Il più di vita dello psicoanalista

Lo psicoanalista è qualcuno che è chiamato a "sopravvivere" alla distruttività dei suoi pazienti. È il grande insegnamento di D. W. Winnicott ma anche dello stesso Jacques Lacan. Entrambi si riferiscono alla posizione di fondo di uno psicoanalista nella cura, il suo essere cioè intimamente distaccato dalle dinamiche affettive di amore odio, speculari, immaginarie tipiche delle relazioni duali, e nello stesso tempo autenticamente vivo, presente, sveglio, "francamente amorevole" e "francamente in stato di avversione".

Cos'è, da dove origina la distruttività di chi si sottopone alla terapia? E perché è così importante ai fini della cura questo plus di vita dell'analista, il suo paradossale rimanere vivo pur nel distacco, il suo essere coinvolto senza esserlo?

Chi comincia un percorso di terapia è mosso sia da moti amorosi che da spinte d'odio verso il curante. Entrambi si spiegano in virtù della domanda di aiuto.

L'amore è comprensibile in maniera anche intuitiva. Siamo portati ad amare chi ci aiuta, chi ci riconosce, chi sta dalla nostra parte. Il lavoro psicoanalitico in realtà quando si innesca nel suo versante "ermeneutico" di ricerca va oltre tale amore immaginario, e si arricchisce dell'amore per il sapere. La persona dell'analista scivola in secondo piano, trasformandosi nel luogo dell'Altro in quanto tale (Altro del sapere e Altro del reale inassimilabile al sapere stesso). È il transfert nella sua natura simbolica. Se invece l'amore verso la persona del curante cresce a dismisura offuscando l'altra dimensione, si sperimenta un blocco nell'elaborazione delle questioni, con conseguente stagnazione. Gli effetti del troppo amore equivalgono a quelli dell'odio, del transfert negativo.

Come si spiega l'odio? Esso è più enigmatico, più difficile da cogliere immediatamente. Perché odiare chi è lì per aiutarci? La psicoanalisi però ci insegna che è proprio il seno che nutre a suscitare odio. La semplice presenza di un essere percepito come pieno, privo di mancanze (non è affatto detto che lo sia nella realtà della sua vita, nella terapia però può apparire così per via dell'asimmetria dei ruoli) può suscitare invidia da parte di qualcuno che invece si trova in totale perdita di padronanza. Si rinnova l'esperienza infantile alienante di trovarsi soverchiati e dipendenti dalla potenza dell'Altro, dalla sua abbondanza, dalla possibilità sempre presente che venga meno. Meglio e più facile odiare l'Altro, che vedere, riconoscere e accettare il proprio essere anche un nulla per l'Altro, impossibilitato a ricoprirne integralmente la solitudine. Nessun altro può sostituirsi al singolo, in una certa misura sempre solo.

Un altro fattore alla base delle reazioni aggressive è il fatto stesso che il terapeuta sia lì in qualità di ciò che va a perturbare l'equilibrio garantito dalla condizione di patimento. L'esperienza analitica mostra invariabilmente un fatto sconcertante: chi soffre si attacca morbosamente al proprio star male, ne ha assurdamente bisogno come l'aria, come se gli permettesse di rimanere al sicuro, al riparo dai rischi della guarigione. Chi chiede di guarire inconsciamente non vuole affatto farlo. E l'analista appare, sempre inconsciamente, come qualcuno che va a stanare il fuggitivo, inchiodandolo alle sue responsabilità. Come non odiarlo per questo?

A tutto ciò il terapeuta risponde con il suo plus di vita. Cioè rimane solido, fermo. Non per ignoranza di ciò che accade, non per una scotomizzazione difensiva dell'odio. Lo fiuta, lo sente, lo coglie, gli fa spazio. Gli permette di esistere nell'altro e perfino in se stesso. Senza reagirvi bruscamente come se fosse in gioco la sua persona e senza al contrario fingere amorevolezza a tutti i costi.

In che misura tale atteggiamento produce dei risultati? Per riprendere Winnicott, il concetto chiave è la gratitudine. Il paziente è grato all'analista di sopravvivere ai suoi attacchi. Ma perché? L'oggetto delle proprie passioni, rimanendo vivo, resta altro dal soggetto, eccentrico, imprendibile. Gli fa vedere cosa è l'alterità vera. Ed è solo dalla visione lucida dell'alterità irriducibile all'uno che è possibile cominciare a vedere in se stessi cosa non va, senza proiettare fuori il tutto, senza incolpare l'Altro, senza restare immersi nell'inerzia del proprio godimento sintomatico inconscio.

La gratitudine nasce dalla sperimentazione di una forma d'amore non classica, non protettiva, non domandante, non educante, non confusiva. Sullo sfondo dell'esserci c'è un non esserci che lascia libero e nello stesso tempo responsabile l'altro di sperimentare anche le passioni più scabrose, potendole assumere con i suoi tempi come parti sé che nulla hanno a che vedere con la mala intenzione o la semplice volontà dell'Altro.

L'analista può sopportare il peso del transfert negativo solo se è o è stato a sua volta implicato in un'analisi. Lui stesso ha sperimentato su di sè tali dinamiche e le ha attraversate, giungendo in maniera personale ad integrare il suo essere poca cosa, il suo lato mancante, la sua esistenza non garantita e gettata nel mondo. Potendo però parallelamente continuare a credere nell'amore. 

Tags: Aiuto psicoterapeutico , Psicoanalisi lacaniana, Guarire dai sintomi

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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