Cosa significa soffrire di depressione?

Periodi difficili, momenti di smarrimento, circostanze luttuose fanno parte dell’esperienza comune ad ogni uomo e pertanto non sono da considerare di per sé  come eventi patologici. Anzi, certi avvenimenti complessi, pesanti sotto il profilo emotivo, possono perfino dare luogo a trasformazioni positive della personalità.

Quando la psiche non viene sopraffatta da un evento avverso, di fatto essa riesce ad inquadrare in una prospettiva più ampia la negatività di cui fa esperienza, riuscendo a convertirla in un’occasione conoscitiva di sé stessi e dell’esistenza. Così allargata, la coscienza diventa in grado da un lato di sopportare il peso dell’avversità, dall’altro di continuare a vivere alla luce di una filosofia più ricca e articolata. La complessità infatti, se viene affrontata e non rifiutata, affina e attiva dei processi di crescita altrimenti non accessibili.

La paralisi e il lamento nella depressione 

Nella depressione ciò che non funziona o si inceppa non è soltanto la facoltà di “resistere” al male, opponendo volontà, grinta e determinazione, ma soprattuto quella di “integrare” il dato frustrante e doloroso nella propria realtà. Il movimento che porta alla depressione è cioè fondamentalmente di diniego, di fuga di fronte alla difficoltà. Al suo posto si insediano la paralisi e il lamento.

La paralisi tenta, attraverso la stasi, di rendere la circostanza dolorosa non avvenuta, con  il risultato però di cristallizzarla, di lasciarla eternamente nociva. Un gioco molto pericoloso, perché il tempo scorre ugualmente anche per chi cerca di fermarlo, con il rischio che la sfasatura  si allarghi sempre di più fino a diventare incolmabile. 

Anche il lamento è una forma di negazione. L’amplificazione del malessere a cui dà luogo non è infatti finalizzata per il lamentoso a farsi una ragione della situazione problematica, a renderla reale e tangibile ai propri occhi. Lamentarsi  serve al contrario per ripararsi dietro alla sofferenza, per indugiare, per restare al di qua, per continuare a ritardare l’incontro con l’irreversibilità dell’accaduto. Restando però in una condizione appiccicosa di inerzia.

L’evento  scatenante e i sintomi della depressione

L’evento principe in ogni depressione ha a che fare, in vario modo, con la perdita. Qualcosa che c’era e ad un certo punto non c’è più, è andata via, è stata sottratta, si è spenta, è morta. La cosa perduta sembra trascinare via con sé la vitalità di chi le sopravvive, che si trascina tra immobilismo e gemiti monotematici. 

Se un colpo doloroso comporta  necessariamente un periodo simile di stasi finalizzato ad assorbire la botta, il protrarsi della modalità passiva di solito è la spia dell’avvento della depressione. I sintomi sono quelli classici e più conosciuti: apatia, rallentamento, perdita di interessi, sensi di colpa, angoscia, umore depresso. Nella stragrande maggioranza dei casi chi patisce la condizione tenta di mascherarla in società, mentre è nel privato che essa emerge in tutta la sua portata. 

I mascheramenti, coscienti o meno, sono in genere di segno opposto rispetto ai sintomi depressivi. L’umorismo, l’iperattivismo, l’euforia e l’iper verbalismo sono tutti atteggiamenti (più o meno marcatamente maniacali) che tentano per l’appunto di camuffare il sottostante vissuto annichilente. Essi si differenziano dalla gioia, dall’azione e dalla comunicatività autentiche non soltanto per il loro carattere eccessivo e talvolta fuori luogo, ma soprattutto per l’inconcludenza non costruttiva a cui danno luogo. Si tratta quindi di slanci, di tuffi che spesso si concludono con rovinose cadute. Le persone che ne soffrono passano quindi attraverso fasi “down” e momenti “up”, senza riuscire però a costruire solidamente nulla, perché in fuga costante da sé stessi. 

La causa profonda e la terapia della depressione 

Se l’evento scatenante la depressione è la perdita, la causa profonda resta altrove. In terapia si tratta di andare a sondare, nel caso specifico, altri elementi della personalità e della struttura individuale. Ma poi, una volta inquadrata con una buona accuratezza sul piano diagnostico, la depressione mantiene la sua quota di ambiguità e di sfuggevolezza rispetto ad una prognosi certa. 

Persone molto fragili possono riprendersi sul mero piano del funzionamento meglio di altre, che, pur avendo delle potenzialità maggiori, restano impantanate quasi per scelta di comodo nella palude depressiva. 

Il maggiore ostacolo alla cura è infatti costituito, oltre che dai circoli viziosi della paralisi e del lamento, dal vantaggio più o meno consapevole che essere depressi dà sull’altro. Una sorta di manipolazione esercitata soprattuto nei confronti dei parenti ma che si ripresenta identica nel rapporto terapeutico. “È più forte di me” diventa una comoda scusa per molte cose, un atteggiamento di fronte al quale l’altro è ridotto all’impotenza. 

I curanti allora, analogamente ai parenti, si trovano facilmente catapultati nella dimensione dell’impossibilità di cura, se pensano di poter aiutare il loro assistito armati soltanto di spirito altruistico o al rovescio di un atteggiamento eccessivamente risoluto. 

Con il depresso in realtà si ingaggia una vera e propria lotta di resistenza psichica, alla quale è bene essere preparati, ma essa non è eclatante, fatta di frasi a effetto o atti spettacolari. Il terapeuta può essere efficace se è in grado di assecondare l’esigenza del depresso di parlare con qualcuno che risponde e non si trincera nel silenzio, e al tempo stesso di non farsi trascinare nella seduzione, nel catastrofismo o nella falsa euforia dei miglioramenti esibiti.

Pur sensibile e rispettoso verso il disagio del suo paziente, che non è mai finto, egli deve restare fuori da certe dinamiche psicologiche di salvazione per concentrarsi unicamente su un punto. Cosa sta schivando questa persona, quale dolore non vuole accettare? Tentare di abbordare insieme al paziente questo qualcosa è la vera sfida della terapia, farcelo appassionare, far rinascere la passione per la propria storia, rileggerla da un’altra prospettiva. 

Chi soffre cerca delle soluzioni, ma vince la partita se smette di  guardare fuori e riesce a capire che la vera soluzione  è guadagnare terreno su una lettura già data per scontata,  per aprirsi infine al vero punto che tiene in scacco.  Il risultato non sarà dato da una catarsi, da qualcosa del tipo “vedo il dolore, mi riconnetto, piango e magicamente guarisco”. 

È la maturazione indotta dal riconoscimento pieno di sé stessi nel proprio inaggirabile fardello doloroso che fa guarire, è riuscire ad abitare la perdita, a viverla pienamente nella sua lacerazione senza sfuggire più, potendo infine recuperare un po’ di leggerezza, aprire gli occhi sulla ricchezza che c’è e dare vita a qualcosa.

Male oscuro

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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