Angoscia e desiderio

Angoscia e desiderio vanno quasi sempre a braccetto, soprattutto quando il desiderio è forte e ben radicato nel profondo del nostro essere. Per desiderio nella fattispecie non si intende la voglia passeggera di qualcosa o di qualcuno, lo svago o il piacere legato ad una qualche attività. Questi appetiti o situazioni gradevoli  infatti non angosciano per niente, nella misura in cui il rapporto che si instaura con l’oggetto è sul piano del consumo. L’oggetto, pur interessante e nutriente, non fa vacillare in nessuna maniera l’Io, che conserva così la sua padronanza e tranquillità. Ci sono dei bisogni (sessuali, alimentari, ricreativi ecc…) e questi vengono più o meno soddisfatti, sempre comunque in maniera pacifica e lineare.

L’angoscia corrisponde invece a un turbinio interiore, a un disorientamento emotivo e mentale in cui è centrale la sensazione dell’improvvisa perdita del consueto punto di ancoraggio delle sicurezze personali. Al di là degli sgradevoli correlati somatici (tachicardia, nausea ecc…) la natura più propria dello stato angoscioso consiste nella depersonalizzazione e nella derealizzazione. Il familiare diventa estraneo, l’ambiente circostante si deforma o appare lontanissimo, irraggiungibile, così come l’io stesso smarrisce la propria centratura, la propria appartenenza, perfino la memoria del proprio nome.

Nell’angoscia si è come in balia di qualcosa che non ha un carattere definito, non si è più se stessi, fino alla paralisi. Le misure messe in campo per far arrestare il processo sgradevole e rientrare per così dire in sé  (che però si rivelano patologiche e inibenti) sono l’interruzione dell’attività, la fuga o la dissociazione emotiva.

Se si sta parlando in pubblico, si sta svolgendo una performance, ci si trova soli in mezzo al mare, in alta montagna o si sta andando banalmente  ad un appuntamento, interrompere, tornare indietro, mollare  sono le soluzioni che stoppano immediatamente la vertigine del “tilt” psichico.

È abbastanza intuitivo però capire che la fuga fomenta l’angoscia anziché guarirla, introducendo la possibilità concreta della strutturazione di vere e proprie fobie. Le fobie sono dei baluardi che costruiamo attorno alle situazioni che ci angosciano, che però sono proprio quelle che più desideriamo. Con il risultato di invalidarci la vita, di perdere occasioni importanti per esprimerci e essere autenticamente e pienamente noi stessi.

L’angoscia insorge in momenti particolarmente significativi, quando, appunto, il desiderio è chiamato fortemente  in causa. Desiderio per una persona o desiderio verso un’attività. Spesso c’è in gioco lo sguardo dell’altro, anzi, anche quando questo sguardo non c’è fisicamente esso è nella testa.

Il desiderio non è la voglia. La voglia rinsalda sempre l’ego, mentre il desiderio lo spacca. Nel desiderio siamo lacerati, siamo di fronte alla dolorosa insufficienza del nostro essere e abbacinati da qualcosa di grande, che non è l’ideale, quello che vorremmo essere,  ma il Reale concreto e carico di mistero della vita pulsante.

Per un nuotatore esperto, trovarsi solo in mezzo al mare può tramutarsi in un’esperienza vertiginosa, a cui sarebbe un peccato mettere fine nuotando di corsa fino a riva. La costa lontanissima, il silenzio, la solitudine assoluta, la bellezza perfetta degli elementi in cui si è a bagno nudi fanno emergere il Reale, ovvero la pochezza e la mancanza della natura umana al cospetto dell’assoluto incomprensibile, tremendamente superiore, alla cui volontà imperscrutabile è appeso il filo della vita. L’occhio assente nella realtà ma ben presente nella mente del nuotatore è allora quello di un Dio o quello di un padre, che, vedendo superare un certo limite, possono dire sì o annichilire.

L’angoscia è il timore di Dio. Cedere all’angoscia e tornare a riva vuol dire castrarsi da soli, credere cioè a un Dio castrante, restare sotto il giogo di un fantasma, preda della nevrosi. Andare avanti invece significa integrare la propria solitudine non garantita dall’approvazione, tollerare l’angoscia e attraversarla, vederla lentamente dissolversi e accedere a un “altro godimento”, totale, che non ha un sapore trionfalistico sul piano narcisistico ma che sa di libertà, di auto realizzazione e di pienezza senza tabù.

Così è quando desideriamo davvero qualcosa o qualcuno. La passione spinge oltre, accosta alla nuda solitudine senza certezze, ci si trova in mezzo al mare, a tu per tu con l’assoluto, l’ignoto, il corpo pulsionale generalmente muto e silente che vibra in ogni cellula. Il mistero della creatura che evoca il desiderio è un mistero divino, di cui purtroppo spesso non si riconosce il valore e la portata, di cui non si ha rispetto. 

Unico modo per liberarsi dalla spiacevole morsa dell’angoscia è allora tenere, non indietreggiare, costringersi ad andare avanti, qualsiasi cosa si stia facendo. La ricompensa è grandiosa, non importano le figuraccie a cui ci esponiamo, se balbettiamo, se sembriamo matti o stupidi, se diciamo fesserie. Farsi bloccare vuol dire restare sotto il giogo di un padre padrone che vuole la nostra ubbidienza e impeccabilità, generalmente una fantasia del nevrotico narcisisticamente ferito.

La partita con l’angoscia non si vince mai una volta per tutte, ma la sfida si rinnova nella misura in cui ci manteniamo vivi e desideranti. Se ci angosciamo è un buon segno, vuol dire almeno che non siamo morti. Ma soccombere alla fobia vuol dire ingrigirsi sempre di più, fino sì, a morire di certezze e di noia.

Ansia patologica

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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