Ipersensibilità artistica e depressione

I così detti “ipersensibili”, spesso artisti o persone altamente creative, sono soggetti che vedono e sentono sfumature e sottigliezze che agli altri di norma sfuggono. A causa del loro “dono”, che li porta a vivere tutto in maniera molto intensa, possono sperimentare gioie assolute ma anche tristezze molto profonde

Se la loro intensità emotiva non trova un contrappeso in una struttura psichica sufficientemente “sana” o in altre caratteristiche personali di natura pragmatica, essa può portare verso derive molto difficili da gestire, quali l’isolamento e la depressione

L’ipersensibilità non è dunque di per sé causa di disturbi dell’umore; per dar luogo a comportamenti e vissuti francamente patologici bisogna che si accompagni anche ad altri fattori, più o meno invalidanti. L’ipersensibile che in genere mantiene ben saldo il contatto con la realtà difficilmente scivola nella follia maniacale e negli abissi delle depressioni più cupe; egli può però sviluppare sintomi più sfumati, che  finiscono con l’essere comunque molto insidiosi nella vita sociale e di coppia. 

Domanda di cura dell’artista depresso

La terapia  di chi é dominato dalle caratteristiche della propria natura ipersensibile non è affatto semplice. Di solito si tratta di persone dedite per professione ad una qualche attività artistica oppure intrappolate in professioni che non sentono completamente in linea con la loro natura più profonda. In genere esse si tengono sulle prime lontane dagli ambienti di cura o perché trovano nell’arte stessa una forma di trattamento alla propria sensibilità, oppure perché la fuga ha risolto temporaneamente i loro conflitti. 

La ricerca di uno specialista avviene allora  per l’artista quando subentra una qualche crisi creativa; le mani si bloccano, l’esuberanza si spegne, il vuoto prende il sopravvento sulla gioia, nulla sembra più valere la pena. Il mondo in cui oggigiorno vive un artista purtroppo impone ritmi e prestazioni che non sempre si conciliano con l’arte e a cui si fatica a stare dietro, pena la perdita di un autentico slancio.  

Al curante si chiede dunque come fare per tornare alla condizione ideale di perenne ispirazione, come fare a tenere insieme arte e vita. Il  linguaggio artistico infatti permette di incanalare la tensione interiore attraverso una forma espressiva adeguata. Ma si sa, la pratica artistica da un lato soddisfa, dall’altro inquieta comunque perennemente per lo sforzo di adeguamento dell’opera al proprio volere e sentire. La frustrazione inquina sempre, fatalmente, il bel mondo dell’arte, e conviverci per alcuni non è facile.

L’artista mancato invece, che si occupa di tutt’altro, pur bravo e competente nel suo campo ad un certo punto può andare in crisi,  accorgendosi  ad esempio  di aver rinunciato alla pratica di un’arte per cause di forza maggiore. All’apice del successo lavorativo rischia di mandare tutto all’aria, di distruggere tutti gli sforzi di una vita. 

Egli, da sempre forte e risoluto nell’ambiente duro e competitivo del lavoro, comincia a non contenere più la sofferenza. La dinamica rivaleggiante lo schiaccia, portandolo a sognare un altrove dove possa esprimersi liberamente. Allora può finire anch’egli col divenire preda di una depressione caratterizzata dall’assurdo vagheggiamento di un mondo “altro”, dove tutto è bellezza e armonia, dove non solo dell’impronta della miseria umana non c’è traccia, ma non c’è traccia neppure dell’umanità stessa. 

La psicoterapia dell’ipersensibile 

Si capisce allora come la questione del trattamento psicoterapeutico sia molto delicata in questi casi. In entrambe le situazioni la risposta non può essere di ordine pratico, la domanda concreta rivolta al terapeuta va inquadrata e interpretata, senza essere banalizzata e perduta di vista. 

Il disagio che viene portato non può infatti essere sanato con un consiglio, che suppone sempre l’esistenza di una via ideale difficilmente praticabile, ma va compreso con una disponibilità a sentire la sofferenza del paziente in tutta la sua umanità e sensatezza. La questione che ci porta sul tavolo non è affatto banale; chi sente in maniera così esasperata non è un folle da blandire e contenere ma un iper lucido che diventa vittima del pessimismo e del correlativo sogno compensatorio.

Una volta data dignità a tale complessità, cosa che non può non rinnovarsi nel corso della cura, c’è da restare aperti sulla possibilità di rottura della bolla dentro cui il paziente ipersensibile si rifugia. La frustrazione per lui è particolarmente difficile da sopportare,  non per infantilismo o volontà di potenza, ma solo perché la avverte in maniera esasperata in tutta la sua portata dolorosa, spingendolo a non vedere più nulla e a cercare paradisi compensatori  liberi dalla sua ombra. 

La sua guarigione avviene solo se arriva a capire che nessuna arte lo può salvare; l’arte può essere una bellissima compagna, ma anche lei capricciosa e soggetta alle leggi della vita, che rendono ogni volo terreno precario e soggetto a cadute.

Inoltre gli uomini, gli ambienti sociali e di lavoro sono tutti segnati dalla pochezza umana, non ne sono mai esenti perché l’uomo è strutturalmente misero e limitato. Questo “reale” va accettato per progredire in un processo di guarigione. Ciò non significa rassegnarsi passivamente all’esistenza della bruttezza, ma prenderne atto, integrarla nella tessitura della vita senza farsi uccidere ogni volta e senza tirarsi indietro dalla scena umana. 

 

Una volta metabolizzati gli aspetti meno nobili dell’umanità resta spazio per la sorpresa, per la constatazione della sopravvivenza del bene anche quando sembra tutto morte e desolazione. Riuscire a vedere il bene che sopravvive nonostante il male è la sfida che attende ogni natura sensibile e delicata, perché finalmente  la smetta di proteggersi nella bolla- guscio che alla lunga inaridisce e blocca in una condizione passiva di eterna vittima.

Male oscuro

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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