Narcisismo e depressione latente

La depressione, in questo momento storico più che mai, è una problematica  trasversale a molte domande di cura. 

I motivi per cui viene chiesto aiuto ad uno specialista possono infatti essere molto diversi e legati a particolari congiunture esistenziali ma, nonostante tale variabilità, il malessere sotteso a questioni individuali molto specifiche può rivelarsi al fondo sempre lo stesso.

Ma quale depressione incontriamo sempre di più attualmente?

La depressione dilagante

La depressione, nella sua forma classica, consiste in un’importante paralisi sul piano dell’azione, in un marcato pessimismo e nel ritiro sociale. Essa comporta però anche  lucidità di pensiero, capacità di argomentazione e un certo sfondo di appello all’altro, ovvero di desiderio di comunicazione e di scambio a dispetto di una routine  ritirata e appartata. 

La terapia in tale quadro tradizionale si configura come un potente antidepressivo, perché rimette in moto una parola assopita in un soggetto al fondo ancora voglioso di relazioni, di progetti e di vita. 

Oggi tuttavia osserviamo sempre di più un dilagare di forme sfumate ma subdole, in cui l’azione c’è ma è senza partecipazione emotiva, la qualità del vissuto è come impoverita, i pensieri e gli argomenti sono ripetitivi, sempre gli stessi, frequentemente difficili da capire nel loro senso più profondo.

L’ingranaggio in questi casi non è inceppato, funziona, ma è senza anima, senza vita. Le persone che soffrono di questo disagio sono esteriormente abbastanza risolte ma intimamente bloccate e ciò si vede molto bene a livello del rapporto con l’altro. Anche se parlano a lungo e diffusamente non sembrano mai rivolgersi davvero a qualcuno. Le loro parole si configurano piuttosto come pallottole scaricate a ripetizione su un bersaglio, non svelano nessun tentativo o desiderio di traduzione e di condivisione.

Il narcisismo non a caso  è il fondo oscuro di queste depressioni impercettibili: l’individuo ha abbandonato l’orizzonte dialettico, pare non tenere più conto dell’altro se non in termini utilitaristici. Il focus è orientato a senso unico su se stessi, impedendo l’ingresso a molta sofferenza ma al tempo stesso sterilizzando la propria capacità di sentire e di trasmettere.

In questi quadri il lamento o la seduzione si profilano come le uniche modalità emozionali residue. Ma a ben vedere essi sono falsi movimenti espressivi,  nella misura in cui in entrambi i casi non esce nulla di un vero interesse a comunicare con l’altro. L’altro o è ridotto a un contenitore, a una specie di raccoglitore di frustrazioni, oppure è uno specchio per intensificare il proprio narcisismo.

Quale trattamento possibile?

La sfiducia e il cinismo di fondo che caratterizzano molte depressioni sotto soglia, mascherate da apparenze di segno contrario, sono difficili da trattare proprio perché la persona stessa che arriva in terapia non le riconosce come un problema.

Il rischio che il lavoro terapeutico si riduca ad un vuoto “bla bla” è più che concreto, il terapeuta si accorge che c’è qualcosa che non va perché non solo non si attiva in lui nessun “insight” , ma anche per via della fatica crescente nello stare dietro al discorso del paziente, superficialmente fluido ma internamente pieno di punti ciechi non approfondibili. 

La parola non è semplicemente “vuota” (cosa che ciclicamente accade in tutti i percorsi di cura anche profondi), non è un “cincischiare” prima di arrivare al punto. Si tratta per lo più di veri e propri buchi nel discorso, affermazioni prive di senso, frasi fatte o affermazioni perentorie impermeabili a ogni tentativo di chiarificazione.

Cercare di tradurre certe oscurità porta sistematicamente al fallimento, perché le spiegazioni si ingarbugliano e si attorcigliano su se stesse, lasciando curante e paziente in uno stato di confusione nocivo per entrambi.

La logica frequentemente è assente da questi discorsi non tanto perché il paziente non è intelligente abbastanza o dice le cose senza pensare. Essa viene bypassata così come viene aggirato il confronto con l’altro, non esistono leggi a cui sottostare, nemmeno quelle del discorso. Tutto è liquido e precario, fluttuante, è vera una cosa e al tempo stesso la sua negazione.

Il narcisismo poi arriva ad un livello tale da sfociare nell’incomunicabilità pura, nel disinteresse a farsi comprendere, ad agganciare dei punti, al fondo a farsi aiutare. 

Le terapie sono chieste per vedere se c’è qualcuno che può risolvere con la bacchetta magica il proprio problema. Quando si capisce che perché funzioni bisogna anche metterci del proprio l’interruzione è molto probabile. 

Domande così purtroppo sono in aumento e come curanti c’è da ripensare a molti aspetti del nostro modo di lavorare. Siamo davvero impotenti o potrebbe comunque esistere un modo per agganciare il paziente alla cura, un modo che non consista in una debole e precaria empatia o in una fragile alleanza speculare? 

Una buona bussola da tenere in mente come orientamento è la sofferenza che, pur incapsulata, esiste. Ricordarsi che le persone così sono fragilissime. Accoglierle tenendo ben presente i limiti delle possibilità di cura può essere un modo per far sì che qualcosa venga comunque portato a casa.

Oggi ci viene richiesta una supplementare quantità di docilità e di pazienza: rinunciare all’interpretazione e attendere quietamente, attendere mantenendo in primis in noi quel calore, quella positività e fiducia assenti nella stoffa psichica del paziente (intimamente bruciato e forse disperatamente bisognoso di un punto di riferimento stabile nel suo mondo fluttuante?)

Male oscuro, Aiuto psicoterapeutico , Disagio contemporaneo

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