Depressione latente

Uno stato latente di depressione può essere celato efficacemente da atteggiamenti e comportamenti di natura apparentemente lontana dall’affetto depressivo. La recita può risultare così convincente da ingannare i familiari,  gli amici e persino i terapeuti stessi del depresso “camuffato”, fuorviati dalla sua maschera seducente. 

Ad uno sguardo attento tuttavia certe sfumature non sfuggono, indizi che tradiscono il sotterfugio e svelano la personalità scissa, rannicchiata dietro ad arie e modi particolarmente brillanti. Inizialmente può trattarsi di una sensazione di inautenticità, della percezione di ritrovarsi spinti più ad ammirare l’altro che ad entrare veramente in contatto con lui. 

Anche il linguaggio, utilizzato in maniera impeccabile per descrivere se stessi e le situazioni vissute, sembra voglia “presentare” anziché “penetrare” i fatti raccontati, al pari di una narrazione avvincente ma inautentica. Il controllo viene perso raramente e quando ciò accade si assiste ad un pianto quasi infantile, che poi  viene velocemente asciugato e dimenticato come un evento poco significativo. 

I mascheramenti più utilizzati per dissimulare uno stato depressivo di fondo si riflettono di solito in modi di fare “troppo” sicuri o un po’ troppo allegri, che risultano inadeguati in circostanze formali. 

Anche nella poca disponibilità all’ascolto e nella tendenza a mantenere un livello perennemente brillante o arguto nel discorso si vede la volontà di non mostrare nulla dell’interiorità più dolente. Spesso l’interlocutore viene sovrastato da racconti pieni di dettagli e riferimenti a oggetti o situazioni considerate di classe e socialmente desiderabili, per fare colpo sull’altro ma soprattuto per convincere se stessi di valere qualcosa. 

Ma è la presenza dei così detti  “agiti”a denunciare con precisione la problematica depressiva sotterranea, trattata mediante il salto della maniacalità.

Che cosa sono questi agiti e cosa li differenzia dalle decisioni vere e proprie, dalle azioni audaci ma riflettute,  responsabili e soprattuto stabili nel tempo? Dove si rintraccia la scissione e dunque la scarsa lucidità del pensiero retrostanti a certe azioni apparentemente significative ma in realtà sbrigative, incalzate dall’urgenza di sistemare le cose, mero tentativo di aggirare nel reale  l’incontro con sé stessi?

I problemi di elaborazione psichica nella depressione 

Incontrare se stesso per chi soffre di depressione è particolarmente difficile e penoso. Vedere il proprio peggio, i propri limiti e contraddizioni non è piacevole per nessuno, perché ciascuno di noi tendenzialmente preferisce mantenere un’immagine idealmente positiva della propria persona. 

Il depresso ha una difficoltà supplementare a questo livello, perché per lui il viaggio interiore che porta inevitabilmente in territori non ideali significa automaticamente incontrare il “nulla” che al fondo sente di essere. Analizzarsi con lucidità è impossibile, acquisire una coscienza di sé a tutto tondo pure. 

Si capisce come nelle situazioni di vita particolarmente delicate, in cui una certa lucidità sarebbe utile, questo tipo di persona  preferisca mettere in atto delle azioni che sostituiscono i pensieri. 

Gli agiti sono infatti delle “reazioni” più che degli “atti” veri e propri frutto di una riflessione.  Essi infatti rispondono alla dinamica stimolo – risposta senza passare attraverso quel filtro mentale che tiene conto delle molteplici sfumature in gioco e che rende una persona presente, cosciente a se stessa e dunque responsabile di ciò che fa, nel bene e nel male. 

Il filtro in questione non è di natura “morale”. Di fatto si può scegliere deliberatamente anche di compiere delle azioni “amorali”, l’importante è avere coscienza di tutte le implicazioni che esse hanno e prendersene su di sé il peso e la “paternità”.

Il malinconico questa assunzione del proprio peggio non la può compiere, pena l’incontro disastroso con una voragine di nullità esistenziale che lo annichilisce. Per poter sopportare il fardello della propria libertà in quanto esseri desideranti,  bisogna essere un po’ coraggiosi e sostanzialmente sostenuti da una buona opinione di sé stessi, non artefatta. 

Certi tipi di depressione “mascherata” non consentono un contatto ricco, profondo e articolato con la vita interiore e condannano a un’altalena fra stati “up” e stati “down”, con degli intermezzi di “agiti” per tentare di invertire la polarità.

Così un depresso che non sa nemmeno di essere tale, abituato com’è a schivare gli incontri con pericolosi  buchi interiori, può sembrare agli occhi dell’altro un tipo fortissimo, soprattutto quando è colto, simpatico, piacente e il rapporto è all’inizio. 

La sua debolezza spiazzante emerge nell’approfondirsi della conoscenza. Un giorno è capace di dire con convinzione “a” e quello dopo affermare “b” con noncuranza, senza cogliere minimamente  la contraddizione o darle troppo peso. E ciò un po’ in tutti i campi della vita: le sue opinioni, i suoi gusti, i suoi desideri, i suoi sentimenti non sono stabili, non sono il frutto di una conquista ma il mero riflesso di un momento passeggero.

Quella che sembra semplice volubilità nasconde ben altro. A tutti capita di essere volubili, soprattutto se si è curiosi e vitali. Cambiare punto di vista e sentimento rispetto alle cose non è a rigore patologico, anzi, permette di agganciare sfumature e arricchirsi. 

Ma nel campo del non patologico il cambiamento di prospettiva e di umore non intacca il valore di fondo delle cose amate, verso cui viene nutrito rispetto e considerazione.   

Il depresso non può contare su questo tipo di ancoraggio stabile, la sua esperienza è quella della deriva, dell’essere in balia dei suoi “su” e “giù” senza la bussola dei sentimenti profondi, che di fatto è incapace di provare. Egli può “attaccarsi”, avere “bisogno”, provare “innamoramenti euforici”, che però inevitabilmente svaniscono al sole del grande vuoto che lo divora internamente e inghiotte tutto nel suo vortice.

Chi lo conosce poco può restare sconcertato dal passaggio repentino dal caldo al freddo, dall’amore all’indifferenza, dall’entusiasmo per un progetto al suo completo abbandono. E può arrabbiarsi, giudicarlo malissimo, pensare cose orrende. 

La depressione non può essere la scusa che giustifica tutto, ma comunque una chiave interpretativa per capire il problema, che sia dell’amico, del fidanzato o del paziente. 

A livello terapeutico il discorso della cura è molto complesso, la sfida ambiziosissima  starebbe nel riuscire a connettere il depresso almeno un po’ al suo male, alla sua depressione senza che questa lo divori.

Camminare insieme sul bordo del precipizio, in un equilibrismo precario in cui c’è da essere sempre pronti per un salvataggio, è la dinamica ineludibile della terapia. 

Male oscuro, Aiuto psicoterapeutico

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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