Il potere terapeutico della musica

La musica ha un indubbio potere terapeutico, soprattutto per ciò che riguarda le problematiche legate allo stress, all’ansia e a certe forme depressive. Durante l’ascolto il nostro sistema nervoso viene profondamente stimolato, beneficiando di effetti calmanti o energizzanti a seconda dello stile musicale prescelto. 

L’esperienza dell’ascolto, quando diviene terapeutica, non è solo passiva. La nostra mente si mette al lavoro, facendo riaffiorare ricordi, sensazioni, pensieri, immagini, desideri, emozioni. Proprio per questa sua capacità di favorire il ritorno di elementi inconsci e di riconnettere ad un’autenticità sopita la musica si profila come un’alleata preziosa delle terapie dell’anima, ma anche come una risorsa insostituibile per chi desidera semplicemente restare in contatto con sé stesso. 

Gli effetti più squisitamente terapeutici li apprezziamo nel campo dei disturbi d’ansia e nelle depressioni lievi.

Musica e disturbi d’ansia 

Le manifestazioni dell’ansia sono varie e spesso si sovrappongono: cuore che viaggia a mille, dolore toracico, senso di oppressione al petto, fame d’aria, panico, sgradevole sensazione di terrore, percezione di inadeguatezza e di assillo perenne ecc…Senza parlare di tutte le turbe gastrointestinali o le tensioni muscolari e articolari frequentemente associate agli stati ansiosi.

In genere gli ansiosi sono persone molto sensibili agli umori e alle richieste ambientali, soffrono di un eccesso di compiacenza che, unitamente agli alti standard interiori, li porta a sovraccaricarsi di lavoro in ufficio, a casa, ovunque. 

L’ansia segnala implacabilmente l’esistenza di una paura di fondo molto radicata, quella di non farcela, di non reggere, di soccombere, infondo di morire, a cui viene opposta una risposta iper attiva e iper vigile nel tentativo di ristabilire un controllo.

L’ansioso è come un guerriero armato che combatte una battaglia interminabile e debilitante con nemici invisibili, ovvero con i suoi fantasmi di fallimento di cui ormai ignora persino l’esistenza. Nella sua storia non di rado ci sono figure di riferimento che non hanno creduto in lui, creando o ingigantendo queste minacce di rovina e di morte. “Tu non puoi farcela” (tradotto “tu sei inadeguato a vivere come gli altri”) è un messaggio che è entrato precocemente  nell’inconscio. Per contrastarlo il futuro ansioso cronico si è dovuto dare molto da fare, alzando inavvertitamente sempre di più l’asticella (forse per riuscire finalmente a ottenere il riconoscimento mancato?) e costruendo baluardi sempre più solidi contro eventuali rischi di caduta.

Le note sono come parole balsamiche, il dono dell’artista che riesce ad esprimersi con grazia. La musica, soprattutto quella classica o “classicheggiante”, in questa logica lavora come una psicoterapia perché riesce a mettere in contatto l’ansioso con le sue paure, con le sue sensazioni autentiche di vulnerabilità. Gli permette di piangere, di lasciarsi andare, di respirare più profondamente e di sentirsi cullato, contenuto e sorretto da un vero holding  (che non scade nel maternage cronico e controllante).  Le paure, non più demonizzate, perdono parte del loro contenuto patogeno e torna una sensazione gioiosa di fiducia.

Certo, sia la psicoterapia che la musica possono dare dipendenza, un po’ come tutte le medicine. Il segreto sta nel prenderle a piccole dosi, per vivere delle esperienze di bellezza, ricaricarsi, sciogliere dei nodi e riprendere a camminare sulle proprie gambe grati di essere stati aiutati a entrare in contatto con una parte delicata di sè. 

Allora rallentare diventa possibile, grazie alla nuova alleanza con la fragilità non più rifiutata. Il sollievo non è esente dalla possibilità di ricadute, soprattutto perché il carattere ansioso non è totalmente modificabile. Ma, come molti ansiosi sanno, l’arte sta nel non voler stravolgersi ma nell’imparare, vivendo, a non l’asciare che l’ansia limiti con mille paure e guasti ogni poesia ed occasione d’esser felici.

Musica e depressione

Nella depressione lieve c’è questo sottofondo di malinconia, di sensazione di occasioni perdute, di spegnimento vitale, di svogliatezza e noia. Al contrario della risposta ansiosa, volta a occultare lo spettro della morte, qui le acque stagnanti e paludose subdolamente inghiottono la vitalità e il gusto di vivere.

“Tanto a cosa serve” è l’alibi per non muoversi, non cimentarsi, non fallire. Se l’ansioso si muove troppo e rievoca  proprio nell’iperattività la stessa morte che tenta di schivare (l’attacco di panico ne è un esempio), il depresso si mortifica in qualche maniera per farsi trovare già morto all’appuntamento finale con la morte.

Anche in questo scenario sono mancate molte cose nell’infanzia, ma soprattutto la trasmissione della fiducia, da intendersi sia come atteggiamento fiducioso verso la vita che come tranquillità rispetto al proprio valore, sostanzialmente indipendente dalla performance o dall’approvazione dell’altro. 

La musica, al pari della terapia, nella cura della depressione ha un ruolo più complesso, data l’ambivalenza di questo stato della mente.  Se troppo “euforizzante” essa può non agganciare e lasciare indifferenti, se troppo “malinconica e triste” può rischiare di promuovere un eccesso di identificazione e far sprofondare ancora di più negli abissi. 

Per ogni trattamento della depressione è necessario un Sì preliminare da parte del depresso, che in genere non ne vuole sapere di guarire anche se desidera tanto che ciò accada.

Ma se l’aggancio riesce, se la musica ha successo nel superare la barriera, può rivelarsi un aiuto sia nella comprensione più fonda delle sfumature della malinconia (musica triste), sia nel riallacciare al ritmo della vita, alla grinta o ad una qualche leggerezza (musica energica). 

Male oscuro, Aiuto psicoterapeutico , Ansia patologica, Disagio contemporaneo

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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