Depressione e percezione del tempo

l rapporto con la temporalità è centrale in tutte le manifestazioni depressive, dalle più leggere a quelle di rilevanza clinica. Chi soffre di depressione fatica massimamente ad abitare  la dimensione del presente, del qui ed ora, rifugiandosi nel passato o vagheggiando un futuro impossibile. 

Molta dell’inerzia e della passività depressiva si spiega in questo modo, in questo stare perennemente  “fuori dal tempo”, in questa assenza di presa diretta sulla vita, nelle mancate occasioni, nel perenne rimpianto o nella fantasticheria.

Le cause alla base dell’alterato rapporto con il tempo 

Come si spiega tale atteggiamento? Esso è causa o effetto della depressione? C’è una volontà di qualche tipo dietro a quella che sembra soltanto una resa? 

Parlando a lungo e a fondo con molte persone che purtroppo vivono questi stati della mente dolorosissimi, emerge invariabilmente (pur nelle diverse sfumature individuali) sul piano inconscio una sorta di ribellione alla legge dello scorrere del tempo, una specie di obiezione radicale al divenire che si concretizza in un folle tentativo di fermare il tempo

Il rifiuto ostinato ad accettare la legge della vita, che comporta la sottomissione alla forza annichilente del passaggio invisibile e silenzioso del tempo, si rovescia nella pertinacia dei sintomi depressivi, impermeabili a qualsiasi intervento dall’esterno o appello al semplice buon senso. 

L’incuria della propria persona, il non fare nulla, il non avere motivazioni e  interessi sono alcuni sintomi della depressione figli di questa logica. 

Ad essi si accompagna la rimuginazione sul passato, che così invade la scena del presente e impedisce di mettere a frutto l’istante. Il passato finisce con lo spadroneggiare al punto tale da diventare esso stesso il nuovo presente, schiacciando così ogni possibilità espressiva, volizione o speranza. 

Da un certo punto in poi la rievocazione del passato, inizialmente innescata volontariamente per tentare di trattenerlo e mantenerlo in vita, va fuori controllo e non è più possibile liberarsi da quello che ormai è un macigno, una schiavitù e una condanna.

Il lutto impossibile nella depressione 

Quando e come può essersi sviluppata tale protesta? Cosa l’ha poi resa così tenace? Gli addetti ai lavori parlano di “lutto impossibile” per qualificare l’attaccamento a ciò che più non è. 

Se ci si pensa vivere significa confrontarsi continuamente con la perdita. Negli anni noi stessi ci trasformiamo sia nel corpo che nella volontà, senza parlare delle perdite delle persone care, delle amicizie, degli amori. 

Nella depressione la perdita assume i contorni della catastrofe. Quel dolore che nell’infanzia e primissima adolescenza  tutti abbiamo provato, forte, acuto, quando ci siamo resi conto della nostra mortalità così come quella dei nostri cari, il depresso potremmo dire che non l’ha mai superato. 

Pensare a quel sentimento di noia, di malinconia e paura  infantile di fronte alla massa del tempo di cui ancora si fatica a stabilire i contorni, ci aiuta a capire certi stati depressivi, in cui sembra che la persona sofferente sia persa come un bambino che fluttua in una sorta di lucida incoscienza

In effetti nelle storie di molti depressi si rintraccia spesso un’infanzia caratterizzata da vissuti di intensa solitudine, non di rado associata a eventi traumatici e/o indisponibilità psicologica da parte degli adulti di riferimento nel trattare le angosce infantili. Queste condizioni creano l’humus ideale su cui si innesterà la protesta successiva: perché vivere, voler stare bene, avere progetti, accettare lo scorrere del tempo e impiegarlo al meglio se tanto vivere è così doloroso? 

Si dice che nella depressione prevale il sentimento dello scarso valore della propria persona. Ma esso ha radici antiche, propriamente in quel vissuto di abbandono a se stessi e di insensatezza incontrato troppo presto. 

I genitori dei bambini futuri depressi  non sono necessariamente dei pessimi genitori. A volte sono solo condizioni di vita sfavorevoli, difficoltà plurime a rendere un adulto emotivamente lontano dai bisogni più profondi del piccolo, nonostante le cure materiali.

Certi dolori dunque, non trattati, si fissano e si incistano nell’inconscio, segnandolo per sempre. Ed è proprio la fissazione, ovvero la mancata elaborazione profonda di una perdita, a conferire potere patogeno a quella che altrimenti è solo una legge di vita che non si può che accettare. 

Non è quasi mai il dolore a far ammalare psichicamente ma la sua mancata integrazione, ovvero il suo rifiuto. Rifiutare certi stati psichici li rende nel tempo intollerabili, così che si creano nella mente delle zone buie, come degli isolotti a se stanti, delle capsule dotate però di un potere attrattivo enorme sulle parti sane. 

Ogni slancio, ogni tentativo di tenacia e auto realizzazione vengono così sabotati, mentre il passato torna come un’onda che risucchia all’indietro nel vortice di nullità esistenziale

La terapia degli stati depressivi 

Come sempre, ma in particolare in questi casi,  la terapia necessita di molto tempo e di obiettivi modesti. Non è possibile trasformare un melanconico con un approccio così radicalmente oppositivo alla vita in una personalità solare e positiva. 

 L’alleanza con le parti sane della mente è quanto mai necessaria, non solo per fare il punto sulla storia personale, sui vari perché e percome, ma soprattutto per agganciare al qui ed ora

Insistere troppo sulla ricostruzione del passato collude con la dinamica patologica, per cui dare valore alle piccole cose che accadono nella vita ha il senso di riallacciare piano piano alla semplicità dell’esserci, al fondo vero obiettivo di quasi tutte le cure dell’anima.  

Quando i pazienti cominciano a stare “realmente” meglio non ne danno comunicazioni clamorose. Ciò accade di norma dopo parecchio tempo, segno che un qualche lavoro del lutto é stato fatto. 

Le persone senza accorgersene avvertono un senso di leggerezza nuovo, pur mantenendo molti dei soliti sintomi. 

Il passato molla un po’ la presa stritolante, e si affaccia una sensazione nuova, pacificante, del tipo “è andata così, non è il massimo ma questa è la mia vita e va ugualmente bene” . 

Affermazione sempre passibile di essere rimessa in discussione ma in ogni caso, una volta pronunciata, entrata nel campo del possibile. 

Male oscuro, Aiuto psicoterapeutico

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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