportato alla madre e vagliato dal suo giudizio oracolare, che finisce per bloccare iniziative ed esperienze formative. 

Nelle delicate fasi del passaggio dall’infanzia all’adolescenza queste madri infatti sono dei modelli importantissimi:  la loro parola viene presa molto sul serio. 

Solo nell’adolescenza, con la maturazione psichica che ne consegue e gli incontri significativi al di fuori della famiglia, diventa possibile mettere in questione il detto materno ed acquisire lucidità sull’intera dinamica. Ma alcune ferite si sono già cicatrizzate e non possono venire cancellate. 

Tutta la vita da una parte verrà improntata verso lo sforzo di “guarire”, di riacquistare cioè  la spontaneità e l’originalità perdute, dall’altra sarà segnata da un odio mortale verso la madre stessa, individuata come l’attentatrice alla vita.

La ribellione costituirà la nuova cifra del rapporto, ed essa durerà a lungo, forse dovrà sempre restare attiva per tenere a distanza il “mostro”. La madre, di fronte al viraggio brusco della figlia, non si rassegnerà mai, scatenando a sua volta una rabbia furiosa per aver perso il controllo sul suo gingillo. Così non perderà mai occasione di commentare acidamente tutto ciò che farà la figlia, dalla scelta del fidanzato, del lavoro, della casa ecc.., lamentandosi di tutto. E non le verrà mai in mente di poter aver sbagliato qualcosa. 

Nei casi più complessi il passaggio critico alla consapevolezza non si verifica nemmeno nella prima gioventù. Il rapporto madre figlia diventa oggetto di indagine nella maturità, quando i danni peggiori si sono già verificati. Ci sono donne che si svegliano a quarant’anni nella comprensione di dinamiche dolorosissime, e può esplodere un rifiuto incontenibile proprio quando la madre è ormai anziana o addirittura morta. 

Esistono poi casi in cui il risveglio non avviene mai, il rapporto di amore all’insegna della rimozione dell’odio dura tutta la vita, con effetti di tossicità enormi. L’affrancamento dalla madre e dai suoi tentacoli non avviene mai. Le vite di queste donne sono altamente irrisolte, finiscono nella dedizione alla casa e alla famiglia senza uno spazio proprio, un interesse, una passione, un guizzo di vita. Tutto sprofonda nel grigiore dell’obbedienza alla “grande madre”.

La terapia del trauma da materno 

In terapia in genere non vediamo mai le madri, ma solo e sempre le figlie. L’età è in genere attorno ai trent’anni, momento in cui si sente di più l’esigenza di ricapitolare e fare ordine su un’indagine già svolta in autonomia negli anni precedenti.

La congiuntura che fa entrare nella cura può essere tipicamente data dalla nascita di un figlio o da un intoppo nel diventare madri, da una delusione sentimentale o un’incertezza rispetto al lavoro. 

Quelli citati infatti sono gli ambiti in cui una donna si esprime non solo come donna ma anche come madre. Trovarsi confrontate con la maternità intesa in senso più ampio come capacità creativa rimanda inevitabilmente agli intoppi vissuti al livello del rapporto con il materno. 

In terapia si possono via via affrontare vari nodi rimasti irrisolti; il lavoro di elaborazione personale può essere raffinato e perfezionato.

Il confronto con uno specialista aiuta soprattutto a lenire il senso di colpa che tiene avvinte e che non manca mai in queste situazioni.

Scegliere di vivere, di essere se stesse, di provarci fino in fondo implica oscuramente (e metaforicamente) uccidere o lasciar morire la madre. Cosa non facile da accettare e soprattutto da compiere fino in fondo.

Rapporto genitori figli

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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