La mente estatica

La “mente estatica”, testo di Elvio Fachinelli pubblicato nel 1989, è una fonte preziosa di ispirazione sia per i clinici che per chi si accosta alla psicoanalisi, nella misura in cui contrappone “difesa” e “accoglienza”, vedendo in quest’ultima la vera forza in grado di sciogliere il conflitto nevrotico.

La riflessione sull’esperienza estatica si connette infatti alla “guarigione” dalla nevrosi, in un’ottica molto più prossima all’idea lacaniana di “incontro” con il “reale” che freudiana (traduzione dell’inconscio in coscienza, rafforzamento dell’Io e delle sue difese).

Ma cosa si intende per “estatico”, per “apex mentis”?  Esso si può riassumere nella mistica o essa ne mostra solo uno dei possibili volti? Come si manifesta operativamente nella clinica?

L’estatico 

L’estatico, inteso come strato percettivo, emozionale e cognitivo che abolisce i confini dell’Io e per certi versi la sua  stessa esistenza, secondo l’autore  è stato messo da parte nel corso dell’evoluzione dell’uomo civilizzato. È andato incontro ad un vero e proprio disconoscimento, motivato certo dalle esigenze della civiltà.

Essa ha  però  finito  per esaltare ciecamente una sola dimensione, quella della Ragione tecnica, scientifica e burocratica, basata sull’oggettività, dunque sul controllo livellante della scabrosità soggettiva, del “mareinconscio e inconoscibile con mezzi razionali che abita l’umano.

La nevrosi al fondo non è che un prodotto della civiltà, che ha dato il via alla costituzione di un Io forte, padrone, in aperto conflitto (e dunque in assetto difensivo) nei confronti di un così detto  “pericolointerno, di matrice inconscia e pulsionale.

Ora Fachinelli fa notare come l’estatico nella nostra società affiori  di solito in esperienze liminari, facilmente ritenute insignificanti o addirittura  inesistenti. Il suo potenziale creativo e il suo potere altamente terapeutico non sono visti, forse perché troppo sovversivi. L’uomo libero dall’inibizione e dalla nevrosi diventa poi scomodo per il sistema, più incline ad incentivare terapie di “adattamento” allo status quo piuttosto che a trattamenti che puntano ad una vera trasformazione.

L’estatico infatti affiora ogni qual volta l’Io, inteso come coscienza razionale, si svuota, si azzera, si distacca da se stesso e dalla sua volontà  e si “apre”ad “altro”, altro visibile o invisibile, gradevole o sgradevole. Ciò che qualifica l’estatico è uno svuotamento preliminare che getta le condizioni per  l’accoglienza. Accoglienza piena, resa non passiva ma pur sempre resa verso ciò che al fondo è mistero, estraneità, enigma.

Nell’estasi soggetto e oggetto sono indistinguibili, l’angoscia è alle spalle e prevale una sensazione di gioia e di gratitudine inondante. La mistica ne costituisce una forma, non l’unica possibile. Così come l’amore e l’erotismo, anch’essi una declinazione che non ne  esaurisce la gamma esperienziale. 

L’estatico e la cura 

Fachinelli ci regala una descrizione in presa diretta di un suo abbandono all’estatico. Perso  lui stesso dentro un momento di torpore meditativo in fronte al mare, attraversa un’esperienza d’estasi, d’accoglienza. Un pensiero solitario in un lampo si affaccia alla sua mente, come se venisse da un’altra parte, non da lui.

Lo sfondo attorno a cui ruotano i suoi pensieri ancora coscienti riguarda l’approccio della psicoanalisi post freudiana rispetto alla cura. Essa, riflette Fachinelli in accordo con la critica lacaniana, ha finito per basarsi interamente  sul principio della difesa e sull’idea di un uomo bardato, corazzato fin dalla nascita verso un pericolo interno. La stessa finestra dello studio di Freud si affacciava su un muro

Per guarire il nevrotico in questa prospettiva bisogna affilare le sue armi, perché esse non sono ben adeguate in partenza e la psicoanalisi si elegge allora a strumento di adeguamento, pena un disarcionamento se non un vero e proprio disastro nella vita del paziente.

Se Freud, dopo un estenuante brancolare, aveva inizialmente scoperto qualcosa che veniva come dall’esterno, in lui stesso ed infine nei suoi seguaci vi era stato un movimento di riduzione dell’inconscio alle dimensioni delle barriere costruite contro di esso. Anticamera e salotto sono ben note metafore freudiane che l’autore mette in discussione.

E se, ed è questa la trovata che fulmineamente invade la mente dello scrittore, si cominciasse a rovesciare la prospettiva? Se ci mettessimo dall’altro lato, non quello della difesa, dell’inibizione, della rimozione, della negazione ecc...ma prendessimo in considerazione l’accoglimento, l’accettazione, la fiducia intrepida verso tutto ciò che si profila all’orizzonte?

Si coglie allora la ricaduta di quest’idea sulla cura. Non più accentuare le difese  o tutt’al più cercare di smantellarle una ad una, in un tentativo infantile di “prosciugare il mare con un secchiello”.

Il mare è il mare, infinito, potente, misterioso... Così l’inconscio, così la pulsione. È proprio vero che bisogna combatterlo? Considerarlo come un nemico, come un’offesa da cui ripararsi? E se il discorso fosse un altro? Se si trattasse di accoglierlo a partire quindi da un ridimensionamento dell’Io e della credenza nei suoi prestigi?

Svuotamento ed accoglienza del mistero, ecco l’apparizione dell’estatico nella cura. Ecco il principio femminile, l’atteggiamento ricettivo  che arricchisce l’impostazione  virile di vigilanza-difesa.

Vignetta clinica

Una ragazza patisce di un sintomo ossessivo, disinfetta a tutto spiano la sua casa. Sogna scarafaggi che si accoppiano. Cos’è questo accanirsi a pulire se non una difesa dal mare, ossia da una forza sessuale personale che questa giovane non riesce ad accogliere in sé? Alla fine i suoi impulsi si trasformano in scarafaggi.

Accade cioè che uno stato di vigilanza, di percezione di pericolo, faccia scattare la difesa, come una tagliola. Nel sogno la vigilanza si attenua, il sogno come il fantasticare osa di più e allora  gli scarafaggi, la cosa può essere nominata pur in una forma distorta.

Come la guariamo? Cerchiamo di prosciugare il mare con spiegazioni razionali, rendendola edotta cioè del suo conflitto? Smantelliamo la difesa? La rinforziamo? Ecco, il punto per Fachinelli ( ed è qui che lo troviamo profondamente “lacaniano”) è portare questa ragazza a entrare in contatto con il reale della sessualità, il reale da cui  fugge. “Lasciar affluire, lasciar defluire, immergersi, nuotare nella corrente. I paletti della difesa finiranno, forse, per scendere alla deriva”.

L’estatico e l’analista

L’analisi si profila allora come un’esperienza estatica, ovvero una situazione in cui si può accogliere l’inaccoglibile. Come? Fachinelli non prosegue su questa via in questo saggio, sappiamo però quanto sottointenda il transfert, (l’analista  come oggetto del fantasma della paziente) e le sue potenzialità se ben maneggiato.

La parola, l’interpretazione valgono fino ad un certo punto, in gioco c’è un reale verso il quale è in primis l’analista stesso ad essere chiamato ad esercitare l’arte intrepida  dell’accoglienza. Solo così può essere autenticamente  trasformativo nella sua prassi, solo grazie al suo coraggio, al non indietreggiare, al non cedere alla paura, all’apertura scevra della prudenza di chi edifica muraglie.

Coraggio che non implica assenza dell’angoscia ma suo attraversamento. Ogni movimento verso il nulla la porta con sè ed è per questo che molti arretrano, interrompono il movimento, rimanendo aggrappati  al proprio “pieno”.

L’analista invece è qualcuno che, anche grazie alla sua analisi didattica (che tuttavia da sola non fa da garanzia) e soprattutto grazie alla sua vita,  ha conosciuto l’invasione di gioia dell’aver osato abbandonarsi ad essere nulla, puro vuoto carico di tensione, in apertura verso quel “tutto che è insieme nulla” e dal cui contatto  scaturisce la vita che pulsa, la vita piena, la vita ricca, la vita degna di questo nome.

Tags: Conflitto inconscio , Psicoanalisi lacaniana, Guarire dai sintomi

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