Depressione: alcune differenze di genere

Nell’ascolto della sofferenza depressiva si possono cogliere delle sfumature specifiche che riguardano rispettivamente gli uomini e le donne.

Esse fanno pensare a una differente causalità, a una maggiore o minore sensibilità a certi fattori protettivi e dunque ad una dissimile risposta ai tentativi e terapeutici.

Come tutta la ricerca che riguarda il campo dei patimenti dell’anima, il rinvenimento di alcune regolarità non dà poi luogo a contrapposizioni rigide e  universali. Esiste invariabilmente il caso che contraddice la regola, pertanto nel parlare della differente declinazione della depressione nei sessi bisogna tener presente che non si tratta di verità assolute non confutabili. Ci si basa per lo più su osservazioni e ragionamenti che derivano dal contatto con una certa casistica e non riassumono dunque tutto il possibile.

Amore e depressione

Un dato che balza all’occhio è l’associazione depressione – solitudine sentimentale nella donna, collegamento che non si ritrova nell’uomo. Ciò non vuol dire che tutte le donne sole siano necessariamente depresse, ma che il sentimento depressivo, quando c’è, nella donna ha spesso come correlati l’assenza di una relazione affettiva stabile oppure la presenza di un rapporto di coppia gravemente compromesso. 

È raro incontrare una donna depressa che ama, è amata e vive una relazione affettiva. In un contesto del genere ella di solito si stabilizza. Può essere insoddisfatta, annoiarsi, sentire comunque delle mancanze ma difficilmente cade nel buco nero di stati profondamente depressivi. 

Cosa che non avviene per l’uomo: incontriamo frequentemente uomini molto amati, innamorati delle loro donne, consci di esserlo, inseriti in rapporti sentimentali di sostanza eppure inclini a crisi depressive fortissime, anche ai limiti dell’autodistruzione.   

Sembra quindi che ciò che protegge la donna, ovvero l’amore, non ripari assolutamente l’uomo dal male di vivere. Non è un caso che molte donne, consapevoli di quanto l’amore sia per loro una cura, spesso credono ingenuamente di poter salvare il partner dalle turbe depressive tramite la forza del loro amore.

Nei primi tempi del rapporto sicuramente l’uomo beneficia del contatto vitalizzante dell’amore, ma poi esso non basta più, anche quando è un sentimento che unisce stima, affetto e passionalità. La depressione lentamente torna a galla, diventando non solo impermeabile all’amore ma attaccandolo nelle maniere più insidiose. 

Freddezza ed indifferenza possono investire la compagna, che pure continua ad essere amata come il primo giorno, e ciò non per noia o capriccio o narcisismo. Quando la bestia nera si riattiva tutto scolorisce, persino l’intensità del sentimento.

Chi è più consapevole del proprio male di vivere, perché ha mezzi mentali di un certo calibro o è motivato a capirsi, coglie nel tempo che non è l’amore ad essersi esaurito, che il problema non è fuori ma dentro. Mentre spesso la depressione prende il controllo totale della volontà e porta a distruggere il Bene.

La cura nel femminile 

Contrariamente a ciò che dicono le statistiche, ovvero che le donne sono più colpite da depressione, viene da affermare il contrario. Le donne chiedono più facilmente aiuto, e questo può falsare le stime. Ma si sa che chiedere aiuto è già una forma di guarigione, ovvero una misura della salute potenziale. 

La donna accede alla cura tramite la relazione, la parola, il rapporto con l’altro. Forse perché è programmata dalla natura a divenire madre, a dare, a trasmettere e ricevere la vita (e ad arricchirsi e affinarsi grazie a tale scambio), è da un lato vulnerabile alla solitudine, al rifiuto e alla perdita, dall’altro basta che entri in un rapporto interpersonale autentico perché le sue risorse interiori si mobilitino nuovamente  e ricomincino a sprigionare energia. 

Le depressioni al femminile nel transfert terapeutico (se è vivo) spesso si sciolgono come neve al sole, ed è facile che l’assetto mentale che predispone agli incontri venga recuperato in tempi anche molto rapidi. 

Depressione maschile: che fare?

Così non è per l’uomo, più capace di superare le delusioni chiudendo definitivamente le porte del cuore e operando tagli netti, più in grado di riempire la solitudine grazie a distrazioni varie ma decisamente meno responsivo alla relazione in termini di innesco di grandi mutamenti interiori. 

L’uomo, in rapporto alla donna (ma anche nella relazione d’aiuto) anche quando ama davvero tendenzialmente si appoggia. Per usare una metafora egli tende ad assorbire passivamente i raggi del sole che lo scaldano finché, raggiunta la temperatura, l’effetto piacevole inizia a svanire e bisogna aumentare la dose.

L’uomo quindi vive la relazione più come una dipendenza, un traino che dà sì sollievo, ma come tutti i rimedi non è durevole nell’effetto ristoratore. È come se faticasse a trasformare il rapporto da un rifugio a uno stimolo che smuova delle cose dentro di lui, in primis il desiderio di guarire, di combattere per  tornare a vedere la luce. 

Per questo la relazione in sé non lo salva, per questo ogni “io ti salverò” femminile è condannato allo scacco quando in gioco ci sono problematiche emotive profonde.

Come aiutare un depresso che ha tutto, la donna, la famiglia, i beni affettivi e materiali resta una bella sfida. Se non ci sono riusciti loro, come può uno psicologo una volta alla settimana? In realtà l’incontro con uno specialista, se si smarca da questa logica del dare, potenzialmente può incidere parecchio. 

L’orizzonte resta quello dell’amore, senza un transfert positivo non si va mai molto lontani. Ma il terapeuta che riesce a sostenere il senso di impotenza che il contatto con la depressione sempre porta con sè, che non cede all’idea che il contesto del paziente sia inadeguato ponendo se stesso come la vera guida, che sa quindi cancellarsi pur essendo lì può far sperimentare qualcosa di nuovo.

Ovvero la possibilità, per l’uomo sofferente non immediata,  di “usare” la relazione con l’altro non per appoggiarsi ma per indagare se stesso uscendo dalle categorie mentali con le quali usualmente si valuta.

Il dramma del depresso è l’essere congelato dentro l’insensatezza: pur sapendo tutto del proprio disagio, come è nato ecc… egli è convinto che non ci siano speranza né salvezza. È arreso alla sua inettitudine e alla disperazione  come a  dati ineluttabili, ci si è scavato dentro una nicchia fatta spesso di stordimenti e abusi alcolici, di rassegnazione e visione distorta di sé.

Accomodato così a trattarsi come un “disabile mentale”, inchiodato al pensiero fisso della perdita e delle occasioni mancate, quando capisce che la terapia spinge troppo verso la normalità, verso l”alzati e cammina” (come fa in generale la famiglia, la moglie ecc…) può sfuggire a gambe levate. 

E qui si vede bene il filo sottile sul quale si regge la professione d’aiuto: esserci, non chiedere e non dare niente, avere fiducia, non spingere, rilanciare, non insistere. Ma soprattutto grande capacità di fare da specchio alla positività rispetto alla quale il paziente è come cieco, senza gesti o modalità eclatanti. In attesa che qualcosa di nuovo prenda corpo da sé, una visione, una convinzione, un tentativo fuori serie, uno scatto non destinato all’implosione.

Male oscuro

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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